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Mekong Delta - Tales of a Future Past
03/06/2020
( 1615 letture )
Il 2020 si sta rivelando un anno propizio per i coming back di numerosi gruppi di medio/grosso calibro. I Mekong Delta sembrano averne approfittato alla grande, non perdendo tempo e saltando subito subito sul carrozzone dei ritorni nostalgici dei bei tempi che furono, per consegnarci così il nuovo Tales of a Future Past, che giunge a ben sei anni da In a Mirror Darkly. In loro difesa va però sottolineato come tutto ciò non sia un tentativo puramente commerciale, anche perché la band tedesca è sempre stata seguita da una nicchia molto ristretta di fan realmente appassionati e devoti allo stile dichiaratamente anticommerciale e intellettuale che li ha sempre contraddistinti nell’approccio personalissimo al thrash metal. Aggiungiamo poi i diversi cambi di formazione e una minor prolificità nella produzione di nuova musica, dalle pubblicazioni sempre più diluite nel tempo a partire dalla seconda metà degli anni novanta ad oggi e, per concludere, una distribuzione e delle case discografiche non sempre all’altezza della situazione. Ecco spiegato il motivo del perché i teutonici siano relegati a nome di culto quando avrebbero potuto tranquillamente ambire e ottenere maggiori soddisfazioni.

Ralf Hubert e colleghi sembrano essere rimasti fermi nella loro personale visione della musica. Si compiacciono del proprio modo di suonare e scrivere le canzoni, fedeli alla linea e come sempre menefreghisti delle tendenze, rappresentando un Giano bifronte in perenne bilico tra l’intransigenza del thrash più tradizionale e l’ampliamento dei confini sonori del suddetto genere. Ciò è reso possibile grazie ad una grande padronanza dei propri strumenti e, soprattutto, non precludendosi mai la possibilità di rischiare incorporando elementi provenienti da altri generi. È senza dubbio un thrash metal colto, a suo modo d’avanguardia e molto distante dai clichè imposti dai nomi di punta del movimento. In altre parole, il lato più sperimentale dei Mekong Delta avvicina i tedeschi agli ultratecnici colleghi d’oltreoceano Watchtower e ai visionari Voivod, band tutte accomunate da un forte spirito di ricerca nello spingersi oltre la propria comfort zone, di esplorazione e ampliamento del proprio bagaglio tecnico, espressivo e di genere. Nel caso specifico dei Mekong Delta è evidente la propensione per le divagazioni sinfoniche, di chiara matrice classica, vero marchio di fabbrica della band sin dai primi lavori e affinatosi sempre di più fino ai giorni nostri, stemperando così l’irruenza thrash in favore di affascinanti paesaggi sonori. Non a caso utilizziamo questo termine, facendo riferimento alle quattro strumentali presenti tra le dieci tracce di Tales of a Future Past che sono tutte intitolate Landscape, veri e propri quadretti sonori che portano l’ascoltatore verso scenari mistici, misteriosi e lontani, dagli echi etnici (come in Landscape 2 - Waste Land, prego Nile prendete appunti) e sinfonici. Il piglio generale è tanto arioso quanto conturbante e stempera il clima più asfittico dei pezzi più canonicamente techno thrash. Nel caso di queste strumentali sembra di sentire ora una versione più estrema dell’ultimo Steve Hackett, ora un monolite thrash che tira dritto per la sua strada senza curarsi di cosa colpisce, come nel caso di Lanscape 3 - Inharent. Non mancano, come accennato, i brani di matrice puramente thrash. Pezzi come Mental Entropy, Colony of Liar Man, Mindeater e The Hollow Man sono al tempo stesso schegge impazzite e schizoidi, avvitate su loro stesse e votate ad un esasperato tecnicismo. Gli strumenti colpiscono come pugni, ma al tempo stesso