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We Sell the Dead - Black Sleep
15/03/2020
( 315 letture )
Avevamo lasciato i We Sell the Dead all’alba del loro primo album, uscito ormai due anni fa, con un certo entusiasmo e speranza per il futuro. La band, un supergruppo che unisce ex membri di In Flames, Engel e Firewind/Spiritual Beggars, sembrava infatti non solo capace di comporre buona musica in maniera professionale, ma anche di possedere un’identità del tutto peculiare, giocata moltissimo sull’aspetto visuale, con un concept che girava attorno ai cartoni animati, in una sorta di versione heavy/doom dei Gorillaz. Un aspetto, quello visuale, che spesso viene trascurato o al massimo affidato alle mascotte, sulla scorta dell’Eddie degli Iron Maiden e che invece i We Sell the Dead avevano abbracciato a pieno, investendo denaro e talento nella produzione di alcuni video a tema molto ben fatti e particolarmente adatti a rendere l’atmosfera cupa e gotica del disco di debutto. E’ quindi con un forte dispiacere e senso di occasione perduta che rileviamo come, con questo secondo album Black Sleep, tutto questo venga abbandonato e messo da parte. Certo, abbiamo sempre un concept attorno al quale tutto il disco ruota e il titolo già ci dice qual è. In un momento come questo, un concept sulla morte appare quanto meno difficile da affrontare alla leggera, ma fortunatamente la chiave di lettura del gruppo sembra particolarmente adatta. Queste le parole del gruppo in presentazione dell’album:

Il termine Black Sleep è una metafora per la morte. 'Eternal Sleep' viene usato più frequentemente, ma volevamo un'espressione che suonasse sinistra ma anche delicata. Perché questa breve vita che viviamo è una cosa bellissima. Sbatti le palpebre ed è finita. Ancora più importante è il fatto che la morte non è nemica. L'indifferenza e una vita senza senso lo sono. Moriremo tutti prima o poi. La vita non è aspettare che ciò accada, ma è prendere tutto quello che hai per trarne il meglio

Le differenze rispetto al primo disco non si limitano comunque al solo aspetto visuale. Registrata l’uscita del batterista Gus Lipstick proveniente dagli HIM e l’arrivo di Oscar Nilsson (Engel) dobbiamo infatti notare come anche la direzione musicale sia piuttosto cambiata. L’heavy/doom di scuola Black Sabbath anni 80 con venature gothic e il suono moderno e particolare che avevano caratterizzato il debutto sembrano solo un lontano ricordo e se l’atmosfera del disco resta in alcuni episodi vagamente doomish e scura, con mid tempo potenti a scandire i brani, il suono diventa decisamente più classico e settantiano e, subito a ruota, appaiono fantasmi tutt’altro che secondari dei Rainbow, i quali riempiono in particolare i brani della prima parte del disco, mentre qua e là riaffiorano appena le sfumature doom del debutto, piuttosto che le influenze delle band di provenienza. In particolare, i fraseggi armonizzati e melodici degli In Flames, piuttosto che l’hard rock ipervitaminizzato degli Spiritual Beggars. Del tutto abbandonate invece le sfumature gothic, forse apportate proprio dall’uscente Lipstick, seppure in presenza di un tastierista fisso in formazione. Insomma, quello a cui assistiamo è un vero e proprio stravolgimento degli assunti di base del gruppo e, per chi aveva apprezzato quanto ascoltato finora, potrebbe trattarsi di una profonda delusione.
La prospettiva muta radicalmente invece per chi fosse al suo primo approccio con i We Sell the Dead, perché Black Sleep, di per sé, è un ottimo album di heavy/hard rock retrò, con spruzzate di doom e qualche sprazzo di fantasia, al di là della perfetta professionalità del quintetto, che lo rende suonato alla grande e prodotto ancora meglio. Basti prendere l’opener Caravan per cogliere infatti come l’introduzione acustica e il successivo ingresso del mastodontico riff, a metà perfetta tra Sabbath e Rainbow, esalti tanto il cantato di Papathanasio, clamorosamente a suo agio in questa veste, quanto la prestazione di tutti i musicisti, con Engelin e Olsson a regalare sprazzi di ottima musica e una melodia vincente, con tanto di refrain corale di immediata presa. La sbornia blackmoriana procede sia con il singolo Across the Water (vicina non a caso agli ultimi Spiritual Beggars) che, soprattutto, con la titletrack, con organo hammond e chitarra a rubarsi la scena e, ancora, una bella melodia con profluvio di cori a completare. Dopo la buona Carved in Stone, troviamo The Light curioso brano acustico, ottimamente riuscito ed interpretato, con bei cori e la sensazione che il gruppo intenda offrire qualcosa di più del solito compitino ben fatto. Quella delle armonizzazioni corali è una strada percorsa per tutto l’album con ottimi risultati e costituisce un ulteriore tassello della nuova identità della band. Le successive Hour of the Wolf e River in Your Blood spingono appena più sul terreno del doom, sempre in ambito hard rock, con la seconda che prende anche qualche sfumatura heavy sinfonico. Non ci strappiamo i capelli, ma ancora una volta, tutto ben fatto e interpretato alla grande. Nightmare and Dream ha un andamento più leggero e veloce, hard rock nell’anima, ricorda ancora e parecchio gli Spiritual Beggars più sbarazzini; peccato che offra un refrain un po’ troppo scontato, perché il riff iniziale e l’arpeggio centrale con le armonizzazioni vocali non erano affatto male. Stesso identico discorso per Scars in My Heart, che offre diverse soluzioni validissime e un buon andamento, con chitarre armonizzate e buone intuizioni melodiche, ma naufraga su un refrain banale. Chiude Shallow Grave, pezzone da quasi sette minuti dotato di una certa enfasi che raccoglie il messaggio dell’intero album, anticipato in apertura.

Le ragioni che hanno portato i We Sell the Dead a rivedere in maniera così forte le direttrici della loro proposta non sono dichiarate e c’è da ritenere che probabilmente il primo album non fosse andato così bene da spingere il gruppo a continuare in quella direzione. Resta comunque un po’ di delusione, perché la musica del primo disco sembrava puntare più verso il futuro, ma bisogna ammettere che il risultato finale del secondo album è tutt’altro che disprezzabile. Black Sleep si presenta così come un nuovo inizio, con un suono caloroso, potente, ispirato ai seventies fino dall’ingresso in formazione di un tastierista/organista in pianta stabile, proseguendo poi per la robusta iniezione di influenze Rainbow/Deep Purple che intersecano le primeve influenze sabbathiane. Black Sleep si fa ascoltare con piacere, rivelando gran mestiere e perfino qualche idea in più del normale. Non è un disco che passerà alla storia per il grande coraggio, questo no, ma è comunque curato fino al minimo dettaglio degli arrangiamenti e diversi brani sono decisamente di ottimo livello. Se non avete mai sentito parlare di loro, concedetegli un ascolto. Se avevate apprezzato il primo album e vi aspettate un seguito, invece, dovrete probabilmente farne a meno e capire se questa nuova veste può ancora interessarvi. Classico, ma ispirato.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2020
earMUSIC
Heavy
Tracklist
1. Caravan
2. Across the Water
3. Black Sleep
4. Carved in Stone
5. The Light
6. Hour of the Wolf
7. River in Your Blood
8. Nightmare and Dream
9. Scars in My Heart
10. Shallow Grave
Line Up
Apollo Papathanasio (Voce)
Niclas Engelin (Chitarra)
Petter Olsson (Tastiera)
Jonas Slättung (Basso)
Oscar Nilsson (Batteria)
 
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