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Hex A.D. - Astro Tongue In The Electric Garden
28/02/2020
( 992 letture )
Che bella scoperta questi Hex A.D.: un quartetto norvegese sulle scene dal 2011 e che ha già pubblicato ad ora quattro album di buon progressive rock dal tono vintage, con incursioni nell’heavy psych e nel doom più retro. La genesi della band si ha nella collaborazione tra il frontman Rick Hagan, già batterista live per Paul Di’Anno, Blaze Bayley e Tim “Ripper” Owens e qui in veste di chitarrista e cantante, e il leggendario produttore Chris Tsangarides, che ha negli anni firmato album di band come Black Sabbath, Bruce Dickinson, Helloween, Judas Priest, Yngwie Malmsteen e moltissimi altri. Nel gruppo poi si sono aggiunti, dopo i primi due album interamente suonati da Rick Hagan, il bassista Arry Gogstad, già compagno di Hagan nei progetti menzionati poco fa, il batterista Matt Hagan e il pianista Mags Johansen. A quel punto il sound dei quattro ha iniziato a delinearsi in maniera sempre più centrata, dando vita nel 2018 a Netherworld Triumphant, album dove la componente doom e quella prog rock si fondono in un mix oscuro ed intrigante. In quello stesso anno però scompare il fidato Tsangarides, lasciando di fatto Rick Hagan ad occuparsi in prima persona della produzione del suo gruppo.
Ed è così che arriviamo a febbraio 2020 e all’uscita del nuovo album Astro Tongue In The Electric Garden, cinquanta minuti di eclettismo prog rock con l’orecchio rivolto ai magici anni ’70 di Rainbow, Uriah Heep e Deep Purple; il sound dei nostri è di base un roccioso hard rock con venature psichedeliche ben marcate, che si prende tutti i suoi tempi per sfociare in partiture articolate, ma mai eccessivamente prolisse o onanistiche. Il paragone che viene spontaneo fare quasi subito, causa i suoni adottati dalla band e alcuni riff dal gusto melodico ben riconoscibile, è con gli attuali Opeth, dal momento che buona parte delle ispirazioni degli Hex A.D. ha a che fare con le composizioni della band di Mikael Åkerfeldt. Ma stacchiamoci subito da questo confronto (anche se tornerà frequentemente al nostro orecchio), perché Astro Tongue In The Electric Garden è un album che si muove su binari tutti suoi e già grazie all’introduzione gypsy jazz che apre l’opera Rick Hagan e i suoi vogliono dare un’immagine limpida e chiara del proprio eclettismo musicale. Aggiungiamo poi che i testi trattano di argomenti surreali in bilico tra sci-fi, droghe di ogni genere e Guerra del Vietnam (!!) e abbiamo già più che buone motivazioni per smettere di parlare degli Opeth.

