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Korn - Untitled
16/05/2020
( 806 letture )
Anno Domini 2006: i Korn sono reduci dalla pubblicazione di See You On The Other Side, il primo album pubblicato dalla band senza la presenza del chitarrista Brian “Head” Welch, che aveva abbandonato il gruppo poco prima per motivi religiosi, ed anche il primo album pubblicato tramite EMI e Virgin Records; si sentono decisamente emergere influenze industrial metal che risultano quasi inedite se si pensa alla passata produzioni della band di Bakersfield, ma l’album viene comunque mediamente ben accolto da critica e fan, ancora scossi dalla repentino abbandono di Head. Il 2006 rimane un anno florido per Jonathan Davis e compagni, che si imbarcano in un lungo tour mondiale, riesumano il Family Values Tour nel novembre dello stesso anno e pubblicano la raccolta Live & Rare, seguita qualche mese dopo dal ricco cofanetto Chopped, Screwed, Live And Unglued. La stabilità sembra essere tornata, ma proprio nel dicembre del 2006 ecco arrivare l’ennesima mazzata: David Silveria lascia la band e i Korn si trovano ufficialmente in tre. È con questa formazione che i nostri registrano il bellissimo live acustico MTV Unplugged, con ospiti come Amy Lee degli Evanescence e niente popò di meno che i Cure al gran completo. Da questo momento in poi tra le fila della band si alternano numerosi turnisti, tra cui Terry Bozzio, Brooks Wackerman (Infectious Grooves e Suicidal Tendencies), Clint Lowery (Sevendust) e per un breve periodo anche Joey Jordison (Slipknot). Ma a inizio 2007, al momento di entrare in studio per registrare il nuovo album, il trio ufficiale composto da Davis, Fieldy e Munky decide di fare le cose in autonomia, senza ufficializzare nessun nuovo ingresso nel gruppo; è così che, se delle chitarre se ne occupa totalmente Munky, alla batteria si cimenta lo stesso Davis, con l’aiuto dei già citati Bozzio e Wackerman. La produzione del disco che sarà poi intitolato Untitled è seguita da Davis, ma affidata in larga parte ad Atticus Ross e al collettivo The Matrix, entrambi già artefici di gran parte del sound del disco precedente. Ma qui, se possibile, l’intervento dei due è ancora più invasivo, tanto che il nu metal tipico dei Korn in questo album viene quasi totalmente a mancare a favore di sonorità ancor più tendenti all’industrial, all’elettronica e a un certo flavour dark pop. Non scompare quella dimensione scura e claustrofobica tipica del gruppo, ma essa viene declinata secondo direttive nettamente diverse rispetto agli scorsi album. E dire che l’artwork del disco è ancora oggi affascinante e molto ben curato, facendo sfoggio dell’opera The Ominous Root di Richard H. Kirk in tutti i suoi dettagli e particolari. E se l’opera in questione rimane indecifrabile e intrigante, anche ad essa si deve la scelta di intitolare il disco Untitled, secondo il pensiero di Davis per cui la musica contenuta al suo interno vada al di là di ogni frontiera e limite e per questo può essere rinominata da ogni fan a suo piacimento.

