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Dool - Summerland
29/03/2020
( 1129 letture )
Nati dallo scioglimento dei notevoli The Devil’s Blood, che con soli tre dischi hanno lasciato un testamento importante alla scena retro rock più occulta, i Dool sono una delle due incarnazioni generate dalla band madre: la prima rappresentata dalla cantante Farida Lemouchi – sorella del defunto Selim Lemouchi, mastermind dei The Devil’s Blood, e che nel disco qui recensito fa una breve ospitata sul brano The Well’s Run Dry – coi suoi The White Faces, spariti nel giro di poche esibizioni live, la seconda invece capeggiata dal batterista Micha Haring e dal bassista Job van de Zande, che ha poi lasciato la formazione nel 2017. A quest’ultima line up si sono ben presto aggiunti i chitarristi Nick Polak e Reinier Vermeulen, già attivi nella scena indie rock olandese, e la cantante-chitarrista Ryanne van Dorst, dapprima dedita al country. La formazione a tre chitarre tra l’altro era caratteristica dei già citati The Devil’s Blood, dei quali i Dool hanno raccolto a piene mani il testimone.

Nel 2017 quindi i cinque olandesi pubblicano il primo album Here Now, There Then, che viene accolto all’unanimità come un ottimo disco, mostrando in controluce parte del vecchio retaggio derivante dalla band madre, ma anche e soprattutto abbondanti innesti darkwave, post rock e folk, ammantati da un’aura psichedelica sempre ben presente. Segue quindi nel 2019 il breve Ep Love Like Blood, intitolato come l’omonimo e celbre brano dei Killing Joke, che i nostri si divertono a coverizzare in maniera piuttosto fedele, ma questo episodio rimane solo un piccolo divertissement, che ci dà solo l’ennesima dichiarazione d’intenti da parte dei nostri. Infatti è col nuovissimo Summerland che i Dool potrebbero spiccare definitivamente il volo, perché se già l’album di debutto si faceva notare, al cospetto di questi nuovi nove brani esso rischia di impallidire; gli olandesi stavolta hanno fatto le cose in grande, registrando i brani tra il Belgio e la Svezia con Martin Ehrencrona (che ha plasmato il suono degli ultimi Tribulation) e terminando il missaggio e il mastering con Magnus Lindberg, batterista dei Cult Of Luna. Il suono del disco è quindi in buona parte già definito da queste poche indicazioni: un gothic rock nerissimo e dal forte appeal psichedelico, che non disdegna incursioni nel post metal e nel prog; i brani si mantengono in generale su tempi medio-lenti, ma sempre incalzanti, guidati dalla voce androgina e sciamanica della van Dorst, che talvolta richiama i Placebo più cupi, talaltra i Cure del periodo Wish. La vocalità della frontgirl è davvero una particolarità non indifferente nell’economia del sound degli olandesi, ma ad essa si aggiunge il lavoro egregio svolto dalle chitarre, quasi sempre arpeggiate e dal suono leggermente sporco, ingrossato da strati di riverberi, delay e chorus, sulla scia del dark rock anni 80; ciliegina sulla torta il basso del nuovo entrato John-Bart Van Der Wal, che gode dei migliori suoni sentiti su un disco rock da anni a questa parte. Vi basti l’iniziale Sulphur Starlight per capire di cosa si sta parlando: lenti ed inquietanti arpeggi di chitarra che introducono ben presto un basso magniloquente, che si prende tutto lo spazio sonoro, rimanendo poi da solo a sostenere la melodia lasciva intonata dalla van Dorst. Bastano pochissimi minuti per rendersi conto della maniacalità e dell’organicità della produzione, che suona cristallina e ben definita, ma assolutamente reale e viva, tanto gode di presenza e densità. Questa caratteristica segna in modo assoluto tutti i brani del disco, che mettono in campo pochi ingredienti, ma tante soluzioni diverse per amalgamarli tra loro, riuscendo ad esaltare man mano ogni singolo componente del gruppo mantenendo però l’integrità e il bilanciamento giusto per le singole canzoni.

