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Rockhead - Rockhead
16/05/2020
( 276 letture )
Bob Rock: chi è costui? Mi si perdoni la pseudo-citazione manzoniana, in realtà volutamente provocatoria. Infatti, ritengo che qualsiasi appassionato di hard rock degli anni ’80 e ’90 non possa non conoscere questo nome.
Per quei pochissimi che non sappiano chi sia, giova ricordare che Bob Rock fa parte di quella ristretta schiera di produttori e ingegneri del suono in grado veramente di segnare un’epoca. Insieme ad altri nomi celeberrimi quali Rick Rubin, Terry Date, Bruce Fairbairn e Robert John "Mutt" Lange, c’è la sua mano nella creazione di quel “muro di suono” tipico delle principali band, per lo più americane ma non solo, che ha caratterizzato il periodo più fulgido della musica hard rock e metal (nelle sue varie forme e sfaccettature), cioè dalla metà degli anni’80 sino alla conclusione del decennio successivo.
Giusto per dare un’idea del curriculum del nostro, basti citare le sue presenze al fianco di nomi quali The Cult, Motley Crue, Bon Jovi (nel capolavoro Slippery When Wet), Skid Row e Aerosmith; ma, soprattutto, è d’obbligo citare nientemeno che i Metallica del capolavoro (dal punto di vista del suono; sul lato artistico le opinioni sono variegate) Metallica, il famoso Black Album. Quel disco contiene "il suono metal" per eccellenza degli anni ’90, e non solo, ed è tuttora fonte di ispirazione a quasi 30 anni dalla sua pubblicazione. Ciò che invece meno persone sanno, è che Bob Rock, nei ritagli di tempo della sua attività di produttore, ha voluto dare sfogo alla sua passione e alla sua abilità di musicista, creando, proprio in quegli anni, una sua band personale, dall’evocativo nome di Rockhead. Lo stile scelto è naturalmente quello maggiormente in voga in quegli anni, ossia un potente hard rock di chiaro stampo americano, aggressivo ma melodico, e pronto per dare l’assalto alle classifiche di tutto il mondo. Essendo già tutelato dal punto di vista del contratto discografico, dati i suoi contatti con le principali major mondiali (infatti il disco uscirà su Capitol) e potendo “giocare in casa” dal punto di vista della produzione (e vorrei ben vedere…) Rock non ha la necessità di appoggiarsi a musicisti già affermati e sulla cresta dell’onda; infatti, la scelta cade su nomi apparentemente di secondo piano e poco noti al grande pubblico. Di secondo piano però solo come notorietà: dal punto di vista musicale la band è un’autentica bomba.

Il buon Bob Rock è un chitarrista, e infatti il cuore del suono dei Rockhead è concentrato sul "muro" di chitarre da lui gestite in prima persona; ma a dargli degno supporto ecco una sezione ritmica pulsante, potente e fantasiosa, dove basso e batteria si integrano perfettamente e garantiscono un "tiro" costante a tutti i pezzi. Inoltre, sebbene in secondo piano nel sound della band, un apporto fondamentale è dato dalle tastiere di John Webster, i cui interventi sono sempre mirati e perfettamente funzionali al feeling dei brani. Ma come una squadra di calcio per vincere ha bisogno di un centravanti che "la butti dentro", così una rock band non può prescindere da un cantante all’altezza; e il quasi sconosciuto canadese Steven Jack si rivela l’autentica sorpresa assoluta del disco. Una voce potente, aggressiva, graffiante e melodica allo stesso tempo, capace di acuti ragguardevoli, ma tutt’altro che esangue o sottile nei toni medi, che anzi risultano il vero punto di forza di un’interpretazione assolutamente valida lungo tutto l’album. Una voce così, in parte somigliante a Sammy Hagar, avrebbe fatto assai comodo a parecchi grandi nomi, al confronto dei quali il frontman dei Rockhead, almeno su disco, non sfigura affatto. E le canzoni? Anche qui, andiamo assolutamente bene. Al contrario di molti side-project, tanto sfavillanti come lista degli ospiti quanto poveri ed inconsistenti musicalmente, i Rockhead sfoderano un album composto di 13 canzoni, per quasi 60 minuti di durata (lunghezza oggi normale, ma ragguardevole per l’epoca) all’interno del quale è veramente difficile trovare momenti di stanca o poco interessanti. Il disco “pesta duro” sin dall’inizio, con la torrida Bed Of Roses posta in apertura, ma continua a livelli alti con i due mid-tempo Chelsea Rose e Heartland; dopo aver presentato i tre brani migliori, che non a caso diventeranno i tre singoli estratti, procede con la bordata rock di Lovehunter, prima di rallentare con la prima ballata dal sapore tipicamente country (Death Do Us Part). L’alternanza fra sciabolate metal, potenti e ritmati mid-tempo e brani più calmi e rilassati rimane la costante del disco sino alla conclusione; e, come detto, è veramente difficile trovare brani scadenti o semplicemente meno riusciti, grazie anche all’apporto, in fase esecutiva e compositiva, di "vecchi amici" fra cui spiccano il chitarrista dei The Cult, Billy Duffy, e l’accoppiata Jon Bon Jovi-Richie Sambora, che firmano insieme con Rock la conclusiva A House Of Cards (e il buon Richie dà anche un contributo in fase di assolo). Si tratta di un album che, dal punto di vista realizzativo, può stare tranquillamente a fianco delle principali release di gruppi come Motley Crue, Poison o Skid Row, e può persino essere accostato ad alcune fra le migliori produzioni dei Bon Jovi.
Cosa è mancato quindi ai Rockhead per sfondare? Fondamentalmente due aspetti, fra loro legati. Il primo è l’originalità; intendiamoci, nel movimento hard rock americano di fine anni ’80-primi ’90 l’essere particolarmente originali non è mai stato una caratteristica diffusa, anzi; tuttavia è indubbio che diversi brani presenti in questo disco abbiano un "sapore di già sentito" particolarmente intenso.
Ma il vero peccato capitale di Rockhead è un altro: è il fattore tempo. Questo disco esce sul mercato a Gennaio 1993; ciò vuol dire che rispetto alle più note release dei principali esponenti del genere, compare con almeno 3-4 anni di ritardo, il che, in un mondo discografico dove i tempi sono sempre più ridotti (e già allora lo erano) costituisce un fardello difficile da recuperare. Ma, soprattutto, esce con più di un anno di ritardo rispetto all’esplosione del "ciclone grunge", destinato, in pochissimi mesi, a spazzare via gran parte della scena hard rock e metal sino ad allora in vigore, e a mettere in seria difficoltà gli stessi grandi nomi. Non lasciamoci ingannare dai ricordi: in Italia l’esplosione del movimento di Seattle arriva traslata di 2-3 anni, attorno al 1994; ma dischi come Nevermind (Nirvana), Ten (Pearl Jam), Dirt (Alice In Chains) o Badmotorfinger (Soundgarden) sono tutti databili fra il 1991 e il 1992, e il successo in USA fu pressoché immediato.

