Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Kansas
The Absence of Presence
Demo

Northern Crown
In a Pallid Shadow
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

07/08/20
SELENSEAS
The Outer Limits

07/08/20
STILLBIRTH
Revive the Throne

07/08/20
SELBST
Relatos De Angustia

07/08/20
EMPEROR
Wrath of the Tyrant (ristampa)

07/08/20
WOR
Prisoners

07/08/20
TEMPLE NIGHTSIDE
Pillars of Damnation

07/08/20
ARCTIC RAIN
The One

07/08/20
DUKES OF THE ORIENT
Freakshow

07/08/20
RAMOS
My Many Sides

07/08/20
BLACK ROSE MAZE
Black Rose Maze

CONCERTI

07/08/20
KORPIKLAANI
MONTELAGO CELTIC FESTIVAL - SERRAVALLE (MC)

07/08/20
SUMMER METAL 2020
LONCA DI CODROIPO (UD)

08/08/20
SUMMER METAL 2020
LONCA DI CODROIPO (UD)

09/08/20
SUMMER METAL 2020
LONCA DI CODROIPO (UD)

11/08/20
BAD RELIGION
FESTIVAL DI RADIO ONDA D'URTO - BRESCIA

12/08/20
BAD RELIGION (SOSPESO)
FESTIVAL DI MAJANO - MAJANO (UD)

19/08/20
PALAYE ROYALE
CIRCOLO MAGNOLIA - SEGRATE (MI)

26/08/20
GRAHAM BONNET & ALCATRAZZ + GIRLSCHOOL + ASOMVEL
FESTA BIKERS - COLOGNO AL SERIO (BG)

27/08/20
WOLFMOTHER + HARDCORE SUPERSTAR (SOSPESO)
PIAZZA DUOMO - PRATO

04/09/20
VAN DER GRAAF GENERATOR
AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA (SALA SINOPOLI) - ROMA

Baroness - Red Album
14/03/2020
( 700 letture )
Band che incidono un album ce ne sono migliaia. D’altra parte, la tecnologia oggi permette a chiunque di farlo, abbattendo i costi e, in parte, perfino le barriere della professionalità. Il contrasto feroce è che la stessa tecnologia, il digitale, ha anche di fatto svuotato la musica del valore economico: tutto è accessibile e se tutto è accessibile, tutto vale niente. Un paradosso tremendo, ma inevitabile. Quindi, da un lato abbiamo un’offerta potenzialmente illimitata, dall’altra una totale libertà di accesso che invece di valorizzare questa offerta, l’ha appiattita e svuotata di centralità e valore. La musica è ovunque, raggiungibile ovunque, diffusa in maniera spasmodica, tanto che nessuna rivista o sito specializzato al Mondo può pensare di riuscire a recensire non si dica tutto, ma nemmeno un decimo di quello che viene pubblicato. Alla fine, anche chi ha scelto una specializzazione di genere finisce per essere travolto dalla quantità di uscite. E’ utile tutto questo? E’ giusto? Essendo saltata la bilancia del valore economico, d’altra parte, verso chi va questa offerta? Inevitabilmente, verso un pubblico iperstimolato e quindi alla fine in gran parte apatico, perché incapace di seguire questa marea infinita di uscite, perfino nel genere preferito. Proviamo a pensare al numero di uscite black o death degli ultimi venti anni. Proviamo col power metal o perfino in un genere dato per morto da anni come l’hard rock/AOR. Impossibile rendere conto delle migliaia di uscite e, per questo, impossibile riuscire a dar loro un valore, una classifica, un ordine. Tutto questo, è inevitabile, punisce i migliori in maniera spietata: non essendoci un valore che aiuti a filtrare questa infinita progenie, come far emergere i diamanti dal fango e separarli dal resto? Proviamo. Ci prova il pubblico, ci provano riviste, portali e addetti ai lavori, radio e canali tv specializzati. Proviamo, ma la verità è che per una band odierna, è davvero difficile emergere e spiccare sulle altre, a prescindere dal proprio valore.

Ecco quindi che band dal valore indiscutibile e che hanno segnato per davvero la storia della musica recente rischiano di restare un patrimonio di pochi e di dover sgomitare per un posticino al sole, costantemente insidiato. Gruppi come Mastodon e High on Fire, ad esempio, che hanno davvero contribuito a cambiare la faccia del metal odierno, creando e diffondendo un ibrido che ha rinnovato il genere, scrivendo un linguaggio nuovo, che ha unito sludge, metal classico, post metal, prog metal, alternative metal e poi stoner, hard rock, psichedelia e quant’altro e ne ha fatto un qualcosa di non ancora definito con un nome proprio, che ha però saputo ispirare tante altre band mostrando una via di fuga dai due estremi del puro citazionismo e dell’avantgarde. Band che nonostante siano da tutti indicate come fondamentali e degne di sedere accanto ai maestri del genere, sono ancora considerate “strane” o troppo “diverse” per essere pienamente apprezzate, che vengono stimate, ma amate veramente sempre da un gruppo ristretto di persone e comunque incapaci di attirare l’attenzione quanto lo è un “dinosauro” ancora in attività.