Torniamo per un attimo ora al titolo dell’album: Summerland è un termine che deriva dal paganesimo, spiega Ryanne van Dorst, e che sta a simboleggiare un ipotetico paradiso o nirvana, il luogo definitivo del piacere sensoriale e spirituale; attraverso i testi dell’album la cantante cerca di invocare questa dimensione appartenente all’aldilà e rappresentata sul piano umano dal sesso, dalla magia e dalla trance sciamanica. L’obiettivo che l’uomo deve ricercare è l’estasi suprema della mente e dei sensi, che condurrà poi alla reincarnazione spirituale. L’ispirazione per comporre i testi deriva anche dalla lettura e dall’interpretazione del romanzo del 1978 Al di là dei sogni di Richard Matheson (dal quale è stato poi tratto nel ‘98 il film omonimo con Robin Williams, tra l’altro), visto come una moderna rappresentazione dei danteschi gironi dell’Inferno. Tutto questo per dire che la dimensione occulta non manca nella proposta dei Dool, così com’era parte integrante nei The Devil’s Blood, e i testi dell’album riescono ad essere interessanti anche ad una lettura isolata dalla musica.

Summerland è un disco che si deve ascoltare tutto d’un fiato per potersi immergere nella sua atmosfera decadente e gotica, ma riesce ad essere incredibilmente notevole in alcuni episodi come Wolf Moon, che gode del miglior riff del disco, con un mood à la Porcupine Tree (pensate a The Sound Of Muzak) che viene stemperato in un ritornello epico e fortemente corale. Nella seconda metà del brano spicca ancora il basso, col suo suono roccioso e sostenuto, che si contrappone alla leggerezza ai limiti del dream pop delle chitarre. Ancora protagonista il basso pure nella seguente God Particle, che ha un groove post-hardcore invidiabile e decisamente aggressivo fino al momento del ritornello, che apre ancora una volta ad uno scenario melanconico e deprimente, dove la van Dorst grida in modo disperato mentre descrive un legame ancestrale con l’universo intero. Sono numerosi i simboli esoterici elencati lungo il corso dei testi dell’album e l’analisi di ognuno di essi richiede una ricerca personale non indifferente.

La durata elevata della titletrack e del brano finale Dust Shadows sottolineano ancora una volta come i Dool siano in grado di mescolare le loro influenze per creare articolate impalcature sonore capaci di annichilire l’ascoltatore col loro elevato grado di oscurità e spleen. In particolare il brano conclusivo si erge come una vera cattedrale sonora, che dilata i tempi e costruisce strati di suono dominati dalle chitarre, figlie della scuola post metal scandinava. La voce della van Dorst viene letteralmente inghiottita dal sound del resto della band, rimanendo un’entità lontana e appena percepibile, come ben sottolineato dalle parole del testo, ancora una volta estremamente criptico ed evocativo.

Ogni brano meriterebbe di essere menzionato, ma mi limito a nominare Ode To The Future, unica concessione al folk, che parte con un mood quasi scanzonato capace di ricordare addirittura gli Oasis dei bei tempi andati, per poi mutare progressivamente forma in una ballata gotica che mette in risalto la mai troppo evidenziata femminilità della frontgirl del gruppo, e infine Be Your Sins, cavalcata semi-hard rock che vede un indiavolato Per Wiberg (ex Opeth ed ex Spiritual Beggars) all’organo nella parte finale, che si alterna con le chitarre di Polak e Vermeulen in un assolo dal sapore parecchio settantiano.

