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Dark Fortress - Spectres from the Old World
15/04/2020
( 865 letture )
Il moniker Dark Fortress emana scetticismo, e per molti rimane un mistero da più di trent'anni. Non perché lo stile del gruppo sia criptico, bizzarro o incomprensibile, al contrario. Il problema è che stiamo parlando di un gruppo del quale non si è mai ben capito a quale nicchia appartenga.
I Dark Fortress, infatti, sono partiti con un debutto che risultava essere molto debitore di gruppi quali Dissection e Iron Maiden (quel Tales from Eternal Dusk del 2001, ancora oggi apprezzato dagli appassionati per queste caratteristiche, anche grazie al suono molto vintage delle chitarre), si fermarono per pochissimo tempo in campi gothic/symphonic black con tastiere annesse (Profane Genocidal Creations, su carta basato sulle orchestrazioni dei primi Agathodaimon con l'intento compositivo di Chuck Schuldiner, ma nei fatti inascoltabile a causa di una produzione che non si sposava affatto con il materiale e a causa della cospicua durata di oltre un'ora) e tentarono di fare il verso al black più classico dei Gorgoroth con un album più violento e meno fantasioso negli arrangiamenti (Stab Wounds).

A partire da Eidolon (2008), era ormai chiaro che i Dark Fortress volevano a tutti i costi continuare come act "spaccatutto", combinando le orchestrazioni di tastiere e le atmosfere magniloquenti dei Dimmu Borgir di Spiritual Black Dimensions con la velocità e la precisione esecutiva dei contemporanei Behemoth, dando luce a una serie di album bestiali ma abbastanza disperati, intervallati da varie tracce più lente che ricalcavano il doom/classic metal più generico. Per quanto Florian Maier -aka "Morean"- (rinomato compositore e arrangiatore di musica sinfonica al di fuori del metal) fosse un perfetto clone di Shagrath, in molti lo preferivano come chitarrista negli Alkaloid e nei Noneuclid, progetti in cui dava anche sfogo al suo background originario, il death metal con qualche tocco di flamenco. Con tutti i membri già occupati in altri progetti altrettanto di valore (V. Santura"- è già chitarrista dei Tryptikon e dei Noneuclidassieme al batterista Seraph), purtroppo i Dark Fortress dovettero ridimensionare la loro attività in studio e dal vivo, ma d'altro canto questo è il prezzo da pagare per chi vuole vivere solo di musica.

Il lavoro di scrittura, produzione e registrazione del qui presente Spectres from the Old World è stato molto duro, considerando il gap temporale da Venereal Dawn. Secondo alcune interviste, V. Santura aveva cominciato già dal 2015 a buttare giù idee per i suoi progetti, scrivendone, a suo dire, abbastanza per "due o tre album": considerata la cura negli arrangiamenti e nella produzione, si può dire che l'attesa sia stata ripagata. L'album ha una struttura asimmetrica, diviso in tre sezioni da altrettanti interludi, di cui due che separano l'undicesima traccia dalle altre. L'introduzione di doppia cassa di Nascence serve a dare un assaggio, prima che Coalescence e Pulling at Threads confermino che il gruppo non ha cambiato il modus operandi, tirando giù ripetuti assalti di blast beat e tremolo a profusione come ci si aspetta da un disco black metal. Con Spider in the Web, la sezione ritmica tira fuori un incedere in 4/4 muscoloso, grezzo e punk come certi dischi degli Aura Noir, intervallato da due bridge con arpeggi a corda aperta di nona minore. La title track invece prosegue con successioni ritmiche in 3-3-3-4 e un ritornello dal piglio hardcore, terminando in anticipo con una coda inquietante con soli slide di chitarra elettrica, mentre Pali Aike gode di un ritmo più lento e riff più minimali. Quest'ultima è un richiamo al mosh più ignorante e becero, come viene mostrato nel video di accompagnamento girato in un paesaggio desertico. Pazuzu si qualifica come la traccia migliore del lotto, con le proprie melodie spettrali che ricordano –forse fin troppo- i Watain di Sworn to the Dark e i vecchi Mayhem, mentre Isa è quella più monolitica, grazie alla propria tonalità ribassata che mostra il gruppo fare uso di chitarre a sette corde (appunti: ringraziare i Tryptikon per l'idea). Anche con In Deepest Time i Dark Fortresssfoderano ritmi lenti similmente competitivi, un ritornello epico e linee di chitarra in palm-muting molto frenetiche.
Un altro interludio, Penrose Procession, è notevolmente più calmo, essendo composto da colpi di timpani e da un doppio arrangiamento statico di chitarre in clean e tastiera, che crea tensione. Swan Song assume il ruolo di ultima cartuccia sparata con altre raffiche di blast beat, progressioni diminuite, assoli brevi e caotici di chiara influenza Slayer e strofe alla deriva con una ritmica doom tutt'altro che cullante. L'ultima traccia, Nox Irae, funge da outro, una coda conclusiva con rintocchi di campane digitali, armonizzazioni di chitarra ripetute fino alla fine e una nenia in latino che accoglie la morte come inevitabile separazione dalla vita. Da segnalare inoltre i testi, che sono talmente astratti e metaforici da sembrare inconsapevolmente comici:

Within the breathing web of world lines
Clandestine vectors swell
With unseen luminescence
Within the hidden depths of spacetime
Our remains lie buried
In the essence of the essence

Particles storm from dimensional transfiguration
Curvatures absurdly twisted out of space
Symmetries fold up and bleed cosmic catabiosis
Radial, the litanies of ghosts
As resonant chronophores reborn
Scavenging cosmos into form

(Dark Fortress, Spectres from the Old World)

I Dark Fortress di oggi sono una band stravolta rispetto ai loro inizi, a cui indubbiamente non ritorneranno più, con il solo chitarrista Asvargr rimasto dalla formazione originaria e con il mondo della musica stravolto da vari eventi (recenti e non), e sembrano meno pericolosi che in passato. Forse ora hanno le idee leggermente più chiare rispetto a prima sulla loro direzione musicale, ma Spectres of the Old World è solo un tassello minore della loro discografia, che ripesca un po' della furia di Ylem e Seance senza eccedere, ed è sicuramente troppo lungo per sembrare accessibile.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
80 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Century Media Records
Melodic Black
Tracklist
1. Nascence (Intro)
2. Coalescence
3. The Spider in the Web
4. Spectres from the Old World
5. Pali Aike
6. Pazuzu
7. Isa
8. Pulling at Threads
9. In Deepest Time
10. Penrose Procession (Interlude)
11. Swan Song
12. Nox Irae
Line Up
Morean (Voce)
Asvargr (Chitarra)
V. Santura (Chitarra)
Phenex (Tastiere)
Seraph (Batteria, Percussioni)

Musicisti ospiti:
Alon Leon Hillel (Cori nelle tracce 11 e 12)
Brandt Attema (Trombone nella traccia 12)
Hannes Grossmann (Batteria nelle tracce 1, 4, 7, 8)
 
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