Fondati nel 2003 a Savannah in Georgia, da musicisti provenienti da Lexington in Virginia, i Baroness sono una delle band che in questa ondata ha saputo, nel breve volgere dei propri primi lavori, a segnalarsi tra le più dotate di talento, idee e personalità. Il nucleo originale del gruppo raccoglie quattro compagni di scuola, in parte già assieme nel gruppo punk Johnny Welfare and the Paychecks, attorno alla figura di John Dyer Baizley cantante/chitarrista e copertinista di valore, il quale con la sua Arte contribuisce a creare fin da subito una particolare attenzione attorno ai Baroness, dando loro anche una personalità visiva marcata e ben riconoscibile. Presto arrivati alla pubblicazione, i quattro rilasceranno infatti due EP (First e Second) e un terzo come split assieme agli Unpersons, dal 2004 al 2007. Notati dalla Relapse Records e messi sotto contratto, debutteranno con questo Red Album il 4 settembre del 2007. Fedeli fin da subito alla missione di stupire e innovare, i Baroness del Red Album non sono già più la stessa band conosciuta con gli EP pubblicati in precedenza e se in questi l’impronta sludge risultava ancora evidente, il disco di debutto parla decisamente una lingua diversa ed evoluta. Certo, la matrice sludge si percepisce, ma questo non è un album propriamente tale, dato che le venature prog sono particolarmente evidenti e, con esse, quelle stoner, alternative e post metal, con un risultato che difficilmente i fan della prima ora si sarebbero aspettati, che avrebbe proiettato fin da subito i Baroness nella ristretta cerchia delle band capaci di scrivere il futuro.

Prodotto da Philip Cope dei Kylesa, un’altra di quelle band che hanno avuto a lungo in mano il boccino dell’evoluzione del genere sludge, Red Album propone dieci canzoni più una non accreditata, per un totale effettivo di circa quarantacinque minuti. Una durata non eccessiva che potrebbe portare a primo sguardo a sottovalutare la doppia faccia di questo disco, che da un lato si presenta assolutamente accessibile e meno urticante dei due EP precedenti, dall’altro rivela presto una complessità e una densità di sfaccettature e costruzioni disorientanti, all’interno delle quali è facilissimo perdersi, anche per una divisione delle tracce quasi mai davvero chiara, come si trattasse di un flusso unico o di una casa dalle tante stanze, tutte diverse e dall’arredamento familiare e stordente al tempo stesso e tutte comunicanti tra loro. Di fatto l’album potrebbe essere definito come prog metal, seppure la voce di Baizley tradisca le proprie radici e qualche riff qua e là ci ricordi che parliamo di una band di matrice sludge. Ma è solo retorica della catalogazione, Red Album è un caso a sé tante e come tale va trattato, lasciando che la molteplicità delle sue identità si faccia strada nelle orecchie, nel cervello e poi nel cuore dell’ascoltatore con ascolti ripetuti, che comunque difficilmente arriveranno a cogliere tutte le sfumature a cui il gruppo dà vita. Non si può dire che siano necessariamente le chitarre ad avere prevalenza nell’equilibrio strumentale della band, dato che la sezione ritmica di Allen Blickle e Summer Welch farebbe invidia a chiunque. E’ indubbio però che il duo chitarristico risulta affiatato e complementare in maniera splendida e lo si può apprezzare fin dal bellissimo intro in crescendo di Rays On Pinion (che suona parecchio “raised opinion”), opener che da sola può valere una discografia per completezza, equilibrio, costruzione, melodia, aggressività, complessità e contestualmente facilità di ascolto. Cercando ancora di catalogare, potrebbe sembrare uno strano ibrido tra stoner e sludge, in salsa prog. Ma è il leitmotiv di tutto il disco e alla fine ci si stanca di voler cercare per forza di dare un nome al fiume in piena dell’ispirazione dei Baroness e così The Birthing appare ancora più clamorosa della opener, tanto per qualità strumentali quanto per struttura aperta e strumentalmente esaltante. Isak è leggermente più melodica, ma certamente non meno sperimentale e la prova dei quattro è stordente, un vero piacere per le orecchie. Wailing Wiltry Wind è un capolavoro assoluto: ancora un intro atmosferico che cresce, per aprire ad un brano morbido, nel quale è un incontenibile Allen Blickle a non trovare pace andando a scontrarsi con la base strumentale degli altri, creando un contrasto splendido, come di un mare apparentemente tranquillo in superficie e in realtà scosso da incredibili correnti sottostanti, fino all’ingresso del cantato. La prima parte del disco è interrotta da Cockroach en Fleur, composizione per chitarra classica di piacevolissimo effetto che dà il via ad una seconda parte che perde appena di lucidità in qualche episodio, seppur sempre di livello alto. Wanderlust ad esempio è strumentalmente ancora una volta piacevolissima, ma incide meno delle precedenti, mentre Aleph offre una seconda parte strepitosa, con riff post metal che incrociano parti quasi funk con risultati altissimi. Altro intermezzo con Teeth of a Cogwheel, non imprescindibile e ci approcciamo alla parte finale dell’album, dove troviamo un pezzo da novanta come Grad, canzone spettacolare per atmosfera e, ancora una volta, inventiva e la buona O’Appalachia che paradossalmente sembra quasi finire troppo presto.

