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Golden Light - Sacred Colour of the Source of Light
05/06/2020
( 595 letture )
I Golden Light sono un duo imbastito da due artisti già attivi in molteplici progetti, tutti orbitanti intorno al black e a delle sue particolari derivazioni con contaminazioni folk, drone e ambient. Con Sacred Colour of the Source of Light la band decide di esplorare nuove vie con un black tendente al catartico, paradossalmente luminoso, arricchito da una vena ritualistica non troppo eccessiva. Affondando nell'iconografia e nell'arte di William Blake, il duo accosta elementi radiosi a tratti più classici e ricorrenti del black, praticamente onnipresenti per tutta la breve durata del disco. Infatti, nonostante tre brani su quattro siano abbastanza lunghi, la durata complessiva dell'album spacca quasi i trenta minuti esatti, tanto quanto basta per poter apprezzarlo senza che subentrino fattori che possano nuocere eccessivamente.

Il brano d'apertura, Sceptre of Solar Idolatry, anche se di pochi minuti riesce a far da proemio, presentando tutti gli elementi che verranno poi rielaborati nei brani successivi. Tra questi, il più prepotente e insistente risulta essere la batteria, che lascia raramente spazio a passaggi tranquilli e infuria incessante con una dinamica tutta sua, messa in primo piano rispetto al resto e che dona alla produzione una forte fisicità. Le pelli infatti vengono percosse con forza, producendo suoni secchi e definiti, come una moltitudine di cose sbattute continuamente dentro una scatola agitata in tutte le direzioni. Anche i riff della chitarra martellano insistenti su singole note per più battute, con poche articolazioni e un'ostinazione rasente la devozione. Questi due elementi principali tuttavia, insieme al timbro sbiadito della chitarra e al continuo scrosciare dei piatti, rappresentano il corpo principale di una liturgia imbevuta nel "sacro colore della fonte della luce", lontana da più classici immaginari black quali gelidi scenari scandinavi o sulfuree visioni demoniache e sabbatiche. Alla ressa sonora fanno poi da complemento uno scream posto in secondo piano, fuso con il frusciare delle chitarre, e i lunghi tonfi d'ottone di qualcosa simile a una campana. È probabilmente dall'unione di questi rintocchi con la velocità della batteria che si crea una delle idee più interessanti del disco. Il tempo che intercorre tra due rintocchi è sminuzzato nella sua unità più piccola, indivisibile, dal fitto battere delle cassa, del rullante e dei piatti, una suddivisione atta a voler scandagliare un unico grande intervallo di tempo per poter indagare al suo interno. La scomposizione del tempo con questo espediente fa venire in mente la frammentazione della luce che attraversa un prisma, con "crono" e "cromo" che si avvicinano manifestando alcune analogie nei loro principi costituenti.The Western Gate e Sacred Colour of the Source of Life sono invece due brani molto simili, che in dieci minuti a testa d'incessante battere mirano a catturare l'ascoltatore in una trance musicale per potersi poi elevare nella sfera spirituale. Il continuo sonoro di queste due tracce però viene spezzato dall'intromissione di Dawn of History, che tuttavia non smette di alimentare l'atmosfera eterea creatasi e con i suoi pad riesce a porsi come buona soluzione per virare su qualcosa di leggermente diverso. L'alternarsi di parti impetuose a momenti più rilassati in questa traccia riescono a far continuare la processione iniziata con The Western Gate e che si conclude con l'ultima traccia. Una volta finito il disco, si può dire che ogni traccia ha contribuito nel creare un qualcosa di interessante, un album su cui sicuramente si potrà discutere, ma la sensazione di esser davanti a un'opera limitata è forte. Ci sono elementi validi, sia sul livello musicale che su quello più ampio dell'arte in generale, ma nonostante l'intento sia quello di evocare qualcosa che possa indagare nel profondo, i brani non riescono a scavare molto al di sotto della superficie. La durata non eccessiva forse riesce ad evitare che questa impressione emerga al primo ascolto, ma nelle ripetizioni è molto probabile che si perdano a faldoni i primi giudizi entusiasti, assestando il tutto su un livello decisamente più contenuto ma comunque sopra la sufficienza. Nel complesso quindi, i Golden Light esordiscono con un album che probabilmente dividerà l'opinione del pubblico in due. C'è chi lo difenderà a spada tratta dando dello stolto a chiunque non sarà concorde, ma in questo caso chiunque possa mostrarsi insofferente davanti a questo lavoro non dovrebbe essere tacciato di superficialità o di non saper apprezzare il genere. Sacred Colour of the Source of Light è molto suscettibile ai gusti del singolo proprio perché si pone nel mezzo, con buoni spunti ma altrettanti pregi non sviluppati veramente a fondo. Fa molto contrasto ascoltare un album black a forti tinte ritualistiche che non sia un tutt'uno di oscurità, di tinte vermiglie e dell'esoterismo più ricorrente, ma questo non deve diventare un fattore sorpresa che vada ad alterare la capacità di giudizio. I riferimenti alla luce, al sole e ai colori creano sicuramente un accostamento anomalo che può riservare sorprese, svelando il nero che si nasconde anche laddove non dovrebbe esserci, ma il black d'atmosfera che ci si aspetta dalle premesse potrebbe non soddisfare le aspettative.

Nonostante tutto, chi è particolarmente incline a viaggiare per altre dimensioni grazie alla musica potrebbe comunque rimanerne soddisfatto, e anche a chi potrebbe nutrire diffidenza è comunque consigliato più di un ascolto, in modo da poterlo assimilare bene e poter trarre da sé le proprie conclusioni su cosa si celi effettivamente dietro questo misterioso colore e la fonte della luce.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
55 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Iron Bonehead Productions
Black
Tracklist
1. Sceptre of Solar Idolatry
2. The Western Gate
3. Dawn of History
4. Sacred Colour of the Source of Life
Line Up
Meghan Wood (Voce)
E. Henderson (Tutti gli strumenti)
 
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