sembrano liberi di suonare per conto proprio a metà tra unione d’intenti e personalità strabordante dei singoli membri. Peter Lake dissemina riff sbilenchi alternati ad altri più taglienti, veloci ed estremamente compatti, mentre nel comparto assoli è più asciutto e sintetico, preferendo inserire qui e lì melodie fulminanti talvolta apparentemente sacrificate in favore degli altri componenti. Al basso Ralf Hubert non ha perso il tocco e, per circa un’oretta, inspessisce il muro di suono con bordate massicce ma calibrate quel tanto che basta per creare una sorta di contrappunto alle sei corde. E infine Alex Landenburg è il tentacolare metronomo di questo disco. Pesta come un fabbro destreggiandosi più che egregiamente in questo marasma di tempi dispari che è Tales of a Future Past, regalando una performance all’altezza delle aspettative. Se proprio volessimo trovare un punto debole del disco esso sarebbe la voce di Martin LeMar, non tanto per il piglio aggressivo e il timbro basso e ringhiante alla Coroner, quanto per il missaggio complessivo che lo ha messo in secondo piano, facendogli perdere incisività nei passaggi più teatrali del disco. Chiudiamo l’analisi dei pezzi con due curiosi outsider: la lunghissima When All Hope Is Gone e A Farewell to Eternity. La prima nei suoi quasi dieci minuti è un monolite sinfonico dalle cadenze lente e marziali. È un brano che punta moltissimo sulle suggestioni delle orchestrazioni volte ad enfatizzare una cupezza ansiogena e un’attitudine oscura. Sì può parlare tranquillamente di metal sinfonico, ma dotato di un grande senso della misura e di una coesione tra intenti e risultati che ha pochi uguali. A Farewell to Eternity invece sorprende perché è totalmente fuori dal coro rispetto al resto del disco, dal momento che ci troviamo di fronte ad una breve traccia principalmente dominata dalla voce e dalla chitarra acustica: qui regnano incontrastati delicati arpeggi e trame color pastello, lontanissime dal piglio aggressivo, tagliente e arzigogolato con cui le altre tracce sono state impostate. Un episodio decisamente singolare, ma che giunge a stemperare il clima opprimente e via via sempre più pessimista che attanaglia il disco e che si può evincere sia nelle atmosfere che dai titoli ogni volta più pessimisti.


Abbiamo sviscerato Tales of a Future Past nelle sue peculiarità principali, che dire dunque? I
Mekong Delta sembrano vivere per conto proprio, cristallizzati in uno stile personale e fuori dal tempo, perennemente segnati da tensioni opposte che però riescono a completarsi e compenetrarsi proprio perché così distanti, senza però sfiorare neanche per un attimo l’autocompiacimento. La grandezza dei tedeschi consiste nell’imporsi l’unico limite di non darsi limiti, assorbendo, masticando e rielaborando sonorità antiche -si pensi alla parte sinfonica- ad altre più essenziali, brutali, sincere e che mirano alla sostanza più che al formalismo -il thrash ottantiano tedesco. Il tutto rispolverato con una lucentezza nuova grazie ad un missaggio perfetto e, in ultimo, con una consapevolezza ed una fiducia nei propri mezzi che solo dei fuoriclasse come i Mekong Delta possono vantare. Non ci rimane che consigliarvi di fare vostro questo disco, di metterlo sul vostro impianto audio migliore e lasciarvi guidare in scenari apocalittici mentre sorseggiate abbondante birra ghiacciata.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
75.1 su 10 voti [ VOTA]
Cess
Domenica 21 Giugno 2020, 23.32.16
12
Liberi di acoltarvi tutte le loudness wars registrate e soprattutto masterizzate da cani che volete. Questo disco suona benone, a parte su Landscape 3 dove clippa in un paio di punti. E non è retrò. Comunque un discone!
