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Lingua Ignota - Caligula
23/05/2020
( 1160 letture )
L’esperienza di chi è stato vittima di abusi e violenze, siano essi fisici o psicologici, è qualcosa che non può essere immaginato. O la si vive o la si ignora. Chi subisce atrocità, chi viene percosso o umiliato senza pietà, spesso si eclissa affondando nell’abisso del silenzio e trattenendo dentro di sé l’orrore vissuto. In due parole: si avvelena. La paura dello sguardo altrui, temuto per i giudizi che potrebbe elaborare, si aggiunge alla paura per il carnefice e, spesso, ad un irrazionale senso di colpa. Si finisce, così, per crollare sotto questo peso insopportabile e per frantumarsi. Non è facile aprirsi, in un mondo fintamente aperto ma chiuso realmente. Tuttavia, esistono martiri -la cui etimologia greca, μάρτυρ, martyr, significa “testimone”- che sanno far udire la propria voce a chi è sordo e mostrare il proprio dolore a chi è cieco. La loro esperienza, così, diviene un messaggio. Alcuni parlano, altri traducono in arte l’orrore vissuto. Tra questi, Kristin Hayter, meglio nota con il nome d’arte Lingua Ignota. Dapprima vittima di bullismo in età scolastica e poi di abusi domestici durante una relazione con un musicista, la cantante e polistrumentista, tra il 2017 ed il 2019 ha rilasciato tre album: i primi due indipendenti e coetanei, Let the Evil of His Own Lips Cover Him e All Bitches Die, mentre il terzo, Caligula, uscito nel 2019, è prodotto da Profound Lore Records.

Undici brani, oltre sessanta minuti di musica. In questo lasso di tempo, tanto lungo ed interminabile quanto breve e fuggevole, Kristin Hayter racconta la propria tragedia, la propria angoscia, l’orrore che ha accompagnato la sua esistenza, come la Morte ne Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman segue Antonius Block: “è già da molto che ti cammino a fianco”. La musica di Lingua Ignota è densa e sviluppata su più livelli, come lo è, secondo la Hayter stessa, l’esperienza di sopravvissuto. In un’intervista al The Guardian afferma, infatti, che “ci sono così tanti strati nella sopravvivenza […], ci sono la rabbia e la disperazione e non si parla mai davvero di ciò”. Sentimenti, questi, che fluiscono nella musica contenuta del disco. E lo fanno con una forza straordinaria. Il percorso musicale di Caligula ha la propria origine nella musica barocca di Henry Purcell, che si insinua nel tessuto del disco e striscia in esso, ora in modo silenzioso ed ora in modo più esplicito, come in Butcher of the World, che si costruisce attorno a Music for the Funeral of Queen Mary (resa arcinota dal capolavoro di Stanley Kubrick, Arancia Meccanica). A partire da questa mesta composizione, Hayter erige un monumento furioso, violento, destabilizzante che non cela affatto l’odio provato dalla cantante e polistrumentista per il suo aguzzino. Nella musica di Lingua Ignota non c’è spazio per l’elemento deprimente dell’esperienza traumatica ma solo per le grida di un dolore mai guarito ed inguaribile. Ma Caligula non è solo un terremoto sonico, non è solo urla strazianti. Esso è il luogo anche di bellezza spirituale e trascendentale, di eleganza che non appartiene a questo mondo così brutto e corrotto: è il caso, ad esempio, di Frangrant Is My Many Flowered Crown, cinque minuti nei quali il pianoforte e la voce pulita e piena d’estro di Kristin Hayter si fondono, il primo, con un incedere lento, monotono ed ipnotico, sorregge gli arzigogoli della seconda, che si moltiplica e stratifica in una polifonia struggente ma mai, è bene sottolinearlo ancora, deprimente. Il dolore che emerge dall’ascolto di quest’opera non è mai di quel tipo che abbatte e demolisce ma che genera reazioni dure e forti.

Quella del disco è, nel suo fondere così tante influenze diverse (con la musica barocca, anche il noise, l’industrial, ecc), musica estremamente fisica. La voce della cantante non è un’entità distante e astratta ma è violentemente presente. Non è un caso che, nelle sue esibizioni live, Lingua Ignota non stia su di un palco tradizionale, sopraelevato rispetto al pubblico, ma, più come una performer artist che come una cantante, si unisca ad esso, si muova tra gli astanti, trascinandosi da una parte all’altra dell’ambiente, spinta dall’impeto musicale. Guardare un suo concerto è come guardare una performance di Marina Abramovic, significa avvicinarsi all’artista che, così, si spoglia di quell’aura sacra -nel senso che ne dà, tra gli altri, il filosofo francese Jean-Luc Nancy: “sacro significa separato, messo a distanza, appartato, ritirato” (L’Immagine – Il Distinto, in Tre Saggi sull’Immagine, Jean-Luc Nancy, Cronopio)- che da sempre contraddistingue tale figura. Kristin Hayter è, come nell’opera The Artist Is Present di Abramovic, vicino a noi, davanti a noi, scruta nei nostri occhi mentre noi scrutiamo nei suoi.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
80.75 su 8 voti [ VOTA]
ocram
Sabato 23 Maggio 2020, 21.57.45
4
Capolavoro, bello quanto il precedente All Bitches Die. La Hayter è davvero un'artista incredibile, senza dubbio uno dei migliori dischi del 2019. Voto 90
No Fun
Sabato 23 Maggio 2020, 12.18.30
3
Quoto Carmine! Ordinato dopo aver ascoltato, sgomento, qualche minuto, è meno inesorabile dei precedenti ma più vario ed è quello che si ascolta meglio. Davvero contento di trovare questa recensione!
Black Me Out
Sabato 23 Maggio 2020, 12.16.53
2
CHE BOMBA!
Carmine
Sabato 23 Maggio 2020, 12.10.03
1
È stato uno dei dischi che ho apprezzato di più lo scorso anno. L'opera di questa donna è impressionante.
INFORMAZIONI
2019
Profound Lore Records
Dark Ambient
Tracklist
1. Faithful Servant Friend of Christ
2. Do You Doubt Me Traitor?
3. Butcher of the World
4. May Failure Be Your Noose
5. Fragrant Is My Many Flowered Crown
6. If the Poison Won’t Take You My Dogs Will
7. Day of Tears and Mourning
8. Sorrow! Sorrow! Sorrow!
9. Spite Alone Holds Me Aloft
10. Fucking Deathdealer
11. I Am the Beast
Line Up
Kristin Hayter (Voce)
Emily Dix-Thomas (Violoncello)
Laura Gulley (Violino)
Sam McKinlay (Suoni)
Lee Buford (Batteria)

Musicisti ospiti
Mike Berdan (Voce su traccia 4)
Dylan Walker (Voce su traccia 7)
Noraa Kaplan (Voce su traccia 9)
 
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