Scarafaggi, papaveri da oppio e teschi di uccelli ci attendono sulla rossa e stupenda copertina. I Baroness con questo debutto hanno alzato dannatamente in alto l’asticella e hanno dimostrato di essere capaci di portare una vera boccata d’aria fresca. Certo, si dirà che l’influenza dei Mastodon sia percepibile e questo se vogliamo è più un pregio che un difetto, dato che la personalità dei Baroness resta comunque immediatamente percepibile. Colpisce l’ambizione di staccarsi dal recente passato dei primi EP e puntare la barra verso un qualcosa di molto più complesso e indefinito. Chi dice che in fondo le note sono sette, sotto intendendo con questo che innovazioni non se ne trovano, forse si è confrontato poco con dischi come questo, che di per sé non ha la velleità dell’essere rivoluzionario, ma ha il coraggio di affrontare una strada nuova e diversa, risultando fresco e innovativo oggi come tredici anni fa. Band così, dicevamo, meriterebbero l’attenzione e il plauso di tutti, ma il pubblico fin troppo sollecitato di oggi non sempre ha colto l’importanza di questi album e l’apertura verso il futuro che offrivano. Lo ha magari scoperto dopo, quando altrettante band hanno cominciato ad esplorare in lungo e largo la strada aperta da questi innovatori ma, inevitabilmente, ancora una volta l’incremento dell’offerta ha finito per danneggiare più che rafforzare e così, anche per i migliori tra loro, sono rimaste le briciole. La musica ha il pregio di offrire non una, ma infinite possibilità di rimediare. Questa è una di quelle in cui vale la pena fare davvero un tentativo. Pensateci.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
82.66 su 3 voti [ VOTA]
Gabriele
Lunedì 16 Marzo 2020, 19.00.11
6
Isak, cazzo. Isak! Band meravigliosa, evolutasi disco dopo disco. Imprescindibili.
Macca
Lunedì 16 Marzo 2020, 11.14.19
5
Bell'esordio, che già faceva intravedere le qualità della band anche se concordo con chi sostiene che il meglio verrà con il secondo, bellissimo, album.
Korgull
Domenica 15 Marzo 2020, 16.35.16
4
Questo è un album bello davvero, lo ascolto da anni e ancora lo trovo inovativo. Forse non lo chiamerei sludge ma sono dettagli
duke
Domenica 15 Marzo 2020, 11.02.13
3
...un disco da avere.....vario e interessante...
InvictuSteele
Sabato 14 Marzo 2020, 22.27.36
2
Un ottimo esordio Sludge. Non è miracoloso, infatti abbasserei di dieci punti la votazione. Il seguente sarà ancora meglio. Band secondo molto pompata ma non eccellente, sempre brava, per carità, però non riesce a conquistarsi pienamente. Le copertine invece sono straordinarie.
Galilee
Sabato 14 Marzo 2020, 14.16.10
1
Gran bel disco. In sintonia con la recensione. L'etichetta Sludge la trovo limitata, ma anche il recensore argomenta bene, album molto variegato che parte dai Mastodon diciamo, per prendere una strada tutta sua. I primi 3 dei Baroness sono decisamente ottimi. Un trittico da avere.
INFORMAZIONI
2007
Relapse Records
Sludge
Tracklist
1. Rays on Pinion
2. The Birthing
3. Isak
4. Wailing Wintry Wind
5. Cockroach en Fleur
6. Wanderlust
7. Aleph
8. Teeth of a Cogwheel
9. O’Appalachia
10. Grad
11. Untitled
Line Up
John Dyer Baizley (Voce, Chitarra)
Brian Blickle (Chitarra)
Summer Welch (Basso)
Allen Blickle (Batteria)
 
RECENSIONI
75
80
85
87
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]