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Spectral Lore / Mare Cognitum - Wanderers: Astrology of the Nine
16/04/2020
( 1379 letture )
Cosa accade quando due giganti si uniscono? Già avemmo modo di scoprirlo nel 2013, quando Spectral Lore e Mare Cognitum, due tra i profili di maggior spicco dell’atmospheric black metal cosmico, pubblicarono presso l’italiana I, Voidhanger Records lo split Sol. A distanza di sette anni, il dejà vu: per la medesima etichetta, le due band medesime hanno realizzato un nuovo split album, Wanderers: Astrology of the Nine. Una cosa è certa, una prima, parziale risposta alla domanda con cui abbiamo aperto è: vengono prodotti lavori mastodontici. Se già, infatti, Sol si faceva notare per la sua durata, non esagerata ma comunque notevole, che eccedeva i sessanta minuti, con Wanderers il duo americano-greco si è superato, sfiorando le due ore di musica. Un’ora, cinquantacinque minuti e quattordici secondi, per la precisione. Già questo fornisce un avviso di vitale importanza per chiunque abbia intenzione di dedicarsi all’ascolto di questo lavoro colossale: non si tratta di un disco per tutti. Sin da questo piccolo, superficiale ma fondamentale dettaglio, il nuovo split di Spectral Lore e Mare Cognitum mette in chiaro le cose. Non si affronta un viaggio astrale dedicandosi ad altro ma con attenzione e concentrazione. E, soprattutto, è questa un’impresa destinata a pochi. Wanderers: Astrology of the Nine è un disco intenzionalmente elitario.

Le dieci tracce che compongono l’album sono equamente distribuite tra le due band, le quali hanno quattro canzoni cadauna per mostrare tutto il proprio estro, per poi fondersi nelle due ultime composizioni.Ispirati alla suite in sette movimenti di Gustav Holst intitolata The Planets, op. 32, nella quale i pianeti del nostro Sistema Solare -ad eccezione della Terra- venivano descritti, ora in riferimento al nome del dio dal quale prendono il nome (ad esempio Mars, the Bringer of War) ora in base all’aspetto del pianeta stesso (Neptune, the Mystic), Spectral Lore e Mare Cognitum propongono una antropomorfizzazione dei protagonisti del nostro Sistema, tramite un procedimento simile a quello di Holst ed espanso -il compositore inglese aveva a disposizione solo le note, senza testi. Prima ancora di addentrarci nella musica vera e propria di Wanderers è possibile, guardando la tracklist, muovere una prima, seppur piccola, critica al disco: come la suite a cui si ispirano, i due gruppi non seguono l’ordine canonico dei pianeti, dal più vicino al più distante dal Sole, limitandosi a rispettare la suddivisione tra Sistema Solare interno (composto dai primi quattro pianeti rocciosi) ed esterno (i giganti gassosi e gli oggetti transnettuniani, qui rappresentati dal solo Plutone). Pur vero che si tratti solo di un’inezia -alla fine, ciò che più conta è la musica-, questa mancanza dei due progetti scalfisce, anche solo superficialmente, l’esito finale dell’opera, che certamente avrebbe tratto giovamento, sia pure solo a livello concettuale, dal rispetto del corretto ordine dei pianeti.

Ad ogni modo, è giunto il momento di tralasciare le pignolerie per guardare alla carne messa sul fuoco da Ayloss e Jakub Buczarski. Il disco è aperto da Mercury (The Virtuous), il primo brano che reca la firma di Spectral Lore, una canzone che svolge egregiamente il suo compito di introdurre l’ascoltatore al contenuto dell’album. L’incipit fortemente atmosferico è dominato da suoni ambientali e chitarre distorte che generano un senso di astrazione e straniamento, come se abbandonassimo il nostro corpo per raggiungere le regioni cosmiche ed iniziare il viaggio interplanetario. Dopo questo primo assaggio, Mercurio alza la voce e, tra riff taglienti e tappeti drone, tra blast beat e scream al vetriolo, ci accompagna per otto minuti, svanendo poi, negli ultimi secondi, lentamente per lasciare il posto al prossimo pianeta. Questa volta tocca a Mare Cognitum e alla sua apocalittica descrizione di Marte: Mars (The Warrior) ricorda molto nei suoi primi istanti l’antenato holstiano, con una sezione iniziale che, come un serpente, si muove sinuosa e minacciosa, per poi colpire l’ascoltatore con la furia del più violento e furente black metal. I portali della mente vengono spalancati per lasciar fluire nell’ascoltatore tutta la belligerante rozzezza della musica estrema, sulla quale vengono apposti ricami di eccezionale eleganza che rendono l’ascolto di questa seconda traccia estremamente gradevole, seppur faticosa. La velocità spiazzante del brano, infatti, risulterebbe alla lunga stucchevole, se non supportata da una colonna portante di elementi atmosferici e cosmici che ne smussano le asperità.

