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Protest The Hero - Palimpsest
23/06/2020
( 1827 letture )
Il ricordo di due anni fa, di quel tour per il decimo anniversario di Fortress a cui noi poveri europei non potemmo assistere per l’insorgenza di gravi problemi alle corde vocali di Rody Walker, è ancora vivido. Si dovette ricorrere non solo ad un amaro rimborso ma anche all’allegato: “stavamo lavorando al nuovo album, salutate anche lui”. Ancor più limpido è il ricordo di qualche anno prima, in cui vide la luce uno degli album meglio realizzati in assoluto del nuovo ventennio di musica metal. Volition infatti non solo consacrava i Protest the Hero a veri e propri geni della musica contemporanea ma dimostrava altresì che il mondo della rete non era associato aprioristicamente a sciagure ma anzi, alla possibile creazione di tali capolavori grazie all’abbattimento delle barriere tra artisti e fanbase. Approcciarsi invero dopo sette lunghi anni a un nuovo disco dei canadesi… sapevo non sarebbe stato facile, soprattutto dopo quel Pacific Myth che non aveva fatto altro che aumentare le aspettative sul nuovo prodotto che sarebbe dovuto uscire in data da destinarsi. Parliamo poi di una formazione che vide proprio in quegli anni l’innesto del polistrumentista Mike Ieradi, ora per la prima volta al lavoro sul songwriting di un full-lenght dopo che nell’estate del 2018 pubblicò un interessantissimo album solistico chiamato Glitching, anch’esso aggiuntosi a quella schiera di antipasti incapaci però di soddisfare realmente i fan più accaniti. In altri termini, la notizia della release di Palimpsest portava con sé non solo il ritorno sul mercato della band, ma anche il ritorno di ragazzi ora non più tanto tali, padri -come nel caso di Walker- over 30 con la consapevolezza di non essere più goliardici troubadours della musica estrema, ma musicisti nel vero senso della parola.

Iniziare Palimpsest, a voler essere onesti, dona una leggera emozione nell’ascoltatore, anche a fronte dei singoli rilasciati. The Canary e From the Sky sono stati capaci di mostrarci l’incredibile capacità di Walker e compagni di unire quel mathcore quadrato del passato, con ancora la freschezza delle loro prime sonorità punk e metalcore inserite in un’atmosfera più solenne ed epica, a lavori sinfonici già introdotti ampiamente nell’EP su menzionato, che facevano intuire una possibile maturazione più che un rischioso cambiamento. La verità è che questi due brani sono esattamente lo specchio dell’intero album, un’opera di certo tra le migliori in assoluto degli ultimi anni. Quando nelle nostre orecchie partirà The Migrant Mother si riuscirà a toccare con mano la genialità compositiva del gruppo, attraverso l’alterità dell’atmosfera pronta a lanciarci nel controtempo di Ieradi, in un Rody che si ripresenta -per nostra immensa fortuna- in una delle sue condizioni migliori, frutto della correzione vocale su cui ha lavorato negli ultimi tempi e che si concretizza in una varietà di stili e sfumature incalcolabile. Quella The Canary capace di far cantare a squarciagola ed emozionare, accompagnandoci nelle ultime battute in cui il songwriting progressive folle e scardinato si determina in un sound djent. From the Sky non ha nemmeno bisogno di parole, anche solo per le linee vocali, per il suo forte citazionismo a Cold Water o per la variazione che, senza timore di smentita, è la migliore dell’intero platter. Si potrebbe fare il paragone con quanto venne fatto da quella presente in Drumhead Trial, per intenderci sull’eccellenza delle solite variazioni made in Protest the Hero. Uno dei tre interludi,Harborside, è un minuto di pura poesia, che dal piano si evolve in orchestrale introducendo tra l’altro un pezzo a dir poco mozzafiato come All Hands. La struttura sincopata del brano viene sorretta da una danza raffinata tra armonia e melodia, confermando anche la mostruosità tecnica alle pelli con fill fulminei posti alla fine di strofe poliritmiche impensabili. McLellan al basso fa un ottimo lavoro, soprattutto in questo brano destinato ad esplodere nelle linee vocali di un growl cavernoso e chiudendosi in un passaggio più delicato arrangiato dal pianoforte. The Fireside poi è una canzone partorita grazie a tutto ciò che la band ha fatto nel passato ma non solo, con quel tapping old style delle prime release, ad incoronare il guitarwork di MacMillar e Hoskin, due professionisti assoluti, una