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Bachi da Pietra - Necroide
30/03/2020
( 725 letture )
Per quanto non provenienti da territori direttamente legati ai generi musicali di solito trattati su questa testata, il nome dei Bachi da Pietra sarà probabilmente noto a molti di voi lettori, a causa della recente svolta nel sound, e conseguente popolarità. Il duo nasce a Nizza Monferrato ad opera di Davide Succi, voce e cordofoni, a cui si aggiunge Bruno Dorella (già negli OvO), adepto ad un batterismo minimale giocato su timpano, rullante, piatto Ride e hi hat. Il disco d’esordio, Ritorno alla terra, viene registrato in una cripta e traccia già lo stile musicale che la band avrebbe seguito negli anni successivi: un blues minimale sporcato di noise e rumoristica, a fare da infrastruttura sonora al cantato greve di Succi. Sono queste le coordinate anche dei lavori seguenti, fino al giro di boa stilistico, un vero e proprio stravolgimento, avvenuto con Quintale, nel 2013: la chitarra acustica lascia il posto ad una sei corde pesantemente distorta, il blues minimale si trasforma in qualcosa di polimorfo e di difficile definizione (un heavy rock/indie/blues/chi più ne ha più ne metta), dalle influenze caleidoscopiche, più pesante nei suoni ma dall’anima decisamente più pop. La particolarità della proposta frutta alla band un certo nome nel panorama alternative italiano, cosa che si traduce anche in una folta schiera di live, sede in cui la proposta del duo si esalta, nonostante la scarna formazione. L’album qui recensito, Necroide, arriva nel 2015 e propone la stessa variegata sfera di ispirazione, ma appesantisce e velocizza ancora di più il sound, buttando nel calderone anche le reminiscenze metal giovanili di Succi. Necroide è un ibrido che merita di stare tanto nella sezione low gain che in quella standard di questa webzine, nel suo alternarsi di sfuriate in stile Slayer, tempi funky e ispirazione cantautoriale. Andiamo ora a sviscerare nel dettaglio la tracklist, dato che l’enorme varietà della proposta richiede un’analisi musicale più nella dimensione del track-by-track che dell’album nell’intero.

Apre le danze Black Metal il mio Folk: come già si capisce dal titolo questo è uno dei pezzi più cupi e pesanti dell’intero lotto, non sarà black metal in senso stretto, ma suona aggressivo quanto basta a soddisfare gli amanti dell’estremo. Voce in simil-growl pesantemente filtrata e ritmiche tribali sono le caratteristiche salienti del pezzo, oltre ad il riffing quadrato ed un ritornello ispirato ed ossessivo, che si chiude con una bella accelerazione sul finale. Il tutto porta anche con sé un retrogusto stoner/sludge, dovuto alle radici blues del duo, che si esprimono al meglio in Slayer & the Family Stone, titolo che fonde i beneamati paladini del thrash e la band funk Sly & the Family Stone: il gioco di parole diventa gioco musicale, il pezzo infatti fonde armonicamente un tappeto rock con suggestioni provenienti da entrambe le band, con qualche spezzone pesante vagamente in stile Slayer e momenti più funk. Più aggressiva e irriverente Fascite Necroide, che resta in tema Slayer, questa volta direttamente nel testo: si fa riferimento infatti alla morte di Jeff Hanneman, deceduto a causa di una fascite necrotizzante, dovuta al morso di un ragno, come spunto su quanto ironica e beffarda sia a volte la morte.


Fascite necroide
Ecco come un insetto ti fotte
Fascite necroide
Ha un nome perfetto e beffardo la morte per Jeff



