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Black Pestilence - Hail the Flesh
24/05/2020
( 564 letture )
Nati come one-man band nell’ormai lontano 2008, i Black Pestilence sono successivamente divenuti un trio, centrato attorno al leader, il cantante e bassista Valax. A due anni dall’ultimo Urban Hell Rhythmics, i Canadesi tornano in studio con un lavoro – il sesto – che non si discosta di una virgola da quanto fatto in precedenza, ciò che non sorprende una volta visto il genere suonato dai ragazzi. La band è infatti dedita a quello che si usa chiamare (un po’ a sproposito a nostro avviso) “black’n’roll”: leggasi un miscuglio grezzo e primitivo di punk, speed e black metal, dove i sempiterni Venom coabitano con i Toxic Holocaust più cattivi, i primi Destroyer 666 e un pizzico di Impaled Nazarene.

Insomma, come anche la leggiadra copertina lascia presagire, questa non è musica per chi è in cerca di sofisticherie, quanto piuttosto un’ode indiavolata a Lucifero e ai piaceri della carne che colpisce al basso ventre. I Black Pestilence investono l’ascoltatore come un rullo compressore, seppellendolo sotto una pioggia di riff diretti e semplicissimi d’impostazione punk, un drumming monotono quanto costantemente martellante e le rasoiate del basso di Valax, autore di una prova vocale sporca e cavernosa. Il tutto è affilato, minimalista al massimo e fieramente belluino, come mette subito in chiaro la title-track posta in apertura, un brano tesissimo e trascinante. Tempi brevi, struttura ridotta all’osso e velocità elevate costituiscono le altre caratteristiche delle canzoni, che scorrono via senza intoppi, distribuendo sberle sonore a destra e a sinistra. La nerboruta e quadrata Spurn all Gods erige quindi un potentissimo muro sonoro a colpi di sedicesimi e doppio pedale, mentre l’irruenta Godless, il brano più blackish dell’album assieme a True to the Dark, fa bella mostra del tremolo picking. Hellfire rallenta un poco il ritmo in favore del groove, abbondante nel panciuto refrain. Si tratta di un’eccezione, perché si torna presto su livelli di bpm indecenti, che nulla tolgono alla potenza del suono. Vedasi ad esempio la lineare My Will ti Power, o ancora di più Cloven Division, che avanza con la stessa leggerezza di un carro armato lanciato a cento chilometri orari. Frauds to the Throne risulta invece più bilanciata, nel suo alternarsi tra bellicose accelerazioni e rallentamenti spaccaossa. Dopo questa tempesta d’ignoranza (da intendersi come un complimento), è con qualche dubbio che accogliamo i quasi sette minuti della conclusiva Ephemeral, un brano strutturato, tendenzialmente lento e ricco di spunti melodici. Un po’ tutto il contrario di quanto affermato prima quindi, tanto che viene il sospetto maligno che i Tre abbiamo soprattutto voluto dimostrare di essere anche capaci alzare l’asticella. Intenzioni a parte, il risultato è interessante ma dispersivo. Non ce ne voglia il buon Valax, ma la sua creatura funziona decisamente meglio sul registro pecoreccio del resto dei brani.

Primitivi e grezzissimi quindi, ma non solo. I brani di Hail the Flesh riservano infatti un’altra, decisiva caratteristica: quella di essere decisamente catchy. I ritornelli sembrano infatti rivaleggiare nel compito di incollarsi alla testa, tanto che ci si sorprende a canticchiarli anche dopo l’ascolto. Questa capacità di unire la bieca violenza con degli hook indovinati rende l’esperienza dell’album parecchio godibile, ed evita – cosa forse più importante – di dimenticare le canzoni subito dopo averle ascoltate. Insomma, ciò assicura a Hail the Flesh una vita un po’ più lunga a dispetto di tutti i suoi sistemici inconvenienti, certo trascurabili per gli amanti del genere, ma inevitabili quando ci si muove su simili, consunte coordinate musicali.



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
54 su 3 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Autoprodotto
Thrash/Black
Tracklist
1. Hail the Flesh
2. Spurn All Gods
3. Hellfire
4. True to the Dark
5. Cloven Division
6. Godless
7. Frauds to the Throne
8. My Will to Power
9. Ephemeral
Line Up
Valax (Voce, Basso)
Daniel Toews (Chitarra)
Davey Hellfire (Batteria)
 
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