ritmica country sulla metà e i giri mirabolanti dei legati accompagnati da un Rody Walker mozzafiato. Soliloquy sembra uscita da Volition, così anche come Reverie: tutti brani incredibilmente intricati armonicamente ma con un lavoro melodico capace di farci emozionare e cantare ancora e ancora durante i vari ritornelli. Proprio a proposito di questi, è meritevole quello di Little Snakes, composizione titanica e consapevole in ogni sua parte, entrando sempre più nella testa dell’ascoltatore grazie alle eccellenti partiture di basso e lo scream disperato in chiusura. Mountainside è invece il secondo interludio di Palimpsest, un valzer viennese che ci consentirà di respirare un istante mentre si cercherà di metabolizzare ciò che è stato ascoltato sino ad ora, preparandoci per Gardenians e le sue linee vocali tanto ostiche quanto eccentriche e dialogiche, in una composizione ritmica da applauso. Altro interludio ed eccoci già alla fine: Rivet. Qui si sentono le influenze punk, metalcore e soprattutto quel sound tagliente che hanno contraddistinto produzioni come Fortress o Scurrilous. Il tutto si conclude, scivolandoci tra le dita in un finale pacato sinfonico e dandoci la consapevolezza di come sia volato ogni secondo.

Eppure, nonostante tutto questo, Palimpsest è riuscito ad essere oggetto di accusa sin dalle prime ore dalla sua uscita, tormentato da svariate critiche di ultratecnicismo vuoto e/o commercializzazione del sound della band. Criticare però i Protest the Hero per essere ultratecnici e per proporre sonorità eccessivamente pop, non solo dovrebbe risultare incoerente già di per sé, ma per molti versi sarebbe come criticare Caravaggio per essere stato troppo “barocco” e “commerciale”. Pensate, proprio il Merisi si dovette piegare alle mode del tempo e al mercato, per riuscire semplicemente a tirare avanti in un mondo di orbi. I suoi soggetti, così come la sua abilità tecnica, non trovarono sufficienti proseliti in giovane età ma solo critiche o peggio ancora indifferenza; eppure solo un folle strumentalizzerebbe questa contestualizzazione per svalutare l’operato e l’abilità di Caravaggio. Senza considerare che se il barocco almeno fu a conti fatti la “moda” del tempo, e quindi l’accusa risulterebbe almeno credibile, di certo non lo è oggi la tecnica estrema. Associarla automaticamente a sinonimo di vuotezza è a dir poco illogico, la struttura metrica al di fuori del solito 4/4 incarnato da un beat fraudolento, né un sound particolarmente ricercato, pagheremmo tutti oro per ascoltare musica pop simile a Palimpsest, anche solo riferendoci all’impianto prettamente melodico. L’arte non è un mero terreno per lo scontro generazionale, ma la culla dell’eternità e i Protest the Hero sono stati capaci di inserircisi a gamba tesa. Palimpsest non necessita analisi super dettagliate, è un disco che semplicemente parte in quarta sin dal primo ascolto, crescendo ogni qualvolta si premerà il tasto play, consentendoci di svolgere una esegesi senza un barlume di stucchevolezza. È inutile poi innestare confronti ridondanti con il passato, il numeretto in fondo alla pagina mai sarà capace di sostituirsi ad ascolti attenti e alla capacità critica dell’ascoltatore. Certo è però che la musica di questi ormai-non-più-ragazzi canadesi è una musica che sbraita ed è tutt’altro che assopita. Essa pulsa rinvigorita dalla sua stessa energia galvanizzante, impreziosita da una maggiore maturità e consapevolezza rispetto alle sue precedenti incarnazioni, tanto nel songwriting -le magnifiche orchestrazioni di Milen Petzelt-Sorace e le scelte stilistiche- quanto nei testi ora ben più che puerili -la grandezza umana priva di etichettature, le vittime dell’incoerenza dei loro vicini a stelle e a strisce dipanata nel palinsesto storico appunto e così via. La discografia della band in questione è un vaso di Pandora in cui ogni singolo prodotto ha tutt’ora una sua identità e un suo motivo di esistere e per essere apprezzato, per questo motivo non si può che tacere e rimandare all’ascolto.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
86 su 15 voti [ VOTA]
paolo
Sabato 4 Luglio 2020, 21.32.20
10
sono un vecchio Rocker con altri gusti ma aperto e versatile.Ormai mi bastano pochi minuti per decidere . Confesso che non conosco la band, ma qui c'e' tanta roba, ma tanta. Tecnica dei musicisti , c'e' groove a sufficienza, c'e' la potenza del metal ....insomma... un grande lavoro!!
