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Caligula’s Horse - Rise Radiant
22/05/2020
( 1965 letture )
Gli australiani Caligula's Horse sono una di quelle realtà che, a distanza di 9 anni dalla loro formazione, non si è rivelata una mera stella cadente, ma un progetto in continua maturazione e sviluppo attraverso una consapevolezza propria solo dei compositori più avveduti e coscienti delle loro capacità. Con ciò intendo dire che nel corso della loro discografia, essi non hanno di certo gettato tutto nei primi platter per poi affittare un lettino in riva al mare e godersi i frutti raccolti, tutt’altro…
Il progetto tirato su da Sam Vallen e Jim Grey si è rivelato in realtà un vero e proprio motore diesel, il che non vuol dire a ben vedere che sia partito male o sottotono, Moments from Ephemeral City in quel lontano 2011 già propose sul mercato prog metal più di qualche semplice canzoncina da macchina, ma di certo nulla che avesse meritato chissà quante lodi o che avesse fatto gridare al miracolo, senza considerare una produzione decisamente sporca e acerba rispetto ai lavori arrivati negli anni successivi. Il meglio di loro lo hanno effettivamente partorito dopo più di un quinquennio invece, passando per un The Tide, the Thief & River’s End che già propose un sound per certi versi più positivamente tagliente e d’ispirazione djent, e un bellissimo Bloom in cui si cominciò a intravedere uno stile più personale e capace di far coesistere sia le capacità più melodiche e sentimentali del songwriting della band, sia quelle in cui l’acceleratore veniva pestato senza fronzoli.

Nel 2017 appunto, i Caligula's Horse ottennero un riconoscimento da critica e pubblico più che meritato grazie alla loro miglior release: In Contact. Il disco in questione non fu di certo un caso artisticamente parlando, dimostrò l’attenzione della band nei confronti dei lavori passati nonché degli errori e delle migliorie apportabili in vista di una rappresentazione il più possibile limata e smussata delle loro idee. Ancora oggi ascoltarlo vuol dire approcciarsi a un lavoro non pioneristico di certo, ma identitario e capace di far pensare ‘’ok, questo è come andrebbe scritto il progressive metal odierno’’, che poi piaccia o meno. Da In Contact insomma, i Caligula's Horse dimostrano che la loro impronta non è lo scimmiottamento degli Opeth, dei The Contortionist e chi più ne ha più ne metta -se ne sono sentite tante-, ma una vera e propria poetica sorretta da un dualismo ben preciso. In altri termini, ascoltare un buon lavoro dei Caligula’s Horse significava trovare composizioni che di certo non sempre risultavano perfette, ma che quando riuscivano a far danzare insieme l’energia e la grinta più djent, e la melodia più raffinata e toccante nello stesso brano, ne usciva fuori qualcosa di magnifico e capace di emozionare anche i più restii nei confronti di questa ondata di neo-progressive odierno.

Il 22 maggio è allora una data importante, anzi, importantissima per la band. Sia perché il lavoro precedente pone indirettamente una sfida degna di nota agli australiani, sia perché questo rilascio vede in studio ben due new entry: Adrian Goleby alla chitarra -questa volta anche come compositore, dato che entrò sì nel 2017 ma non contribuì al songwriting di In Contact-, sia del bassista Dale Prinsse e delle sue vibranti cinque corde, a discapito di Dave Couper, presente dalla nascita del quintetto.Partiamo allora con i tre singoli rilasciati sino ad ora: le prime due canzoni dell’album, ossia The Tempest e Slow Violence, e la recentissima Valkyrie. L’ascolto dei singoli è in qualche modo preannunciante della reale qualità del discoe le impressioni derivanti sono più che confermate. I primi due brani erano contraddistinti da quello stile e quel sapore che già fu spulciato da molti di noi durante In Contact. La batteria è quadrata, pesante ed efficace nelle sue partiture ricche di poliritmie ficcanti e mai dispersive. Il guitarwork imbandisce riff stoppati in cui la banalità è l’ultimo dei nemici ravvisabili, gli assoli sono sempre coerenti e pulitissimi, i ritornelli subito memorizzabili e capaci di essere canticchiati dopo pochissimi ascolti, soprattutto grazie alle incredibili capacità di Jim nell’interpretare le linee vocali, raggiungendo le note più alte con una confidenza invidiabile. Valkyrie continua su questo stile, risultando però leggermente più violenta e diretta, più adatta insomma a chi ricerca da questo disco un sound più pesante e meno mieloso. Questa viene infatti aperta da un riff djent e da un giro armonico di tutto rispetto. La strofa è intricata nel suo guitarwork e si incastra alla perfezione con il lavoro ritmico di basso e batteria, fino al ritornello molto arioso, seppur meno ispirato rispetto a una già citata Slow Violence (una traccia che migliora di ascolto in ascolto senza dubbio). In questo brano compare poi l’unico assolo del platter di Goleby, che a ben vedere si comporta nel migliore dei modi, sfornando una sequenza degna del miglior prog death di casa Ne Obliviscaris. A questo trittico di singoli aggiungerei anche Salt e Oceanrise, come vero e proprio parto del lavoro svolto con In Contact. Salt lo fa mostrandosi nel suo onirismo romantico, fatto di un basso padrone delle strofe e delle variazioni, di chitarre carnalmente dreamtheateriane nelle battute finali e nell’assolo, nonché di piatti possenti tra i fill terremotanti. Oceanrise è forse quella che più di tutte sembra uscita direttamente dal precedente disco, il suo ritornello fantastico ricorderà e non poco i brani già sentiti della band. Perfetto poi il breakdown che precede l’ottimo assolo, i quali condiscono l’offerta del pezzo e lo pongono tra le migliori tracce della produzione, ma è ancora presto per sbilanciarsi ulteriormente.