Il disco dunque si divide in due sezioni, con i primi cinque brani a formare una prima parte e gli ultimi tre che vanno invece a comporre una suite autonoma di quasi venticinque minuti; infine vi è una bonus track, che poco aggiunge al resto dell’album.
Il primo vero avvio delle danze si ha con Deadly Nightshade, che parte in sordina con un’interessante trama doom che lascia spazio a un ritornello maggiormente arioso e di stampo rock; la vera chicca si ha sul finale con una coda strumentale à la Cathedral arricchita da un organo impazzito che rende il tutto molto più movimentato. A dire il vero comunque la partenza non è delle migliori, poiché il meglio del disco deve ancora arrivare. The Day The Sky Exploded è la prima vera gemma che si incontra in scaletta infatti: un bel pezzo prog con le tastiere sugli scudi e le chitarre ancora dal sapore doom a sorreggerle. Nel complesso la band si avvicina a un proto-heavy metal molto vintage, ma davvero gustoso, che cambia poi completamente faccia nella seconda metà del brano, il quale si avvicenda tra sezioni strumentali quasi funky e un’atmosfera teatrale dark ed inquietante, decisamente azzeccata. Ci pensa il ritornello a ricompattare il tutto e concludere il brano con maestria. Un ottimo episodio.
Ma ecco che a questo punto gli Hex A.D. mettono in tavola il piatto forte, ovvero la suite tripartita denominata The Monsoon Suite: si parte con Hawks & Doves, otto minuti di blues rock introdotto da un riff stoner per il quale molte band desert rock pagherebbero oro; alla voce la band si avvale dell’islandese Eiríkur Hauksson, frontman della power metal band norvegese Artch ed ex volto degli ICY, gruppo islandese con il quale ha fatto debuttare il proprio paese all’Eurovision Song Contest del 1986, il quale dona il proprio tocco blues al brano in maniera ottimale; ma c’è spazio anche per un altro ospite, ovvero Thomas Tofthagen, chitarrista degli Audrey Horne, gruppo hard rock norvegese composto anche da membri di Gorgoroth ed Enslaved. Il brano si muove sulle stesse coordinate per tutta la sua durata, riuscendo a regalare degli ottimi momenti improvvisativi e mantenendo un’aura da jam session durante tutto il suo svolgimento. La semplicità che paga e lo fa molto bene. Old Bones invece, coi suoi nove minuti abbondanti, è il brano più lungo del disco ed anche il più morbido, con il suo incipit à la Pink Floyd e il suo svolgimento hard rock che ancora una volta dà risalto all’organo e alle tastiere, libere di svisare sul tema con virtuosismo. Anche la chitarra si prende un momento per sé con un buon assolo melodico che conduce verso un finale corale dove il muro di suono si intensifica in maniera emozionante. Chiude infine A Stone For The Bodies Not Found, altro momento fortemente atmosferico dove i toni si abbassano ancor di più e anche la voce di Rick Hagan si fa più scura e sussurrata. La psichedelia abbraccia l’elettronica di stampo quasi krautrock rappresentata dai sintetizzatori che reggono da soli l’intero brano, mentre una chitarra languida si muove con delle brevi frasi melodiche sotto le note recitate da Hagan. A metà brano però esplode la band con un mood ancora una volta molto teatrale ed è finalmente la chitarra a prendersi tutto lo spazio necessario per un assolo che evidenzia però le limitate capacità del frontman: sicuramente con una base ed un pathos simile un chitarrista come Fredrik Åkesson (per ritornare ai succitati Opeth) avrebbe regalato un momento ben più memorabile. Rimane ad ogni modo una buona chiusura per un disco che si fa ascoltare fino alla fine ben volentieri. La bonus track Grace And Pain, come detto sopra, non aggiunge nulla a quanto già esposto fin qui dall’album, piazzandosi però come il momento più smaccatamente metal della band.

Astro Tongue In The Electric Garden è quindi un buonissimo album che tenta di mescolare le carte del rock in maniera personale ed originale, talvolta riuscendo a centrare l’obiettivo, talaltra tradendo un po’ troppo le proprie influenze e risultando un po’ banale. Gli Hex A.D. sanno come suonare e soprattutto sanno come comporre, poiché nel complesso il disco non annoia mai e offre pochissimi momenti di stanca, ma sarebbe interessante a questo punto capire dove i nostri si rivolgeranno in futuro, poiché al momento forse c’è addirittura troppa carne al fuoco nella proposta del quartetto. Inoltre credo che l’aggiunta di un chitarrista solista potrebbe essere un innesto utile per sviluppare meglio le partiture di quello strumento, che in questo album risulta in certi momenti leggermente sottotono rispetto al resto della band.
Avanti così dunque e aspettiamo gli ulteriori sviluppi di questa curiosa realtà norvegese!



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2020
Fresh Tea Records
Prog Rock
Tracklist
1. Elle Est Mort
2. Deadly Nightshade
3. Astro Tongue
4. The Day The Sky Exploded
5. Au Revoir Jardin Électrique
6. Hawks & Doves
7. Old Bones
8. A Stone For The Bodies Not Found
9. Grace And Pain (Bonus Track)
Line Up
Rick Hagan (Voce e chitarra)
Arry Gogstad (Basso)
Mags Johansen (Organo, mellotron, synth e piano)
Matt Hagan (Batteria)

Musicisti ospiti
Eiríkur Hauksson (Voce su “Hawks & Doves”)
Thomas Tofthagen (Chitarra su “Hawks & Doves”)
Rowan Robertson (Chitarra su “Grace And Pain”)
 
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