I tredici brani del disco hanno una durata contenuta in media e formano una scaletta compatta anche se in molti punti disomogenea: già l’introduzione sintetica e magniloquente che apre i primi due minuti del disco è profetica da questo punto di vista perché il brano che segue, Starting Over, è un pezzo ben congegnato ma che fatica a decollare per colpa di una produzione compressa e schiacciata, che penalizza tutte quelle basse frequenze che erano state sino ad allora il marchio di fabbrica più evidente dei Korn. Il continuo alternarsi di parti più ritmate ad altre maggiormente evocative e al limite dell’ambient fa un po’ perdere potenza al brano, potenza che viene in parte recuperata dalla tamarrissima Bitch We Got A Problem, che si fa notare per una bella linea di basso e un buon ritornello, anche se latita completamente la componente metal. Il breakdown centrale sembra un po’ un contentino per i fan più integralisti, ma ancora una volta la produzione non rende giustizia al suono della chitarra, sepolto sotto tonnellate di elettronica. A seguire i due singoli Evolution e Hold On, che rimangono nella media dei brani ascoltati finora; se nel primo caso c’è perlomeno un bel ritornello, con una trama musicale molto interessante a sostenerlo, nel secondo invece a parte un buon groove – ma la mancanza di Silveria qui si sente eccome – c’è poco altro da salvare. Si fanno apprezzare in generale, in molti brani, i continui controcanti e cori di Jonathan Davis, che contribuiscono ad accentuare quella patina darkwave di cui parlavo poco fa. I momenti davvero interessanti stanno altrove e sono quelli dove il gruppo decide davvero di svoltare per raggiungere nuovi lidi sonori staccandosi quasi totalmente dalla propria “tradizione”: ecco che Kiss allora risulta davvero piacevole, con il suo andamento pianistico à la Nine Inch Nails e la chitarra che viene trasformata in uno strumento al limite del noise, utile solamente a dettare il ritmo marziale del pezzo. Altro episodio interessante è rappresentato da Innocent Bystander, dove invece la chitarra viene finalmente ben evidenziata – non a caso questi ultimi quattro brani in scaletta sono stati mixati da Terry Date, così come Evolution e Do What They Say, a differenza del resto della scaletta mixata invece da Alan Moulder – insieme ad un ritornello cantato in una tonalità inusuale per Davis, ma di sicuro impatto, e a un lavoro corale veramente ben fatto. Così l’ultima parte del disco è tutta in crescendo, grazie soprattutto a brani ben prodotti e mixati; la differenza coi primi brani in scaletta è davvero palesemente percepibile e questo è probabilmente il rammarico più grande che si prova ascoltando Untitled oggi. Non che questi brani mixati da Date siano più pesanti o meglio scritti dei precedenti, semplicemente hanno dei suoni meglio calibrati e definiti e l’ascolto ne risulta decisamente più appagante e a fuoco. Se in Killing addirittura Davis si cimenta in un growl cavernoso sul ritmo secco dettato da Munky, la seguente Hushabye si apre come una ballad acustica – e ancora, con dei gran bei cori – per poi lasciare spazio ad un ritornello ancora cantato altissimo da Davis, che non si dimentica di far trasparire il suo amore per Robert Smith e i Cure nelle strofe del brano. Chiude i giochi la più lunga I Will Protect You, ancora all’insegna dell’elettronica e del romanticismo, ma sempre con la solita vena dark e pessimistica che caratterizza la scrittura di Davis. Curiosa la parte centrale di pura follia noise, che si ricollega sul finale al breakdown più pesante dell’intero disco, lento e opprimente seppur di breve durata. Una chiusura ottima tutto sommato, che fa rimpiangere ancora di più cosa avrebbe potuto essere questo disco se avesse goduto di maggior omogeneità.

Infatti è proprio questo il discorso più impattante sulla resa finale di Untitled, che è un disco che tutt’oggi non gode di una buona reputazione tra i fan dei Korn, che anzi preferiscono il più delle volte dimenticarlo e far finta che non esista. Sono pochissime le canzoni del disco che sono state nelle scalette dei concerti della band per più del periodo di promozione dell’album ed oggi la band stessa non ne suona praticamente più nessuna. Questo è un peccato, perché i brani buoni in questo album ci sono, ma dal vivo non hanno avuto la possibilità di diventare dei classici e probabilmente mai lo diventeranno. Infatti se alcuni dei dischi più controversi dei Korn sono stati col tempo rivalutati in positivo, questo non è mai successo con Untitled, che come ho già detto spesso è dimenticato anche dai fan stessi del gruppo. Certamente questo è un disco che è uscito in un momento particolare per i ragazzi di Bakersfield e l’instabilità vissuta a livello personale da Davis, Munky e Fieldy (che purtroppo è quello messo più in ombra nei pezzi del disco) si è riflessa di conseguenza sulla musica, che risente più di tutto di una grossa mancanza di bilanciamento. Sintomatico che col disco successivo i nostri cercheranno di recuperare quelle sonorità che li caratterizzavano nell’album d’esordio. Non sarà grazie a questa recensione che Untitled verrà rivalutato, ma auspico vivamente un recupero di questi brani da parte dei fan che vissero il disco all’epoca, per poter ascoltare la musica con le orecchie di oggi e valutarla nuovamente, ma ancor di più auspico un remix totale del disco, magari totalmente a cura di Terry Date. Questo credo che sarebbe il modo più adatto di rendere giustizia a un album sfortunato, ma non da trascurare o peggio buttare.