Dopo un brano così duro, giunge finalmente il nostro bellissimo pianeta, la nostra casa. A decantarne la meraviglia è la one-man band greca, che riceve il testimone del collega americano. Earth (The Mother) è un lungo brano di oltre dodici minuti nel quale l’animo più melodico di Ayloss emerge. L’intro è un dolce, e insieme malinconico e sofferto -in fondo, la Madre è maltrattata e torturata dai propri figli-, intrecciarsi di chitarre al quale fa seguito, dopo due minuti, una sezione più massiccia, nella quale troviamo una grandissima stratificazione di sei corde distorte, sorrette dalla batteria che segue un andamento al limite del doom. Nelle solide note di Spectral Lore si avverte un senso di nostalgia: viaggiatori nel cosmo, esploratori del Sistema Solare, sentiamo la mancanza di casa. Una casa che ci dà amore e calore ma il cui calore e amore non ricambiamo:



What to do with the heart
Deep inside the heart
Of the earth
That burns unconditionally
In waiting for our return
It still warms you
Light years away
What to do with the love
That is not asked, but given
How to reciprocate
[…]
“Break away, my son
Out of this planet
But one day
Return
And never forget
Keep the home fires alive




Insieme al brano precedente, Earth (The Mother) è uno dei punti più elevati e poetici, certamente il più emozionante, dell’intero album. I suoi dodici minuti scorrono rapidi, nell’alternanza, gestita con grandissima sapienza, di momenti più pacati e, come dicevamo, doom-ish e di accelerazioni sfiancanti. L’eleganza di Venere è omaggiata da Mare Cognitum, che con Venus (The Priestess) realizza un’opera epica d’ampissimo respiro. Le note di Buczarski sono “poeticissime”, come direbbe Leopardi, ed evocano un senso di in(de)finito che rende la canzone ricca ed imponente, elegante e maestosa. Ed è doppietta per la one-man band statunitense, che dopo aver ritratto Venere ora muove i primi passi tra i pianeti gioviani, cominciando proprio dal più gigante tra i giganti gassosi. Jupiter (The Giant) è il pezzo più lungo del disco (il secondo, se consideriamo i due brani finali come un’unica, imponente suite) e, ancora una volta, la musica proposta è perfettamente consona al proprio oggetto: è, questo, un brano solenne che evoca una sensazione di timore reverenziale, lo stesso che si proverebbe naturalmente trovandosi dinnanzi al più imponente dei pianeti del Sistema Solare. In questi quindici minuti, il musicista americano riesce a ricreare tanto la mostruosa massa di Giove -oltre trecento volte quella della Terra- quanto la sua bassissima densità. Il suono è fumoso e cangiante nella sua massiccia durezza e la rozzezza del metal estremo si sposa alla perfezione con la quiete ansiogena dei momenti più distesi.


La palla torna in Europa e Spectral Lore ci parla ora di Saturno. Saturn (The Rebel) inizia esattamente come il movimento dedicato al pianeta nell’opera di Holst: note meste, lente, ineluttabili come il tempo, un cammino lugubre che conduce alla fine e quindi ad un nuovo inizio. Saturno, infatti, era presso i Latini il dio della rigenerazione, celebrato alla fine dell’anno con i Saturnalia, che iniziavano il giorno 17 Dicembre, giorno in cui gli schiavi perdevano, momentaneamente, il proprio status di schiavitù. Un momento nel quale l’ordine stabilito era soverchiato -da qui l’appellativo “The Rebel” nel titolo della canzone-, prima di esser nuovamente ristabilito con l’avvento del nuovo anno. Saturn è un brano decisamente più luminoso rispetto ai predecessori, la ribellione è un momento di gioia per gli oppressi, celebrato da chitarre -come sempre assai stratificate- che si concedono linee melodiche delicate e quasi festose:



Experiment, reverse the order
Feast in spite of your oppressors
A taste of freedom to appease
A vision for the future to form




Con Neptune (The Mystic) l’attenzione torna, per l’ultima volta da solo, a Mare Cognitum, che si lancia nel mistero e nel fascino del distante e massiccio pianeta blu. La canzone è l’unica il cui titolo riprende quello dell’opera di Holst, che definì, nelle parole e nella musica, Nettuno mistico in quanto all’epoca della composizione (1914-1916) recava ancora molti misteri. Il blu è il colore della tristezza -in inglese l’espressione “being blue” significa proprio “essere depresso”- e alla tristezza si accompagna, nell’arte, l’impeto apocalittico e poetico (pensiamo, ad esempio, al bellissimo Melancholia di Lars Von Trier). Il misticismo ritratto da Jacob Buczarski è melanconico, una ferita profonda avvolta dal mistero del dolore stesso: le sue dissonanze lacerano, la sua velocità fende, le sue grida cauterizzano. Il Nettuno di Wanderers: Astrology of the Nine è uno tsunami, un tornado, un cataclisma musicale che destabilizza e stordisce. Un brano, come ormai siamo abituati in questo split, magniloquente che, tuttavia, forse pecca di una durata non necessaria. Per la prima volta nel disco, infatti, si ha la sensazione di minutaggio allungato in modo forzato, un brodo saporitissimo e buonissimo allungato con dell’acqua che lo rende più debole e povero. Con il suo ultimo capitolo individuale, Spectral Lore ci racconta di Urano, che nella mitologia greca gettava i figli avuti con Gaia, la Madre Terra, nel Tartaro, prima di essere ucciso proprio da Crono, uno dei Titani suoi figli. La storia scabrosa di Urano viene musicata da Ayloss nel brano più violento del lotto, dominato da sonorità che, nel proprio turbine distruttivo, generano una colonna vertebrale quasi monotona (non intesa affatto in senso negativo). Uranus (The Fallen) mette a dura prova le orecchie dell’ascoltatore, con una prima parte furibonda che esercita sempre più pressione, finché, intorno al settimo minuto, la velocità raggiunge vette disumane, al punto di autoannichilirsi, collassando in una seconda parte che guarda all’orizzonte del progressive psichedelico e cosmico. Qui le chitarre perdono la distorsione e si producono in arpeggi riverberati che circondano l’ascoltatore, accompagnate dalla batteria che gioca con pattern quieti, delicati e caldi, il tutto accompagnato da un tappeto sonoro che, sullo sfondo, sorregge la nuova struttura con il proprio movimento ipnotico ed onirico. La voce del cantante, per la prima volta nel disco in clean, recita le parole di Gaia sussurrandole nell’orecchio dell’ascoltatore. Sul calare di questa seconda sezione, un pianoforte ammaliante si insinua nel tessuto sonoro, poco prima che tutto affondi lentamente nel silenzio. Un silenzio breve, perché la canzone riprende subito con la distorsione delle chitarre che riemerge, accompagnata dalla doppia cassa, per un ultimo, letale afflato musicale che, di nuovo, si spegne poco a poco accompagnandoci verso l’ultimo, glorioso capitolo di questo album.

Finalmente le due one-man band uniscono le proprie forze per realizzare una canzone scritta e suonata a quattro mani. Il finale di Wanderers è dedicato a Plutone, il più grande oggetto transnettuniano -nel 2006 l’Unione Astronomica Internazionale, come riportato in questo articolo de La Repubblica, lo ha declassato a pianeta nano-, ed è suddiviso in due tracce. La prima Pluto (The Gatekeeper) Part I: Exodus through the Frozen Wastes è una composizione strumentale puramente ambient, dodici minuti di sintetizzatori gelidi che fluttuano nel nulla interplanetario, tragitto che accompagna l’ascoltatore verso quel piccolo ammasso di ghiaccio e roccia. La seconda, Pluto (The Gatekeeper) Part II: The Astral Bridge, è la naturale prosecuzione di quanto appena udito. I sintetizzatori vengono raggiunti da chitarre, basso e batteria. Il brano è il perfetto equilibrio tra la musica dei due progetti, le cui anime si fondono qui, in una canzone che, con l’aggiunta di elementi industrial, si lascia ascoltare con sommo piacere, chiusura eccezionale di un disco eccezionale. Le individualità di Ayloss e Buczarski non si eclissano a vicenda ma, anzi, si supportano passandosi vicendevolmente il testimone. Si sente Mare Cognitum come si sente Spectral Lore, le peculiarità di entrambi i progetti penetrano le une in quelle dell’altro, unendosi e dando forma all’ennesima perla di questo disco difficile, sì; ostico, certo; elitario, assolutamente; ma meraviglioso ed imperdibile.