Si prosegue con Tarli Mai, ed è la volta di uno stoner blues da revival settantiano che sembra uscito dalla penna dei Kadavar, ancora una volta una parafrasi in chiave metal delle radici musicali del duo. Si ritorna su terreni tribali con Voodoviking, manifesto poetico e pezzo simbolo dell’album: Necroide si muove tra il voodo delle paludi della Louisiana e le razzie dei guerrieri scandinavi, tra l’iconografia metal e quella del blues primordiale. La canzone è fra le migliori dell’album, di sicuro la più aperta, scanzonata, e spudoratamente hard rock, ancora una volta impreziosita dalle ottime lyrics e dal ritornello catchy. Entriamo nella seconda metà dell’album con il delirio di Apocalinsect, quattro minuti in cui vocals dalle metriche tipiche della musica afroamericana dominano un riffing alla Pentagram, il tutto deviato da un’effettistica da elettronica da fine anni settanta. Si torna ad un mood più tipicamente Bachi da Pietra con Virus del Male, racconto di nostalgia adolescenziale che intreccia i primi approcci alla musica e alle donne, nella cornice grigia di periferie e magazzini abbandonati. Il quartetto conclusivo abbandona i momenti più scanzonati della prima parte del disco e infila due dei pezzi più veloci e violenti che i Bachi abbiano da proporre, Feccia Rozza e Danza Macabra, e due di quelli più "doomish", Cofani Funebri e Sepolta Viva. I primi due hanno il sapore tribale dei Sepoltura e le ritmiche punk dei Motörhead, unito ad un riffing serratissimo ed una prestazione vocale nervosa ed efficace. Sepolta Viva è, caso unico su questo Necroide, letteralmente un pezzo in stile “vecchi” Bachi da Pietra per melodie e strutture, con la semplice aggiunta della distorsione: più lento e introspettivo risulta comunque un esperimento ben riuscito. Cofani Funebri è la mia personale scelta per il titolo di miglior brano del disco, una marcia di doom abrasivo che piacerà ai fan dei Conan, arricchita dal solito delirio nelle lyrics:


Fernando ha un calendario
Nella sua strana officina
Dice che ha più carne buona appesa lui
Del macellaio in vetrina
Cofani funebri con su le tipe in lingerie
Mi dice la bara è la tua
La tipa è la mia
Bella o passabile va bene uguale
Se sono chiuso nel mio cofano
Posso aspettare



Il quadro complessivo che emerge all’ascolto di Necroide è indubbiamente positivo, in particolare se posto nel contesto della scena indie/alternative italiana, nella quale sono attivi i Bachi. Il disco scorre fluido grazie all’enorme varietà delle sue fonti di ispirazione, riuscendo a creare un’alchimia sonora assolutamente originale ed armoniosa, riuscendo a legare influenze musicalmente molto distanti in maniera coerente ed efficace. Il fil rouge stilistico che permette questo è l’anima minimale della band, rimasta immutata anche dieci anni dopo grazie al sound genuino, diretto e non troppo raffinato, con pochissimo lavoro tecnico in studio di registrazione e scarsissime sovraincisioni. Plauso anche al comparto lirico, che si mantiene sempre sugli ottimi livelli già visti nei lavori precedenti della band e si avventura in territori più schizoidi e dissacranti rispetto a quanto visto in passato, in accordo con la natura più accessibile, più rock, della musica qui proposta da Succi e Dorella.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
76.5 su 8 voti [ VOTA]
-MXS-
Mercoledì 1 Aprile 2020, 16.48.31
3
grandissimi i Bachi e grande album! anche se il mio pezzo preferito, Fessura, è in Quintale
Kiodo 74
Martedì 31 Marzo 2020, 15.06.38
2
Grandissima band.... Sempre innovativa e coinvolgente....il loro Quintale è un discone che ho consumato negli ultimi anni.....questo lo trovo leggermente inferiore ma ascoltabilissimo.... Voto 75. Ossequi!
freedom
Martedì 31 Marzo 2020, 14.44.55
1
Disco fantastico!
INFORMAZIONI
2015
La Tempesta
Inclassificabile
Tracklist
1. Black Metal il mio Folk
2. Slayer & The Family Stone
3. Fascite Necroide
4. Tarli Mai
5. Voodoviking
6. Apocalinsect
7. Virus del Male
8. Feccia Rozza
9. Cofani Funebri
10. Sepolta Viva
11. Danza Macabra
Line Up
Davide Succi (Voce, Chitarra)
Bruno Dorella (Batteria)
 
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