Zess
Venerdì 5 Giugno 2020, 0.21.40
11
Personalmente, non me ne importa nulla che un tipo di produzione come quella che ho in testa non venga accettata nel 2020. Io so solo che certi suoni fisicamente non riesco ad ascoltarli, e mi urtano tantissimo. Una questione che, durante la valutazione di un album, per me è una nota di demerito e diverse volte mi spinge a lasciar perdere gli ascolti; è però puro gusto personale, ovviamente.
Jansen
Giovedì 4 Giugno 2020, 17.16.34
10
Infatti ho detto "a meno che tu non abbia un gusto per il retrò" ed è assolutamente lecito che esistano dato che è un loro gusto. Però, come hai detto tu, sono una nicchia, quindi dovendo parlare più in generale di solito le produzioni vecchio stile non vengono apprezzate. Sulla questione voti, anche se viene dato 100 ogni tanto, sono comunque casi rarissimi e (almeno da quello che ho visto io) non vengono mai assegnati da testate di recensioni importanti, al massimo da qualche testata secondaria, più di nicchia. Sugli album che venivano stroncati, credo che sia piuttosto normale, ciò che è davvero bello è destinato a durare nel tempo quindi che al tempo non venissero accolti bene ci sta. Se oggi venisse pubblicato un album che crea un nuovo genere di metal magari oggi potrebbe essere etichettato come brutto o troppo strano, ma magari in futuro potrebbe diventare lo standard ed essere rivalutato, così come è successo in passato
Transcendence
Giovedì 4 Giugno 2020, 16.20.30
9
“sia perché ormai quei tipi di produzione difficilmente vengono accettate nel 2020”. C’è un termine, NWOTHM (New Wave of Traditional Heavy Metal), il cui uso è scoppiato nei canali Youtube dedicati, in cui si trovano gruppi di metal classico fondati nel post-2000. Se ascolti gli album di questi gruppi (Enforcer, Cauldron, White Wizzard, Skull Fist, Steelwing, Striker, Katana, Evil Invaders, ecc.), scoprirai che molti di essi hanno una produzione volutamente vintage, ma non perché non ci sono mezzi o soldi per fare diversamente (ci sono), semplicemente perché c’è una nicchia di ascoltatori che ama il suono del metal vintage e piuttosto che comprare i gruppi major si accontenta con questi qui, che spesso hanno contratti meno redditizi e sono più giovani di età. “È un po' lo stesso motivo (che io sinceramente non comprendo) per cui non viene MAI dato 100 ad un nuovo album appena uscito”. A volte si trovano, ma se è per questo, perfino tanti album riconosciuti come capolavori dopo 20/30 anni venivano stroncati dalla critica cartacea di quel tempo, e sto parlando pure di gente importante tipo Manowar, Celtic Frost, Uriah Heep e tanti altri, non è solo una questione contemporanea.
Jansen
Giovedì 4 Giugno 2020, 15.24.59
8
Io sono sempre stato dell'idea che i vecchi lavori del passato vengano considerati capolavori soprattutto perché sono stati loro i veri precursori (quindi automaticamente erano anche lavori originali), coloro che hanno permesso al genere di svilupparsi e di creare decine e decine di band che avevano l'intenzione di riprendere quel suono e provare a renderlo personale, spesso riuscendoci, spesso no. Io, in un certo senso, ho la sfortuna di essere troppo "giovane" per il metal, ormai sono abituato a sentire produzione pulite ed impeccabili e quasi mai riesco ad entusiasmarmi per un album vecchio di oltre 30 anni, mi sembra di ascoltare qualcosa di imperfetto, di abbozzato. Credo (ma penso lo