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Gentle Giant - In a Glass House
28/03/2020
( 656 letture )
La tecnologia moderna ci rende indubbiamente una generazione fortunata, ci dà la possibilità, con un numero esiguo di click, di avere accesso alla discografia di qualsivoglia artista, vivente e non. Seduti alla nostra scrivania, in viaggio nella nostra macchina oppure in qualsiasi luogo con il nostro cellulare possiamo rivivere brani di mezzo secolo fa oppure goderci concerti registrati andati in scena negli anni d’oro della nostra band preferita. Siamo una generazione fortunata, facciamone buon uso. Ma se potessimo scegliere di vivere in prima persona un momento storico, non avrei dubbi, preferirei godermi le emozioni del periodo florido del progressive rock britannico dei primi anni ’70. Si fa quasi fatica ad indentificare un disco che non valga la pena di ascoltare proveniente da quegli anni, sono migliaia le uscite concentrate tra il 1969 e il 1975 e tra queste fanno certamente parte le formidabili gesta dei Gentle Giant. Formatisi nel 1970, In A Glass House prende forma nel 1973 ed è addirittura il quinto lavoro della band inglese, segno della grande prolificità che tutti i gruppi possedevano in quegli straordinari anni nel movimento prog. Il titolo calza a pennello per due motivi: il primo sicuramente riguarda un detto britannico "Those who live in glass houses shouldn't throw stones", tradotto letteralmente “quelli che vivono in case di vetro non dovrebbero tirare pietre”. In italiano ha più senso confrontato con il nostro celebre bue che dà del cornuto all’asino, per dire che non si dovrebbe criticare un’altra persona che ha il nostro stesso difetto. Il secondo motivo, quello poi che ci interessa maggiormente, riguarda le scelte musicali, l’apertura del disco infatti avviene con il suono di vetri che si frantumano, probabilmente proprio a seguito del lancio di pietre. Questo rende coesi i testi con le melodie e rende il lavoro omogeneo, senza difetti, una perla che a distanza di 47 anni brilla ancora oggi.

Come accennavo, il suono di vetro che si frantuma si trasforma progressivamente nella melodia vera e propria, con una transizione verso le decine di strumenti che hanno contribuito alla realizzazione di questo album. Un rapidissimo sguardo alla lineup basta a farci rendere contro della complessità compositiva di ogni singola canzone, chitarre che si fondono con i sassofoni per poi confluire nel mellotron, organo hammond, violini e chi più ne ha più ne metta. Il tutto mixato meticolosamente negli studi Advision di Londra, città pulsante dell’attività di rock progressivo britannico. La voce a tratti onirica di Derek Shulman, che sembra giungere da un’altra dimensione, completa il comparto melodico di The Runaway, un frenetico palcoscenico per l’estrema tecnica del quintetto. I ritmi si placano bruscamente nella seconda An Inmate’s Lullaby, una docile ninna nanna, come suggerito dal titolo, che però si rivela essere inquieta: inmate infatti significa carcerato. La voce qui assume la funzione di strumento andando ad intonare vocalizzi per completare lo scarno comparto strumentale, dominato dal lavoro di Kerry Minnear, funambolo delle tastiere ma non solo. La terza e ultima traccia del lato A è Way Of Life, un brano allegro e brioso, con un ritmo molto più frenetico e rapido scandito dai riff di basso di Ray Shulman, lasciando spazio alla chitarra da 6 e 12 corde di Gary Green di lasciarsi trasportare in assoli complessi e arzigogolati. Qui i minuti di tecnica sfrenata sono poco più di 8, le modalità con cui sono stati ideati i due lati sono speculari, la struttura del lato B è praticamente identica al lato A: due brani lunghi e complessi inframezzati da una ballad più introspettiva. Alla fine la durata complessiva non è alta, non si arriva ai 40 minuti totali, questa soluzione alleggerisce l’ascolto e fa apprezzare maggiormente le singole canzoni.

