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The Great Old Ones - Cosmicism
22/03/2020
( 1220 letture )
Provengono dall’idilliaca Bordeaux, ma reclamano la cittadinanza della perduta R’lyeh, suonano black metal ma hanno da tempo rinnegato Baphomet in favore di divinità più oscure: signori e signore, ritornano sulla scena i sommi cantori degli orrori cosmici lovecraftiani, i The Great Old Ones . La loro nuova creatura risponde al nome di Cosmicism, ed ha il difficile compito di confermare il picco qualitativo che la band aveva raggiunto due anni fa con lo splendido EOD: A Tale of Dark Legacy. Il quartetto francese compie il suo decimo compleanno, ed inaugura la parte centrale della propria carriera: questo Cosmicism diventa il banco di prova decisivo su cui confermare quella maturità compositiva e concettuale raggiunta nel disco precedente. La band è stata infatti protagonista di un costante crescendo, chiaramente frutto di riflessione accurata e studio, in cui si sono andate a limare le problematiche dei primi (comunque buoni) lavori, esaltando invece le qualità più particolari della propria proposta.

I The Great Old Ones esordiscono nel 2009 con Al Azif, un buon disco che li pone subito fra le promesse più interessanti del genere, che tuttavia condivide moltissimo con la produzione atmospheric black più “canonica”, mancando di quella personalità inconfondibile che caratterizza gli album successivi. Il problema viene risolto ottimante già dal successivo Tekeli-li, il vero e proprio inizio della scalata qualitativa dei quattro, che delinea un profilo musicale più marcato ed originale, definendo le fondamenta della musica dei The Great Old Ones. Non solo, anche poetica ed estetica si esplicitano completamente, proponendo caratteristiche, come la breve intro e lo stile delle copertine, che restano ad oggi invariate. Si arriva dunque al terzo nato, EOD, che completa l’opera scultorea delineando con precisione la personalità del sound dei francesi, trasformando il post black dell’esordio in qualcosa di unico, che permette alla band di sfornare il proprio album migliore, che conosce picchi emotivi di altissimo livello (ascoltare Mare Infinitum per credere). Date queste premesse, è naturale che mi sia avvicinato a questo Cosmicism con aspettative altissime che, giusto per metterlo subito in chiaro, non sono state deluse.

Saltiamo l’intro Cosmic Depths e gettiamoci direttamente negli abissi oceanici evocati dalle sei tracce rimanenti: ancora una volta la proposta musicale dei francesi non si rivoluziona in maniera radicali, ma si raffina lievemente, limando e modificando alcune proprie coordinate stilistiche. Il suono delle chitarre si fa più tagliente rispetto all’uscita precedente: abbandonate le tonalità ribassate, quasi post metal, di EOD, questo Cosmicism recupera infatti parte del gelo nordico tipico del black più puro. Quell’intuizione riguardo la musica dei The Great Old Ones , condivisa spesso da critica e fan, si ripropone con forza ancora maggiore: sotto i marasmi delle influenze sludge e doom della band, molto del loro lavoro di riffing richiama incredibilmente lo stile degli Immortal, per quanto filtrato in chiave post. Le sfuriate in tremulo picking, seguite da sezione più quadrate e rocciose, debitrici al metal classico degli ottanta sono marchio di fabbrica della band norvegese; così come il gusto epico degli arpeggi. Tutte caratteristiche che, traccia dopo traccia, emergono ancor più che in precedenza durante questo Cosmicism, andando a formare il retroterra puramente black dei francesi. Sludge e doom sono ancora presenti nel calderone, ma è evidente come l’intero sound sia più aperto, più arioso: la narrazione dell’album, tanto nelle sue melodie quanto nel comparto vocale è più titanica che disperata. L’album è più veloce, tagliente e solenne dei tre che l’hanno preceduto, e quello che perde in pesantezza lo guadagna in epicità, riportando il proprio baricentro su territori più tipicamente black metal. Detto ciò è chiaro anche dal primo ascolto che questo non riduce l’originalità della proposta, né fa un passo indietro nella naturale evoluzione della band: semplicemente questo disco è scritto e pensato per evocare atmosfere lievemente differenti rispetto ad i suoi predecessori, e questo viene perfettamente rispecchiato anche nella scelta dell’effettistica. Il cosmo oscuro e apocalittico lovecraftiano era stato precedentemente interpretato dalla prospettiva dell’individuo umano, schiacciato da forze inconoscibili e terrificanti: i toni della prima trilogia dei francesi erano quelli della discesa nella follia, dell’oppressione, della forza terribile dell’ignoto. In musica ciò era tradotto in dissonanze e riffing nevrotico, nei rallentamenti esasperanti del doom di una The Ritual, ad esempio. Ad essere state esplorate erano le profondità dell’abisso marino, le acque melmose in cui si perdono le menti di coloro che vengono toccati dalla follia. Cosmicism, già dal titolo, allarga i propri orizzonti alla dimensione cosmica dell’orrore. Non più limitato all’esperienza individuale, non più bloccato nella completa ignoranza, lo sguardo dell’uomo si dispiega su un cosmo di forze soverchianti ed immense, che annullano ogni speranza di antropocentrismo innanzi a profondità inconoscibili: la conoscenza spalanca il baratro del vero terrore, l’ignoranza era, forse, una benedizione. La chiave interpretativa di ogni disco dei The Great Old Ones è nel titolo dell’intro: in Tekeli-li Je ne suis pas fous annunciava il tema della follia, in EOD Searching for R. Olmstead annunciava la discesa nelle profondità marine di Innsmouth, in Cosmicism Cosmic Depths appare dichiarare l’apertura del nostro sguardo ad un orizzonte più ampio e terribile, all’universalizzazioni dei terrori che in precedenza erano stati provati da singoli individui.

Cosmicism è un’altra prova di forza dei The Great Old Ones . Come tutti i loro lavori è un album compatto, da ascoltare tutto d’un fiato e dunque provare a dare un track-by track credo sia abbastanza inutile. Tuttavia, se non si è ancora pronti all’esperienza narrativa e concettuale dei cinquanta minuti di quest’ottimo disco, un buon punto d’inizio possono essere i due pezzi più d’impatto del lotto: The Omniscent, con il suo tiro prettamente black ed un paio di riff particolarmente d’effetto, e la conclusiva Nyarlothotep, che al contrario esalta la componente doom della band e la dimensione più epica dell’album. Un ulteriore plauso va fatto all’artwork di Jeff Grimal, per gusto personale uno dei più belli all’interno del genere, e che coglie perfettamente lo spirito e le tonalità cromatiche del disco.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
76.33 su 6 voti [ VOTA]
gianmarco
Martedì 24 Marzo 2020, 5.39.46
1
bravi
INFORMAZIONI
2019
Season of Mist
Black
Tracklist
1. Cosmic Depths
2. The Omniscient
3. Of Dementia
4. Lost Carcosa
5. A Thousand Young
6. Dreams of the Nuclear Chaos
7. Nyarlathotep
Line Up
Benjamin Guerry (Voce, Chitarra) Alexandre "Gart" Rouleau (Chitarra) Aurélien Edouard (Chitarra) Benoit Claus (Basso) Léo Isnard (Batteria)
 
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