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Threshold - Hypothetical
09/05/2020
( 509 letture )
Ah, la cara vecchia Inghilterra, madre del progressive rock e culla della musica anni ’70. Ne è passato di tempo dal tuo fulgido splendore, ma gli anni ’90 hanno provato a portare un po’ di lustro al tuo glorioso nome. Proprio in quel decennio di rinascita si formarono i Threshold, sull’egida delle band progressive metal d’oltreoceano. Un gruppo che, tra gli ascoltatori di questo sottogenere, solitamente mette un po’ d’accordo tutti, come i colleghi Pagan’s Mind, Evergrey o magari i Myrath, per citarne alcuni. Quelle band su cui inconsciamente ogni ascoltatore del progressive metal ha fatto cadere l’orecchio di tanto in tanto, trovandosi piacevolmente sorpreso e mai deluso dalle sonorità di questi gruppi non celeberrimi ma sicuramente efficaci. I Threshold infatti sono una di quelle realtà che quando entra in studio per registrare un disco difficilmente ci restituisce un prodotto di scarsa qualità. E anche tra gli album meno validi, come nel caso di questo Hypothetical, si trovano perle di inestimabile bellezza.

Light And Space è proprio quello di cui stavo parlando, un inizio con il piede sull’acceleratore, anzi sul pesante pedale del nuovo arrivato Johanne James. La potenza di questo brano è indubbiamente dettata dalla doppia chitarra, impreziosita dai synth anni ’90 di Richard West, uno dei membri più longevi del gruppo con ben 28 anni di contributo all’onorevole causa del progressive metal. Il pezzo funziona, la durata è tutt’altro che eccessiva e arriva dritto al punto. La voce di Andrew McDermott, in un gruppo che di vocalist storici ne ha avuti addirittura tre, è ovviamente oggetto di dibattito da parte dei fan, ma il suo timbro si sposa bene con la canzone, che tutto sommato fila liscia senza intoppi, piacevole e riascoltabile decine e decine di volte senza stancarsi. La creatività sta tutta poi negli assoli di Karl Groom inizialmente e Richard West poi, prima dell’ultima combinazione strofa-ritornello conclusivo che ci porta a Turn On Turn In. Qui l’inizio è potente, come la precedente, ma la prima metà è diluita dai ritornelli abbastanza mosci che suonano come una cantilena. Decisamente più convincente la seconda parte dove il cambio di ritmo è dettato da un breve intermezzo di tastiere e chitarre, i suoni si induriscono ancora e la canzone si trasforma, funzionando nuovamente, il ritornello finale purtroppo condivide le stesse problematiche appena citate. A conti fatti, un brano dalle due facce, meglio la seconda faccia della prima. Un suono elettronico ci collega ad una delle due suite del disco: essendo presente il sostantivo “Time” nel titolo, non poteva mancare un riferimento al tempo con il suono delle lancette che danno il via alla melodia. The Ravages Of Time vuole essere in qualche modo un breve riepilogo della storia del nostro pianeta e dei popoli che l’hanno abitata, una storia fatta di distruzioni e di ricostruzioni, di religioni pagane e poi monoteiste, il tutto narrato da Andrew McDermott che aggiunge un connotato diacronico davvero interessante a questi 10 minuti di ascolto. Ma i testi non sono tutto, al sesto minuto la parola passa ai musicisti che non si fanno trovare impreparati, gli scambi rapidi e frenetici di chitarre e tastiere, legati da un instancabile Johanne James alle pelli, confezionano un pezzo da eccellenza piena. Si ode una leggera nota di Symphony X in alcuni passaggi, ma l’impronta dei Threshold è chiara e supera qualsiasi citazionismo. Al quarto posto i nostri trovano lo spazio per inserire la classica power ballad, Sheltering Sky, orecchiabile e per nulla fuori posto, un piccolo relax dall’ascolto più oscuro e pesante della precedente suite, come bere un sorbetto al limone tra il primo e il secondo. La successiva Oceanbound invece arriva dritta dagli anni ’80 ed è costruita attorno a ritornelli che potevano essere adeguati per la colonna sonora di Rocky IV. Il tutto è in leggera distonia con il resto, sembra esserci discordanza con quanto di buono sentito finora. Un brano che non convince nemmeno riascoltandolo ad anni di distanza, un personaggio in cerca d’autore potremmo dire, lungo sei minuti abbondanti, sicuramente eccessivi. Anche Long Way Home purtroppo non si discosta granché dalle precedenti e con il passare degli ascolti si finisce spesso per saltarle in blocco tutte e tre, fatto salvo un ultimo minuto e mezzo conclusivo che porta la traccia sopra la sufficienza. D’altronde la tecnica degli inglesi non è mai in discussione e il suo utilizzo riesce a colmare alcuni buchi di songwriting come in questo caso. Un’altra ballad? Purtroppo sì, e questa volta non è power come la precedente. Non sono gli Spandau Ballet e nemmeno i Marillion durante il loro periodo pop, a fatica riusciamo a ricordarci che abbiamo tra le mani un disco dei Threshold, fortuna che i quattro minuti di sdolcinati cori non sono molto prolissi e ce li possiamo lasciare in fretta alle spalle. La seconda suite del disco è fortunatamente un altro punto a favore degli inglesi che, come spesso accade in questo genere, danno il meglio di loro nelle canzoni che valicano i dieci minuti di lunghezza. Lo spazio dedicato alla voce di Andrew McDermott durante questa Narcissus è parecchio, almeno i tre quarti della canzone sono un palcoscenico per le sue corde vocali. Dopo una sezione parlata che ci narra di alcune vicende di materia epica, passiamo alla violenza strumentale tanto cara alla band: la batteria picchia forte nelle nostre orecchie supportata dalle due chitarre che finalmente ci riportano su lidi progressive metal. La conclusione è pomposa e aulica, grazie al ritornello finale che chiude degnamente una traccia di cui sentivamo proprio il bisogno.