VOTO RECENSORE
69
VOTO LETTORI
61.87 su 8 voti [ VOTA]
Bacon Apocalypse
Mercoledì 20 Maggio 2020, 0.20.56
11
Allora dopo un'ascolto attento posso dire che questo album è come se fosse diviso a metà letteralmente, da una parte ci sono canzoni prodotte in una maniera tale da essere definite industrial (Starting Over, Bitch We Got a Problem, Love & Luxury per farne un esempio) e dall'altra parte alcune canzoni che ricordano parecchio l'album precedente (Evolution, Ever Be, Innocent Bystander) ma allo stesso tempo che vogliono tentare di riabbracciare le caratteristiche di Take A Look (Hold On, Killing, I Will Protect You) In poche parole penso che le idee c'erano per alcune canzoni e per altre sono tipo copia e incolla, ci sono robe veramente belle e penso che una canzone come I Will oppure Hold On potevano rendere meglio in sede live... ma la produzione rovina parecchio e a volte ci si stanca anche dagli spezzoni "Semi Ballad" (Ho adorato parecchio Kiss mentre Hushabye me la ricordavo meglio..) incompenso 5 tracce si salvano, il resto si dimentica facilmente Voto pure io 69 solo perché Jonathan Davis riesce a fare il suo lavoro in una maniera magistrale, anche se mi dispiace sentire poco e niente riguardo Munky e Fieldy (soprattutto di quest'ultimo)
Alex
Lunedì 18 Maggio 2020, 16.46.52
10
Questo e il precedente SYOTOS rappresentano il punto artistico più basso della carriera dei Korn, dettato soprattutto dalla spinta commerciale che diede loro il nuovo contratto milionario con EMI/Virgin all’epoca, nonostante stessero perdendo pezzi per strada (prima Head, poi Silveria). All’epoca album criticatissimi, ma sinceramente difficilmente rivalutabili anche a distanza di 15 anni. Qualche spunto buono qua e là, ma davvero poca roba… Songwriting in mano a quelli scellerati di Atticus Ross, The Matrix e parzialmente a JD in piena fase sperimentale….e si sente, guarda caso seguirà poi il tour dell’”Alone I Break”. Di Korn c’è ben poco in questi dischi, dove il materiale che li compone è sicuramente più incline alle sperimentazioni soliste di JD pre-rientro di Head (come poi anche TPOT ma su terreni dupstep). Fortunatamente poi si sono ripresi alla grandissima, soprattutto con gli ultimi 2 album. Mitici Korn!
Nu Metal Head
Domenica 17 Maggio 2020, 19.49.17
9
beh disco sulla stessa scia del precedente, però lo trovo leggermente migliore, perché meno bizzarro nelle strutture... anche in questo caso salvo una sola canzone, il singolo di lancio "evolution", e qualcosina qua e là che quantomeno ha un retrogusto dark... voto: 55. brutti tempi quelli per i Korn, ma nulla in confronto allo scempio di "The path of totality", che odio ogni giorno che passa sempre di più (anche se alcuni qua dentro non sono d'accordo con me)... un disco che è un "featuring" unico e gigante, hanno sbagliato a mettere unicamente il moniker Korn in copertina, sarebbe stato più azzeccato "Korn & Dubstep Company"... bah... sia benedetto il ritorno del "messia" Brian Welch, al secolo Head. Amen.