Nel mezzo troviamo un breve brano, una ballad chiamata Resonate, dai toni pacati e molto ragionati. A dir la verità, risulta forse il tassello debole dell’intero platter. Una composizione forse troppo zuccherosa, ripetitiva e spenta; non di per sè mal realizzata o fastidiosa sia chiaro, ma meno in linea con quanto proposto dall’intero disco e quindi leggermente ‘’fuori luogo’’ in un’ambiente così energico e catarticamente liberatorio. Autumn viene aperta anch’essa da una delicatezza similare a quella di Resonate, attraverso una batteria soffice e un arpeggio di acustica. Il brano però nei suoi quasi 8 minuti subisce una vera e propria evoluzione, che nell’esplosione alla fine del primo quarto non potrà che annichilire ogni dubbio e portarci per mano in un viaggio incredibile, a dimostrazione del fatto che non è la scelta in sé di cadere in romanticismi a rovinare un’opera, bensì il farlo in maniera decontestualizzata. Autumn è invece a dir poco fantastica, tutti gli strumenti spiccheranno a tempo debito, dal basso di Prinsse -veramente ben scritti i suoi passaggi- al solito guitarwork made in Sam. La chiusura con il ritornello non potrà che far godere anche i più esigenti, portando direttamente nelle prime note della conclusiva e breve suite The Ascent, aperta da un rullante impazzito e da un riff che si articola tra math e thrash in maniera più che coerente e riuscita. La canzone in questione non è la più emozionante, seppur a livello di songwriting siamo a livelli altissimi e il guitarwork in particolare è ricco di passaggi da ascoltare innumerevoli volte prima di essere compresi al meglio. Per il resto siamo davanti a una sinusoide nel vero senso della parola, un alternarsi di momenti pacati ed esplosioni più plastiche, fino al finale di cui, seppur non ci si può lamentare, ci si sarebbe aspettato forse qualcosa di più impattante.