Inutile girarci attorno, non siamo di fronte al disco più qualitativo dei Threshold e neanche di uno da annoverare sul podio tra i dischi migliori della loro carriera. Gli inglesi ci hanno abituato benissimo, forse fin troppo, e quando si ha tra le mani un loro album ci si aspetta sempre la perfezione sotto ogni punto di vista. Per certi versi ci siamo, l’inizio con Light And Space è potente e le due suite sono eccellenti, The Ravages Of Time soprattutto, un matrimonio perfetto tra una sezione melodica di complesso metal progressivo e dei testi che ci raccontano una bellissima storia di distruzione sì, ma anche di ricostruzione. Stonano purtroppo i momenti dedicati alle ballad o più in generale alle tracce più docili. In un lavoro in studio di 8 canzoni è triste constatare che dopo molti ascolti alcune di esse vengono brutalmente skippate. Dovendo fare una media tra i due punti caratteristici di questo Hypothetical, l’uno da 10 e l’altro appena sufficiente, il risultato è proprio questo, un disco che ricorderemo per le sue canzoni migliori ma nulla più.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
88.42 su 7 voti [ VOTA]
Voivod
Martedì 12 Maggio 2020, 15.55.11
4
Li ho amati alla follia per diversi anni: questo era un ottimo album, anche se preferivo i primi due.
Aceshigh
Martedì 12 Maggio 2020, 9.42.19
3
Grandissimo disco!!! Light And Space, Narcissus, Oceanbound e The Ravages of Time sono pezzi meravigliosi. Ma anche le altre tracce sono validissime. Voto 87
Deris
Martedì 12 Maggio 2020, 4.42.31
2
Pienamente d accordo con Ben
Ben
Domenica 10 Maggio 2020, 20.16.02
1
Disco bellissimo, lo riascolto ancora oggi con emozione. Il cantante, da brividi. Riposa in pace Mac ...striminzito il voto del redattore!! Per me è 92!!!
INFORMAZIONI
2001
Inside Out Music
Prog Metal
Tracklist
1. Light And Space
2. Turn On Turn In
3. The Ravages Of Time
4. Sheltering Sky
5. Oceanbound
6. Long Way Home
7. Keep My Head
8. Narcissus
Line Up
Andrew McDermott (Voce)
Karl Groom (Chitarra)
Nick Midson (Chitarra)
Richard West (Tastiere)
Jon Jeary (Basso)
Johanne James (Batteria)

 
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