Earthformer
Domenica 28 Giugno 2020, 23.29.34
9
ennesimo capolavoro, nient'altro da dire
Macca
Venerdì 26 Giugno 2020, 17.03.01
8
Non sapevo dovesse uscire un nuovo PTH. Ho ascoltato The Migrant Mother e From The Sky e sono bellissime, soprattutto la seconda: nelle aperture melodiche mi ha ricordato non poco Volition (per me bellissimo) con un pò meno math e una componente prog più accentuata. Lo ascolterò e, alla fine, mi toccherà comprare anche questo insieme ai nuovi Haken, Lamb Of God, Ulcerate, etc.
tosaerba
Mercoledì 24 Giugno 2020, 16.56.44
7
la prima cosa che ho notato ascoltandolo e' che confrontandola con i lavori di dieci anni fa la voce di rody walker e' sicuramente cambiata. nel complesso un lavoro convincente, molto piu' di scurrilous (che a me personalmente non piace) e volition (imho appena sufficiente). secondo me avevano bisogno di un po' di tempo per ritrovarsi e mettere assieme le idee. voto 70
Michele "Axoras"
Mercoledì 24 Giugno 2020, 11.31.11
6
Uno degli act più interessanti e notevoli degli ultimi 15 anni.. a mani basse
Matteo
Mercoledì 24 Giugno 2020, 1.43.19
5
Sto sentendo l'album ,cazzo ragazzi ma è un disco della Madonna ,io non amo molto il prog ma qui c'è veramente tanta melodia e tecnica il cantante è davvero bravo. Gruppo sconosciuto almeno x me,ma con you toube mi sono imbattuto in questo meraviglioso album
Steelminded
Martedì 23 Giugno 2020, 19.32.51
4
Mi è parso ottimo, anche se più melodico e poppeggiante rispetto ai precedenti, inclusa la produzione piu ovattata.
Flavio
Martedì 23 Giugno 2020, 16.01.20
3
Voglio ascoltarlo meglio, ma per adesso lo trovo un lavoro davvero notevole; la "tripletta" iniziale è davvero fantastica.
Black Me Out
Martedì 23 Giugno 2020, 11.42.59
2
Non mi aspettavo un disco così bello dai PTH dopo la magia creata con Volition e i dischi seguenti che personalmente non mi avevano catturato. Ma qui siamo di nuovo a livelli stellari, che non fanno rimpiangere gli anni trascorsi da Volition per l'appunto. From The Sky è da lacrime agli occhi e gli interludi sono godibilissimi, tanto che il loro utilizzo mi ha ricordato quello che fanno pure gli Enter Shikari con i loro di interludi. Per ora tutto il disco si mantiene su livelli di longevità buonissimi, sebbene lo abbia in ascolto da relativamente poco; i brani mi piacciono tutti senza esclusioni e questo è già un grandissimo punto di forza. Per ora non mi sbilancio abbassando a 85 il voto della rece, ma credo che sarà destinato a salire. Ottima uscita estiva!
Halo
Martedì 23 Giugno 2020, 10.36.46
1
L'ho aspettato da tanto e l'attesa è stata ripagata. Personalmente ho trovato i due singoli le tracce più "deboli", per il resto la qualità dei pezzi è spaventosa ( anche a mio parere gli interludi sono dei piccoli gioielli) Tecnica sopraffina sempre al servizio dei brani, per me 85.
INFORMAZIONI
2020
Spinefarm Records
Prog Metal
Tracklist
1. The Migrant Mother
2. The Canary
3. From the Sky
4. Harborside
5. All Hands
6. The Fireside
7. Soliloquy
8. Reverie
9. Little Snakes
10. Mountainside
11. Gardenias
12. Hillside
13. Rivet
Line Up
Rody Walker (Voce)
Luke Hoskin (Chitarra)
Tim MacMillar (Chitarra)
Mike Ieradi (Batteria)

Musicisti ospiti
Cameron McLellan (Basso)
Milen Petzelt-Sorace (Arrangiamento orchestra)
 
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