credano in molti) che se gli album considerati capolavori dei vari generi uscissero oggi con la stessa produzione di 40 anni fa molto probabilmente verrebbero stroncati dalla critica, sia perché ormai il metal è saturo di quel determinato genere sia perché ormai quei tipi di produzione difficilmente vengono accettate nel 2020, a meno che tu non abbia un particolare gusto per il retrò. È un po' lo stesso motivo (che io sinceramente non comprendo) per cui non viene MAI dato 100 ad un nuovo album appena uscito: si cerca sempre qualcosa che lasci perfettamente il segno e che possa influenzare la musica metal nel futuro. Ciò può avere senso per gli album usciti prima della creazione delle riviste metal dato che sappiamo già gli effetti che ha avuto quel particolare album sulla musica, ma per quelli usciti al giorno d'oggi? Servirebbe un revisionismo completo di tutti i voti fra 30 anni, ma mi sembra una soluzione un po' improbabile. Detto questo, grazie per tutte le spiegazione sui vari metodi di produzione, in non me ne intendo essendo un semplice "ascoltatore" ma fa sempre piacere saperlo
Transcendence
Giovedì 4 Giugno 2020, 14.33.08
7
Se quindi ascolti quella nicchia lì, avrai sicuramente ascoltato anche i primi dischi dei Tristania, dei Theatre of Tragedy, degli Edenbridge o perfino dei Therion prima di Lemuria/Sirius B: tutti dischi o quasi prodotti in maniera amatoriale, oppure prossimi al lo-fi (soprattutto Widow’s Weeds, sembra di ascoltare Burzum), eppure sono tutti o quasi riconosciuti come ottimi lavori/capolavori del genere. Anche i Mekong Delta in questione, facendo un genere tecnico e ricco di tendenze progressive, dovrebbero avere un bilanciamento di suoni ottimale, eppure, tutti i loro dischi prima di Pictures at an Exhibition, non erano di certo noti per avere delle produzioni ottimali (tutte farina nel sacco di Raplh Hubert). Secondo me è proprio la nicchia “symphonic/gothic” che si è standardizzata eccessivamente, al punto che, nel tentativo di ottenere un suono più bilanciato possibile (in modo che si sentano tutti gli strumenti pure quando sono sparati insieme all’unisono), si sono ottenuti una pletora di dischi con lo stesso approccio, stessi gli stessi elementi compositivi o gli stessi suoni di tastiera: e non è un problema tipico solo di quell’ambiente lì, ma anche del metal “revivalista”, vedasi Battle Beast e Beast in Black e soprattutto nel Folk Metal (in cui si fa uso di strumentazione acustica nella stessa maniera). Ci sono 3 modi per ottenere questo bilanciamento: registrare il tutto con simulatori di strumenti e amplificatori con un programma al computer e separare i canali destro e sinistro (quello più preponderante, oltre che di una facilità estrema se si ha dimestichezza, e tutto questo con un budget di appena un migliaio di dollari/euro), modificare l’equalizzazione e i valori individuali con amplificatori e strumenti veri (approccio più analogico) o, se non si riesce a cavare un ragno dal buco, scegliere l’approccio degli Haggard e rivedere gli arrangiamenti, permettendo di dare respiro alla strumentazione elettrica e a quella acustica, suonando tutti insieme solo in certi momenti (approccio più da orchestra sinfonica, guarda caso). L’originalità quindi è dovuta anche a questi fattori, oltre che alle composizioni del gruppo (e su questo punto si aprirebbe un altro dibattito che preferirei fare in altra sede).