Bacon Apocalypse
Domenica 17 Maggio 2020, 12.04.23
8
Questo album me lo ricordo poiché I miei zii me lo regalarono per un compleanno insieme a quello omonimo. Di questo album sinceramente alcune canzoni mi avevano colpito (Hushabye, Bitch We Got a Problem, Hold On) Ma il resto non mi ricordo nulla, magari con questa recensione mi salirà la voglia di rispolverarlo però considerando i tempi e la situazione qui I Korn potevano chiudere baracca e burattini oppure continuare finché non avrebbero azzeccata una, beh giudicate voi stesso dove sono i Korn adesso ma soprattutto cosa riescono a regalare oggi
Black Me Out
Sabato 16 Maggio 2020, 15.37.46
7
@Testamatta ride Ever Be non l'ho citata in effetti, perché poi avrei fatto un treck by track che mi sembrava fin troppo didascalico, ma a dire il vero sebbene sia un brano che non mi dispiace, fa parte di quei brani a mio parere prodotti malissimo, come quelli nella prima parte della scaletta. E questo inficia il risultato finale.
Underground
Sabato 16 Maggio 2020, 15.33.27
6
Talmente bello che non mi ricordo neanche una canzone di questo disco, probabilmente anche perché dopo un primo momento entusiasmante persi un po' di vista il gruppo visto dei dischi che mi dissero poco o niente.
Testamatta ride
Sabato 16 Maggio 2020, 12.59.02
5
In una fase a dir poco complicata della loro carriera fu sicuramente apprezzabile l'impegno, per il resto il disco (pur con qualche buono spunto) è decisamente trascurabile, inutile girarci troppo intorno. Poi c'è chi lo stronca in toto e chi ne salva qualcosa, è sempre tutto opinabile. Comunque ho notato che, in recensione, non si fa menzione di Ever Be: a conti fatti, secondo me, la miglior canzone dell'album, quel tipo di pezzo abbastanza epico e coinvolgente che i Korn sono sempre stati piuttosto bravi a scrivere.
Black Me Out
Sabato 16 Maggio 2020, 12.45.10
4
@Silvio Berlusconi Guardi Cavaliere, Lei ha espresso nel suo commento un concetto che avevo inizialmente riportato nella recensione, ma che poi ho deciso di escludere: mi riferivo al fatto che sembrasse un po' assurdo il fatto che i Korn si fossero ispirati ad alcuni dei loro figliocci come i Marilyn Manson (attraverso poi la presenza dei NIN) per l'appunto, ma in certi momenti l'affiliazione al sound del reverendo si nota particolarmente a mio parere. Ma non è un male, esatto. Poi anche io penso che tra See You On The Other Side, questo e Korn III Untitled sia il migliore, ma è anche un fatto affettivo, dato che è il primo disco dei Korn che ho ascoltato col mio migliore amico e di cui mi sono innamorato. Ripeto, se questo album venisse remixato donando una veste più appropriata ai suoni dei singoli brani allora ne potremmo parlare in modo diverso.
Galilee
Sabato 16 Maggio 2020, 12.37.09
3
Disco abbastanza tremendo come il suo predecessore. I korn in quel periodo erano un pò in crisi, il trittico See you, Untitled e Korn III ne sono la dimostrazione. Do 65, ma non di più.
Silvio Berlusconi
Sabato 16 Maggio 2020, 10.48.28
2
aggiungo che secondo me è pure meglio del successivo Korn III !
Silvio Berlusconi
Sabato 16 Maggio 2020, 10.32.03
1
concordo con la recensione,disco non trascendentale ma troppo sottovalutato,personalmente lo preferisco di gran lunga al precedente See You On The Other Side che a me non ha mai fatto impazzire. Per certi versi Untitled mi ricorda più un disco di Marilyn Manson che dei Korn ma per me non è affatto un male. Mi auguro venga un minimo rivalutato!
INFORMAZIONI
2007
EMI/Virgin
NuMetal
Tracklist
1. Intro
2. Starting Over
3. Bitch We Got a Problem
4. Evolution
5. Hold On
6. Kiss
7. Do What They Say
8. Ever Be
9. Love And Luxury
10. Innocent Bystander
11. Killing
12. Hushabye
13. I Will Protect You
Line Up
Jonathan Davis (Voce, Batteria su tracce 3,6,9,12)
James “Munky” Shaffer (Chitarra)
Reginald “Fieldy” Arvizu (Basso)

Musicisti ospiti
Terry Bozzio (Batteria su tracce 2,6,7,8,11,13)
Brooks Wackerman (Batteria su tracce 4,5,10,12)
 
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