Fosse uscito nel 1990-91, forse Rockhead sarebbe diventato un album milionario e sarebbe ora ricordato come una delle migliori realizzazioni del movimento hard rock americano; invece il successo fu modesto, e, malgrado la possibilità di girare in tour insieme con gli amici Bon Jovi, già pochi mesi dopo la realizzazione del disco il progetto Rockhead poteva dirsi archiviato.
Bob Rock non rimase certo disoccupato; anzi, la sua carriera come produttore proprio in quegli anni toccherà le sue punte massime di notorietà, per poi mantenersi ad alti livelli sino ai giorni nostri (quasi sempre: chi ha detto St. Anger? Sì, anche quello è "suo"). Rimane un pizzico di rimpianto per non aver potuto dare una seconda possibilità ad una band che, ha saputo produrre un solo lavoro in grado di suonare ancora oggi suonano più fresco e convincente rispetto a molti altri dischi suoi contemporanei.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
58 su 1 voti [ VOTA]
Underground
Sabato 16 Maggio 2020, 20.06.28
4
Infatti nessuno si filava il genere tanto che gli AC/DC in questo paese facevano a malapena 20 mila persone ai concerti oggi li sentì ovunque e fanno quattro volte gli spettatori. Ah, le mode!
Diego 75
Sabato 16 Maggio 2020, 19.41.58
3
Il problema di questi dischi hard rock e' stato l'anno di uscita...il 1993...il grunge aveva stravolto tutto in USA...le grosse etichette come la Sony la epic e la atlantic scaricavano alla grande le band hair metal....per fare un esempio anche band come i cinderella...facevano fatica a rimanere sul mercato...altre cercavano di modernizzare il loro sound ma con poco successo...molti dischi passavano inosservati come questo disco....praticamente l'hard rock non se lo filava più nessuno!
Underground
Sabato 16 Maggio 2020, 15.36.15
2
Dire che questo disco sarebbe diventato milionario ed uno dei migliori prodotti del genere mi sembra alquanto esagerato: questo è un buon disco, ma di questo tipo nella seconda metà degli anni ottanta ne uscivano tanti e anche di migliori che ugualmente non ebbero fortuna. Un 7,5 ci sta ma non di più.
Galilee
Sabato 16 Maggio 2020, 12.45.31
1
Non lo conoscevo, niente male. Suona davvero bene.
INFORMAZIONI
1993
Capitol Records
Hard Rock
Tracklist
1. Bed of Roses
2. Chelsea Rose
3. Heartland
4. Lovehunter
5. Death Do Us Part
6. Warchild
7. Sleepwalk
8. Hell's Back Door
9. Hard Rain
10. Angelfire
11. Webhead
12. Baby Wild
13. A House of Cards
Line Up
Steven Jack (Voce)
Bob Rock (Chitarra, Cori)
John Webster (Tastiera, Cori)
Jamey Kosh (Basso, Cori)
Chris Taylor (Batteria)

Musicisti ospiti
David Steele (Cori)
Marc LaFrance (Cori)
Kenny Greer (Chitarra pedal steel, Chitarra slide)
Billy Duffy (Chitarra nella traccia 8)
Richie Sambora (Chitarra e cori nella traccia 12)
Apache (Chitarra nella traccia 7)
Scott Humphrey (Tastiera)
 
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