Jansen
Giovedì 4 Giugno 2020, 13.42.59
6
Probabilmente io sono molto influenzato dal fatto che ascolti soprattutto Symphonic Metal dove la produzione conta tantissimo nella resa finale del lavoro dato che riuscire ad ottenere un ottimo suono di chitarra lasciando comunque ben udibili tutti i vari strumenti orchestrali è ben difficile e, soprattutto, costa moltissimo e in parecchi non riescono a permetterselo. Per me l'originalità non è molto determinante nel giudizio finale (io stesso riconosco che l'originalità ormai nel Symphonic sia prossima allo zero, nonostante sia uno dei generi che più ti permette di spaziare grazie ai numerosi strumenti coinvolti) quindi concordo sul fatto che ormai si tenda molto a "standardizzare" il suono, però credo che si possa benissimo essere originali con produzioni molto pulite e, quando succede, il risultato è quasi sempre ottimo
Transcendence
Giovedì 4 Giugno 2020, 0.07.31
5
Non è un paradosso, in questo momento sto sentendo (per l'ennesima volta) To Lay Like Old Ashes degli Austere, e anche qui la produzione è pulitissima, i suoni sono ottimi ed evocativi e tutto si sente perfettamente. Semmai il problema è quando i produttori cominciano a scopiazzare trucchetti, arrangiamenti o metodi di editing da altri ancora, ed è una cosa a cui tantissimi produttori stanno soccombendo, favorendo la chiarezza oltre l'originalità e la personalità. Ora, non so se è il caso di Ralph Hubert (non ricordo molto dei Mekong Delta, se non che non sono fra le mie proposte ideali), ma siccome lui produce album dal lontano 1984, penso che semplicemente stia cominciando anche lui a perdere l'ispirazione davanti alla console, cosa che dopo 36 anni di carriera è normalissima, se non scontata.
Jansen
Mercoledì 3 Giugno 2020, 23.51.16
4
L'ho ascoltato incuriosito dall'utilizzo di orchestrazioni e devo dire che When All Hope Is Gone è veramente bellissima, complessa ed ispirata, "marziale" è proprio la parola perfetta per descriverla. Riguardo al commento sotto, ormai è un paradosso, siamo arrivati addirittura a lamentarci delle produzioni troppo pulite dove si riesce a sentire tutto perfettamente e con degli ottimi suoni. Ma dopotutto è un parere personale quindi non voglio certo farne una questione
Zess
Mercoledì 3 Giugno 2020, 23.21.10
3
Ho solo un ascolto alle spalle, e con loro è praticamente niente. Posso però dire che la produzione non mi piace, troppo pulitina.
Aceshigh
Mercoledì 3 Giugno 2020, 15.57.39
2
Gradito ritorno questo dei Mekong Delta! Trovo quest’ultima prova un gradino sopra al precedente In A Mirror Darkly, non brutto ma nemmeno esaltante. Tutto sommato fino ad Inharent ci troviamo di fronte ad un disco standard dei Mekong Delta (che di “standard” poi non hanno niente... quindi è già una contradictio in terminis; vabbé, volevo dire: bello ma non sorprendente). A tratti anche un filo pesante. Ok: a livello tecnico/compositivo sempre spanne sopra la maggior parte delle bands... ma questo lo sappiamo da più di 30 anni. Le ultime tracce invece a mio avviso fanno fare un salto di qualità all’intero album. When All Hope Is Gone con le sue orchestrazioni è l’apice dell’intera opera, pezzo di 10 minuti talmente bello che... sembrano 4. Bella e sorprendente l’acustica A Farewell to Eternity (il brano che non ti aspetti) e divertente la conclusiva strumentale Pleasant Ground (rivisitazione di un brano di Isaac Albeniz). Detto che rimane comunque un gradino sotto il bellissimo Wanderer On The Edge of Time (volendo fare paragoni solo con l’ultima fase della loro produzione), quest’album merita tranquillamente un 80.
Vitadathrasher
Mercoledì 3 Giugno 2020, 13.33.37
1
Album davvero bello, atmosfere spaziali in un contesto thrash. Tanta tecnica, tanta innovazione nonostante gli anni. Loro e i voivod eternamente giovani.
INFORMAZIONI
2020
Butler Records
Prog/Thrash
Tracklist
1. Landscape 1 - Into the Void
2. Mental Entropy
3. A Colony of Liar Men
4. Landscape 2 - Waste Land
5. Mindeater
6. The Hollow Man
7. Landscape 3 - Inharent
8. When All Hope Is Gone
9. A Farewell to Eternity
10. Landscape 4 - Pleasant Ground
Line Up
Martin LeMar (Voce)
Peter Lake (Chitarra)
Ralf Hubert (Basso, Chitarra classica)
Alex Landenburg (Batteria)
 
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