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Wombbath - Choirs Of The Fallen
06/03/2020
( 647 letture )
È risaputo come, nel corso della prima metà degli anni novanta, la Svezia sia stata la madrepatria di numerose band estreme di grosso calibro e di grande importanza storica come Entombed, Grave, Carnagee Dismember. Questi gruppi hanno forgiato la ferocissima controparte europea al death metal americano, rispondendo colpo su colpo ai colleghi d’oltreoceano con una nutrita schiera di dischi a dir poco fondamentali e capaci di suonare attuali ancora oggi. Nonostante il successo di queste band sia stato innegabile, bisogna però far notare come numerose altre formazioni siano tuttavia rimaste confinate e oscurate nell’underground senza mai avere la reale possibilità di poter salire sul carrozzone dei vincitori, finendo così a coprire l’ingrato ruolo di gregari a vita. Questo è il caso dei Wombbath, formatisi trent’anni or sono, ma che non ha mai avuto modo di spiccare il volo, rimanendo così nelle retrovie dell’underground più profondo. Il motivo di tutto ciò è presto detto: un po’ per il netto ritardo rispetto la concorrenza nel debuttare con Internal Caustic Torments nel 1993 e poi perché, nonostante qualche split album, la band svedese è pressoché rimasta congelata in un lungo silenzio protrattosi sino al 2015, anno del ritorno discografico col secondo lavoro Downfall Rising. Successivamente i Wombbath si sono riaffacciati sul mercato solo nel 2018 con The Great Desolation. Oggi i cinque svedesi tornano con la loro nuova fatica in studio, Choirs of the Fallen, un lavoro che sin dalla copertina si preannuncia dedito alle sonorità vecchia scuola in linea con le precedenti produzioni.


Infatti, non appena si preme il tasto play, la sensazione di stare ascoltando qualcosa di fortemente rétro è fortissima. E non potrebbe essere altrimenti, vista la storia e il genere di musica proposta dai Wombbath. Nessuna innovazione, nessuna sperimentazione, solamente tanto crudo death metal. Questo disco è un salto nostalgico negli anni ‘90 sotto qualsiasi aspetto. Innanzitutto per i suoni scelti dalla produzione e nel missaggio del disco, che si rifanno al grasso crunch saturo e ultra distorto che ha fatto la storia in dischi come Left Hand Path o Like an Ever Flowing Stream e così via. C’è poco da dire: l’originalità della proposta non è contemplata in questo lavoro e i Wombbath ci consegnano una decina di pezzi feroci e abrasivi che si rifanno ai cliché tipici del death svedese -tirando dritti per la propria strada senza sussulti o stravolgimenti- e, in definitiva, con soluzioni tanto gradevoli quanto prevedibili. Quindi se da un lato troviamo la garanzia di integrità artistica senza compromessi di sorta, di contro è evidente come il songwriting sia legato a stilemi ben definiti. I pezzi giungono al punto e sembrano scritti col pilota automatico, centellinando nel loro divenire accelerazioni, blast beats e riff in tremolo a rallentamenti plumbei vagamente doom. L’omogeneità della proposta è quindi tanto il punto di forza del disco quanto il suo limite principale. Non mancano però un paio di pezzi davvero meritevoli di attenzione ed estremamente efficaci, che innalzano sicuramente il livello medio del platter, come per la catacombale From the Beggars Hand e della più ragionata e lunga Wings of Horror, che riassumono quanto detto finora, giocando con le dinamiche tra feroci assalti a testa bassa e rallentamenti improvvisi. C’è spazio poi per alcuni inserimenti qua e là di qualche scoria di death n’ roll e persino dei rintocchi lugubri di pianoforte nella parte centrale del secondo pezzo preso in analisi. Le altre canzoni non sono né da buttare, né fanno gridare al miracolo, ma hanno il difetto di assomigliarsi un po’ tutte, rimanendo incastrate in un limbo tra il buono -Fallen, la titletrack- e il discreto -come Void oSweet Taste of Death-, componendo un lavoro di routine che certamente non stravolgerà la loro carriera, ma confermerà lo status di culto che la band è riuscita a conquistare nel tempo.

Appare quindi evidente come il quarto album dei Wombbath sia un lavoro nella media del genere, né più né meno. I nostri, consci del fatto di non essere degli innovatori, hanno preferito concentrarsi su ciò che sanno fare meglio da onesti mestieranti, preferendo forse rimanere indissolubilmente relegati in eterno al ruolo di band di seconda scelta e di ligia gregaria nel riproporre un suono tanto datato quanto squisitamente onesto nelle intenzioni. Questo ovviamente non è necessariamente un male, ma in definitiva Choirs of the Fallen è solo un buon prodotto che solleticherà il solo interesse degli hardcore fan più nostalgici e pochissimi altri appassionati. Ciò nonostante rimane qualche riserva sull’effettiva qualità dei pezzi e l’intrinseca longevità di permanenza nel fruitore sulla lunga distanza.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
66.16 su 6 voti [ VOTA]
Diego75
Martedì 17 Marzo 2020, 8.40.50
3
Un buon ritorno!...alla fine hanno proposto un disco vecchia scuola swedish death metal...nello stile anni 90 -93....senza troppi fronzoli!..una proposta molto coraggiosa al giorno d'oggi.... cosi' se uno vuole ascoltarsi una cosa vecchia scuola ben fatta acquista questo cd o i vecchi cd se li trova ancora!....voto 80 pieno!
Pacino
Mercoledì 11 Marzo 2020, 5.11.22
2
Ascoltato poco per aver un giudizio definitivo, ma pare un album abbastanza convincente. Niente di epocale naturalmente. Voto 70 confermato.
earthformer
Martedì 10 Marzo 2020, 23.03.39
1
disco carino, ovviamente non è ai livelli stratosferici di caustic ma si fa ascoltare tranquillamente senza alcun problema, le idee buttate sono ben gestite ma alcuni momenti di stanca lo lasciano nel limbo manieristico. voto in linea con la rece.
INFORMAZIONI
2020
Soulseller Records
Death
Tracklist
1. Fallen
2. Crawling From the Pits
3. We Shall Remain
4. A Sweet Taste of Death
5. From the Beggars Hand
6. Void
7. A Vulgar Declaration
8. Wings of Horror
9. Choirs of the Damned
10. In a Cloack of Anger
Line Up
Johnny Pettersson (Voce)
Hakan Stuvemark (Chitarra)
Thomas Von Wachenfeldt (Chitarra)
Matt Davidson (Basso)
Jon Rudin (Batteria)
 
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