Una delicata sezione di rock progressivo apre il lato B del disco la cui prima traccia è Experience. Difficile non rimanere ammaliati di fronte alla tecnica dei Gentle Giant nell’era migliore della loro carriera. A metà brano c’è spazio anche per i virtuosismi vocali di Derek Shulman per chi ama i ritornelli da cantare, questo per sottolineare come la tecnica del quintetto non vada a sfavore della musicalità, anzi, tutt’altro. Il fade out finale confluisce verso A Reunion, brevissimo intermezzo di due minuti che assume i tratti di una delicata ballad dove il protagonista assoluto è il vocalist inglese, accompagnato da un leggero arpeggio di chitarra. La ciliegina sulla torta è tenuta in serbo per il finale, la title track è il pezzo da novanta del lavoro, oltre ad essere anche la più lunga ed elaborata. Il consiglio è quello di lasciarsi cullare dalle decine di strumenti presenti in questo brano del tutto incredibile, ma senza mettere in secondo piano i testi. L’importanza di un buon paroliere nella band non è da trascurare, in quegli anni molti gruppi utilizzavano il prog anche per critiche politiche come ad esempio i Genesis di Selling England By The Pound, pertanto l’attento ascolto delle parole aggiunge un valore notevole al brano. Gli elogi si sprecano di fronte a quest’ultima traccia, lo stile incredibilmente vario di Derek Shulman unito alla poliedricità di Gary Green e soci lascia davvero senza parole. Piccola curiosità, vi ricordate quando Elio e le Storie Tese concentrarono in un minuto la loro canzone al festival di San Remo? Qui i nostri riescono addirittura a fare lo stesso ma in soli venti secondi, nella traccia fantasma Index che da sola riassume tutto l’album, proprio sul finale del disco.

Era lecito nel 1973 chiedersi se i Gentle Giant, fondati dai fratelli Shulman, sarebbero riusciti a proseguire con l’abbandono di uno di essi, cioè Phil Shulman. In A Glass House è la prova che la risposta a questo quesito è affermativa. I nostri hanno superato l’abbandono, seppur non eguagliando i fasti di Acquiring The Taste, ma regalandoci comunque un disco validissimo che ripreso in mano a 47 anni di distanza riesce ancora a stupire per la sua incredibile unicità.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
86.2 su 5 voti [ VOTA]
Galilee
Venerdì 3 Aprile 2020, 14.00.24
5
Questo mi manca, ho solo i primi 4, ma se la qualità è la stessa...
angus71
Martedì 31 Marzo 2020, 13.28.26
4
c'è solo da allinearsi ai vostri commenti. gruppo immenso, difficile ma che ti porta dentro ad un mondo fantastico. pura goduria sentirli.
Le Marquis de Fremont
Sabato 28 Marzo 2020, 18.32.51
3
Questo, assieme a Three Friends, se mi ricordo bene, è il primo album che ho acquistato degli eccellenti Gentle Giant. Aveva una parte della copertina plastificata e trasparente (delicatissima e un po' rovinata, poi con gli anni...). Ci misi un po' ad assimilare la loro musica che non è immediata proprio per la complessità strumentale coinvolta e la grande tecnica compositiva, fatta di continui cambi di situazione, ognuno di una bellezza unica, una volta che l'hai assimilata. Poi, comprai di botto tutti gli altri album usciti fino a quel momento. E gli ascolto ancora spesso e volentieri. Inutile aggiungere altri aggettivi e iperboli alla ottima recensione. Tutti gli album dei Gentle Giant sono dei capolavori. Nessun dubbio. Da avere e ascoltare (con vini da meditazione o grappe complesse...). Au revoir.
claudio
Sabato 28 Marzo 2020, 17.20.26
2
sono veramente complicati, eppure si sente che hanno un anima e questo li rende unici
Kiodo 74
Sabato 28 Marzo 2020, 14.39.39
1
Possiedo in vinile sia Acquiring The Taste che Octopus e sono due capolavori..... Un Prog Rock classico e di classe che non stanca ed innervosisce però..... Credo che qualsiasi cosa facciano questi la trasformino in oro..... Musicisti con i mega attributi!
INFORMAZIONI
1973
Vertigo
Prog Rock
Tracklist
1. The Runway
2. An Inmate’s Lullaby
3. Way Of Life
4. Experience
5. A Reunion
6. In A Glass House

Line Up
Derek Shulman (Voce, Sassofono)
Gary Green (Chitarra a 6 e 12 corde, Tamburello, Mandolino)
Kerry Minnear (Tastiere, Organo Hammond, Mellotron, Marimba, Vibrafono, Timpano, Violoncello)
Ray Shulman (Basso, Chitarra Acustica, Violino, Cori)
John Weathers (Batteria, Campanaccio)

 
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