In definitiva Summerland si presenta come uno dei dischi più interessanti e stimolanti di questo nefasto 2020, che porta di diritto i Dool nel campionato di quelli che contano e che sicuramente avrebbe fatto la felicità anche del buon Selim Lemouchi, il quale aleggia austero sulla musica dei cinque olandesi col suo carico di occultismo in salsa rock. Sicuramente la band non inventa quasi nulla, giocando a smontare e rimettere insieme le caratteristiche salienti del rock gotico, del dark e del post metal con strutture ora immediate, ora invece più prog, ma lo fa dannatamente bene e con una classe invidiabile e con una produzione ineccepibile, la quale riesce davvero a dare una marcia in più all’intero album. Summerland per questo motivo non si limita ad essere un disco rock/metal, ma può permettersi di puntare ad una platea indubbiamente più ampia; forse in certi punti i Dool sono un po’ prolissi, questa è un’osservazione legittima, ma nell’economia del disco questa caratteristica non incide in modo così invadente, anzi. Vedremo come Ryanne van Dorst e i suoi compagni trasporranno in sede live – appena sarà possibile – questo ambizioso lavoro e la risposta di cui godranno nei prossimi mesi. Noi non possiamo che augurarci di poter ammirare al più presto i Dool sui palchi italiani e nel momento in cui accadrà vorrà dire che i tempi saranno meno funesti. Intanto godiamoci Summerland in tutto il suo decadente splendore, sarà in grado di accompagnarci nel nostro viaggio per moltissimo tempo. Complimenti vivissimi agli eredi legittimi dei The Devil’s Blood, capaci di comporre musica che aspira all’eternità.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
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Graziano
Giovedì 7 Maggio 2020, 19.04.30
7
Piano piano ti entra sotto pelle e non ti lascia più. Ostico all'inizio poi cresce esponenzialmente.
Underground
Martedì 14 Aprile 2020, 17.41.54
6
@Blackmeout: ciao Akex, grazie per il messaggio sotto. Sai chi sono i Molasses? Presumo di sì, in caso contrario e magari a chi non li conosce, sono il nuovo gruppo (da un paio di anni) di Farida dei Devil's Blood con anche altri ex del gruppo olandese. Notizia di oggi che hanno firmato un contratto con la label francese Season Of Mist e pubblicheranno il debut album nell'autunno 2020 😉
Black Me Out
Lunedì 13 Aprile 2020, 19.04.11
5
Felicissimo di leggere il tuo commento @Underground, che condivido pienamente. Spero anzi che in molti possano ascoltare questo disco, anche se sicuramente non è di facile approccio, come sottolinei tu. Ma la parola chiave, almeno per me, è proprio quella che hai usato tu: soddisfazione. E quanto rimpiango i The Devil's Blood!
Underground
Lunedì 13 Aprile 2020, 18.29.25
4
Disco lungo che ha bisogno di ripetuti ascolti per riuscire a cogliere tutte le sfumature del sound proposto: partendo da quanto fatto dai troppo poco rimpianti The Devil's Blood gli olandesi creano un loro personale sound condito dalla voce quasi onirica della cantante che crea paesaggi sognanti dove la sezione ritmica cesella, soprattutto col basso, un fondo riempito dalle chitarre con arpeggi sognanti e psichedelici. Non di facile ascolto, ma di grande soddisfazione, uno dei migliori dischi dell'anno sicuramente.
Graziano
Domenica 29 Marzo 2020, 23.27.01
3
L'esordio l'ho amato. Non vedo davvero l'ora esca il seguito. E dalla recensione vedo che non delude!! Aspettativa altissima!
Black Me Out
Domenica 29 Marzo 2020, 20.04.32
2
Grazie mille per i complimenti @GIaxomo, troppo gentile! Come ti ho già detto, ti aspetto al varco, appena ascolterai. E spero che possano ascoltarlo più persone possibile questo disco.
Giaxomo
Domenica 29 Marzo 2020, 18.07.45
1
Come ti dicevo prima, passerò non appena sarà disponibile! Poi questa parte "...il lavoro egregio svolto dalle chitarre, quasi sempre arpeggiate e dal suono leggermente sporco, ingrossato da strati di riverberi, delay e chorus, sulla scia del dark rock anni 80" fa salire l'acquolina. Ciao Alex...e ottima recensione, come sempre!
INFORMAZIONI
2020
Prophecy/Productions
Gothic / Rock
Tracklist
1. Sulphur & Starlight
2. Wolf Moon
3. God Particle
4. Summerland
5. A Glass Forest
6. The Well’s Run Dry
7. Ode To The Future
8. Be Your Sins
9. Dust & Shadow

Line Up
Ryanne van Dorst (Voce e chitarra)
Nick Polak (Chitarre)
Reinier Vermeulen (Chitarre)
John-Bart Van Der Wal (Basso)
Micha Haring (Batteria)

Musicisti ospiti
Per Wiberg (Organo)
Farida Lemouchi (Cori)
Okoi Jones (Cori)

 
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