Wanderers: Astrology of the Nine, con la sua ora e cinquantacinque minuti di musica estrema, estenuante e sfiancante, si candida seriamente al titolo di disco dell’anno. Per quanto ostico, il consiglio è di dargli una chance: ad un viaggio nel Sistema Solare è difficile rinunciare, specialmente se le guide sono due band in così grande forma.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
65.6 su 5 voti [ VOTA]
Nebularium
Mercoledì 29 Aprile 2020, 15.53.43
5
Una delle uscite su cui più riponevo le mie speranze per questo 2020: sono state soddisfatte? Sì e no. Il concept è senza dubbio è interessante, e i due gruppi sono bravi a piegare la propria musica alle esigenze liriche, prova ne sia il progredire dalle atmosfere infuocate di "Mercury" fino allo straniante ed impalpabile mood che avvolge le due "Pluto". Più in generale, si vede che qui c'è un'idea compositiva precisa e che non si ha paura di rischiare qualcosa per assecondarla. Ma c'è un ma. E questo ma è rappresentato, essenzialmente, dalla prova complessivamente sottotono degli Spiritual Lore. Ora, io sono un fan sfegatato dei ragazzi greci, quindi mi piange il cuore doverli frustare. Ma è impossibile non rendersi conto che questa volta il confronto coi Mare Cognitum è impietoso. Prendiamo, ad esempio, "Earth" e "Venus", due song che concettualmente e musicalmente condividono la stessa atmosfera di concretezza e materialità: nel primo caso la band arranca, fatica a trovare quella forma tetragona che solo sul finale riesce a raggiungere; al contrario, "Venus" è un crescendo inarrestabile, fulido, che si sviluppa senza soluzione di continuità e senza tempi morti nei suoi lunghi 12 minuti. Discorso simile tra altre due songs gemelle, "Urane" e "Neptune": laddove i Mare Cognitum creano un monumento alle profondità cosmiche, un elegia del vuoto compatta ma allo stesso tempo variegata, gli Spiritual Lore hanno continui ripensamenti e giravolte prima di riuscire a entrare davvero nel cuore della canzone. Naturalmente, a risentirne è la resa complessiva dell'album, che pur essendo un ottimo disco non riesce a convincere del tutto, probabilmente perché i primi a non essere del tutto convinti della strada intrapresa sono proprio gli Spiritual Lore. Voto 75
Punto Omega
Giovedì 23 Aprile 2020, 8.15.26
4
Ottimo lavoro
valz
Sabato 18 Aprile 2020, 19.41.19
3
mare cognitum, sempre più una certezza
Candal
Giovedì 16 Aprile 2020, 10.51.46
2
Devo recuperarlo quanto prima! Inoltre, sia la tracklist che la copertina mi richiamano fortissimo The Tomita Planets, anche se è un genere completamente diverso.
Kriegsphilosophie
Giovedì 16 Aprile 2020, 9.53.53
1
Spettacolare sotto ogni punto di vista, ormai è un ascolto fisso. Veramente eccezionale.
INFORMAZIONI
2020
I, Voidhanger Records
Black
Tracklist
1. Spectral Lore - Mercury (The Virtuous)
2. Mare Cognitum - Mars (The Warrior)
3. Spectral Lore - Earth (The Mother)
4. Mare Cognitum - Venus (The Priestess)
5. Mare Cognitum - Jupiter (The Giant)
6. Spectral Lore - Uranus (The Fallen)
7. Mare Cognitum - Neptune (The Mystic)
8. Spectral Lore - Uranus (The Fallen)
9. Mare Cognitum / Spectral Lore - Pluto (The Gatekeeper) Part I: Exodus through the Frozen Wastes)
10. Mare Cognitum / Spectral Lore Pluto (The Gatekeeper Part II - The Astral Bridge)
Line Up
Ayloss (Spectral Lore, Tutti gli strumenti)
Jacob Buczarski (Mare Cognitum, Tutti gli strumenti)
 
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