Insomma, concluso l’ascolto delle otto tracce componenti Rise Radiant, le promesse dei Caligula's Horse inerenti al suo sound -che sarebbe dovuto essere un In Contact 2.0, ancora più maturo e spinto all’estremo- sono state mantenute? La risposta è un amaro ‘’non proprio’’. Sono qui però pronto a spiegare per filo e per segno come questo non tolga Rise Radiant dal mare di qualità in cui si bagna in quasi ogni sua parte, persino nella fantastica copertina. Questo nuovo album della band progressive metal australiana è ottimo, forse anche qualcosina di più, ciò che manca è quel sentore di continuità presente invece nel precedente disco. Anche lì una Love Conquers All poteva apparire un po’ troppo sdolcinata come qui succede con Resonate -notare poi che entrambe sono decisamente brevi e per questo non così influenti sulla valutazione complessiva-, ma anche vero che il sentore pop appariva meno invadente e meno fuori luogo nel primo caso. Il resto è davvero un In Contact 2.0, non si può negare. Peccato che proprio per questo motivo non viene proposto nulla che faccia saltare sulla sedia, limitandosi a confermare che la band potrebbe aver raggiunto la sua piena maturità compositiva già tre anni fa, e con essa il suo stile più intimamente proprio. Forse in quel 2017 i Caligula's Horse ebbero più fortuna, forse la freschezza che portarono in quell’anno, insieme alle varie sfumature e i vari colori impazziti inseriti all’interno del CD, furono casualmente e goliardicamente più divertenti e apprezzabili. Sta di fatto che ancora oggi ascolterei con un pizzico di gioia in più In Contact rispetto a questa nuova release, dove una Graves era decisamente più mozzafiato del suo corrispettivo spirituale The Ascent. Sì, forse è ingiusto ricorrere quasi stucchevolmente ad un continuo e soffocante paragone, ma è anche spontaneo per via delle affermazioni della stessa band essa stessa molto legata e consapevole di quanto fatto con In Contact. Un gruppo che comunque si conferma una delle realtà più divertenti ed emozionanti del prog metal contemporaneo. Rise Radiant va ascoltato, va amato e va spulciato in ogni sua forma, lo evidenzierò in ogni modo possibile. Quello che a questo disco è mancato realmente è semplicemente un colpo di genio, null’altro. Come quello che accadde insomma con Periphery II nella discografia della band omonima, ossia un disco eccellente ma privo di quel quid presente invece nel debutto. Il mio consiglio è proprio per questo di prendere le mie parole con le pinze, al fine di non rovinarvi l’ascolto di un prodotto così ben confezionato e che nessun sentimento nostalgico potrà rovinare. Se infatti questo è livello qualitativo su cui si attesterà la band da oggi in poi, sia chiaro che l’ultima cosa che vedrete sul nostro volto sarà un’espressione di stizza.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
86.77 su 9 voti [ VOTA]
Davide
Domenica 31 Maggio 2020, 22.28.41
12
PS: il prog metal tradizionale è un genere stupendo ma dischi notevoli che si rifanno ai Dream Theater non ne sento forse da Isolate dei Circus Maximus e Mercy Falls dei Seventh Wonder. Non includevo nel calderone Fates Warning, Pain Of Salvaton e Psychotic Waltz ovviamente.
Davide
Domenica 31 Maggio 2020, 22.24.48
11
Capolavoro di sintesi e impatto la prima traccia. Il resto ha qualche buono spunto soffocato dall'insopportabile pomposità del prog classico alla Dream Theater, un genere che ha rotto le scatole almeno quanto il power metal. La componente djent e più alternative (scuola Tool per intendeci) ne esce azzoppata. Il peggior disco dei Caligula's Horse, ben suonato ma noiosissimo.
PaleBlueDot
Domenica 31 Maggio 2020, 14.11.31
10
Possibilità di veder recensito il resto della discografia??
HP
Sabato 30 Maggio 2020, 23.08.52
9
Davvero un gran disco, si possono notare infinite influenze dai generi più disparati del metal e perfino al pop. Personalmente ho conosciuto la band con questo album, e ne sono rimasto piacevolmente colpito
Micio
Domenica 24 Maggio 2020, 13.23.23
8
Non sono mai stato un loro grande fan ma devo ammettere che in questi anni i Caligula's Horse sono migliorati molto, ogni album che hanno un pubblicato è un gradino superiore rispetto al precendete. Stavolta credo si siano davvero superati, interessate anche la cover dell'album che riassume perfettamente le emozioni trasmesse dalla loro musica
Hellion
Sabato 23 Maggio 2020, 21.38.16
7
Disco stupendo.
rob83
Sabato 23 Maggio 2020, 12.25.58
6
grandissimo album per me un 87 tutto ci sta non gli do 90 perche' secondo me 90 va dato solo a bloom.della loro carriera.... a mio avviso e personale parere....
McCallon
Venerdì 22 Maggio 2020, 18.14.01
5
Li ho conosciuti con i singoli pubblicati da quest'album; mi hanno incuriosito, ascolterò questo e approfondirò la discografia della band, che mi pare promettente dai commenti sotto e dalla recensione.
Macca
Venerdì 22 Maggio 2020, 13.09.44
4
Dei CG ho solo Bloom, che è veramente bellissimo e si ascolta sempre con grande piacere. In Contact invece mi aveva colpito meno, forse a causa di scarsa attenzione: lo rispolvererò. Ascolterò anche questo perché secondo me hanno veramente un grande potenziale.
PaleBlueDot
Venerdì 22 Maggio 2020, 11.54.19
3
Con questo piccolo gioiello, i Caligula's Horse entrano di diritto nel club di quelle band che negli anni 20 del ventunesimo secolo possono apportare nuova linfa vitale al genere prog! Insieme a Haken Thank You Scientist e Leprous
Jansen
Venerdì 22 Maggio 2020, 11.10.03
2
"Purtroppo non viene proposto nulla che faccia saltare dalla sedia" centrato totalmente il punto, album carino, che si lascia ascoltare, però, almeno personalmente, mi ha lasciato ben poco. Citare quel capolavoro di Graves è inclemente per le canzoni di quest'album
Ilghiottonr
Venerdì 22 Maggio 2020, 3.14.11
1
Scoperti proprio in questi giorni , disco molto interessante è necessario ascoltarlo diverse volte per godere delle sfumature come avviene con tantissimi altri dischi , per gli amanti del neo progressive metal/rock è consigliatissimo
INFORMAZIONI
2020
Inside Out Music
Prog Metal
Tracklist
1. The Tempest
2. Slow Violence
3. Salt
4. Resonate
5. Oceanrise
6. Valkyrie
7. Autumn
8. The Ascent
Line Up
Jim Grey (Voce)
Sam Vallen (Chitarra)
Adrian Goleby (Chitarra)
Dale Prinsse (Basso)
Josh Griffin (Batteria)
 
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