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Satyrus - Rites
24/06/2020
( 332 letture )
La prima caratteristica che una impresa artigiana deve avere, per potersi definire tale in base alla legislazione italiana, è l’essere un’impresa che non lavora in serie. In maniera precisa, si identifica quindi di conseguenza l’impresa industriale come un’impresa che invece lavora in serie. La ragion d’essere dell’una e dell’altra tipologia di impresa, più o meno, si può ridurre a questo: l’artigiano produce oggetti unici e irripetibili. Anche se decidesse infatti di replicare uno stesso modello più e più volte, non riuscirebbe neanche volendo a creare due oggetti perfettamente uguali. L’esatto opposto vale per l’impresa industriale: la sua forza sta proprio nel fatto che è in grado di produrre un numero potenzialmente infinito di copie identiche di uno stesso oggetto. E un gruppo musicale è una impresa artigiana o industriale? Se applichiamo il criterio dell’impossibilità di produrre in serie musica identica in tutto e per tutto potenzialmente all’infinito, allora non resta che sposare l’ipotesi dell’artigianato. D’altra parte, l’espressione artistica è ancora altra cosa rispetto all’artigianato. Perché, si dice, l’Artista è addirittura un Maestro, mentre l’artigiano tutto sommato non è che un riproduttore di altrui canoni, non è un vero creatore. Il lavoro dell’Artista ha un fine in se stesso, quello dell’artigiano è invece un creare per uno scopo di utilizzo pratico. Ecco quindi che il quadro si complica ulteriormente e la domanda, speriamo non oziosa nasce spontanea: il musicista è artista? E’ artigiano? O finisce per essere un prezzolato dell’industria, incapace di fare altro che riprodurre in maniera continua e pedissequa e senza anima qualcosa che non saprebbe creare spontaneamente?

Nel caso dei palermitani Satyrus, senz’altro non commetteremo l’errore di considerare la loro opera prima, Rites, come frutto di una volgare quanto sterile e inutile riproposizione cieca e senz’anima di un canone. Nati nel 2016 dall’unione di musicisti provenienti da numerose e significative esperienze, anche piuttosto distanti tra loro, ma accomunati da una visione chiara, i nostri trovano la dimensione attuale, che vede l’arrivo del batterista Morgan Perrone a sostituire l’originario Claudio Florio. Presa la giusta decisione di lasciare che l’identità del gruppo crescesse col tempo, prima di arrivare in studio di registrazione, ecco quindi i quattro consolidare la propria proposta lungo questi quattro anni, per poi rilasciare un album decisamente impegnativo, denso ed interessante.
Rites è un disco particolare, che trova nel doom, usato come accezione più ampia e indefinita, la propria matrice e perfino la propria evoluzione. Sono infatti rintracciabili evidenti radici sabbathiane, derive sludge, psichedeliche, alternative/grunge ed echi di formazioni tipiche del dark sound tra la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta. I primi riferimenti che vengono alla mente sono senz’altro Electric Wizard, Saint Vitus e Reverend Bizarre, ma la particolarità della commistione sonora proposta dai quattro, esula anche da questi due riferimenti. La scelta di proporre cinque brani per una durata complessiva dell’album di quasi quarantacinque minuti, d’altra parte, ci dice già molto del gruppo e della sua visione. Iniziare poi la prima traccia con una messa salmodiata (trattasi della Stele della Rivelazione, iscrizione egizia come trascritta da Aleister Crowley, citato poi anche all’inizio di Swirl col suo Inno a Pan) che sfocia nella canzone vera e propria per una durata complessiva di quasi dodici minuti, è una dichiarazione d’intenti ben chiara e inequivocabile. L’atmosfera lugubre e opprimente del disco è in gran parte data dall’uso di numerosi effetti, di una distorsione volutamente vicina allo sludge, dallo spettro amplissimo, oscuro e stordente, mentre la pesantezza dei riff non lascia scampo all’ascoltatore e lo trascina nel vortice di un doom evocativo, maledetto, appiccicoso e malsano. Orditore di trame melodiche che esaltano ancora di più l’aspetto liturgico e dannato dell’album è naturalmente Gianni Passafiume, vocalist che sceglie un cantato strascicato, in qualche caso vicino alla stonatura, ma sempre molto ben calato nell’atmosfera del brano, con una discreta potenza vocale che aiuta e non poco a non farsi travolgere dalle spire delle canzoni e ricorda vagamente lo stile di Scott Reagers. In qualche caso, Passafiume riesce veramente ad azzeccare anche la dinamica del brano in maniera totale, alzando il valore dei già ottimi brani, ma il suo comunque non è un percorso melodico che si fa forte di ritornelli memorizzabili e cantabili o di melodie particolarmente pronunciate. Sembra molto più adattarsi allo scorrimento dei brani, come un traghettatore che segue lo scorrere delle nere acque senza contrastarle, ma sfruttando invece la loro potenza e mostrando più volte alcune tentazioni alternative metal. Nel maelstrom melmoso che caratterizza quasi tutti i brani, si fa notare peraltro anche la ottima solista di Frankie Pizzimenti, che mette in mostra doti tecniche tutt’altro che disprezzabili e che ben emergono in mezzo alla musica dei Satyrus. E’ piuttosto insolito in effetti per il genere ricorrere ad assoli di questo tipo, ma la capacità del musicista di inserirli in maniera affatto contrastante, ma anzi piuttosto naturale e scorrevole, costituisce un ulteriore prova della qualità e del lavoro fatto a monte dalla band. Scegliere una canzone rispetto alle altre appare piuttosto difficile e anche tutto sommato inutile: Rytes è un album compatto e a livello qualitativo non si segnalano particolari cedimenti o picchi assoluti. Diciamo che senz’altro Black Satyrus e Swirl possiedono delle specificità che lasciano un segno più immediato nella memoria, assieme a Stigma con i suoi evidenti richiami sabbathiani e un palese omaggio a Fairies Wearboots sul finale. Ma sarebbe un peccato non riconoscere anche alla conclusiva Trailblazer un fascino del tutto suo, cosa che comunque non si può negare a nessuna delle cinque tracce presentate in Rites, le quali sono tutte piuttosto riconoscibili dopo qualche ascolto appena attento. Fattore questo che in un disco così pesante e ossessivo aiuta e non poco.

Arte, artigianato o industria? Nel caso dei Satyrus parleremo senz’altro di una band capace di utilizzare un linguaggio musicale già ampiamente rodato, anche nelle sue derive moderne. Questo non impedisce al gruppo e alla musica di godere di una certa personalità, data soprattutto dal modo in cui mette insieme le diverse componenti del proprio sound di riferimento, confezionando un disco che evoca credibilmente l’oscurità di cui sembra nutrirsi e le atmosfere malsane e notturne di questi riti maledetti. Manca forse solo il brano capace realmente di emozionare l’ascoltatore, al di là del canone di riferimento. Per un’opera prima una mancanza accettabile, specialmente all’interno di un quadro piuttosto positivo sotto tutti i punti di vista. Il che ci porta all’inevitabile conclusione che al di là delle categorizzazioni, l’underground ha ancora molto da offrire e che finché ci saranno band che interpreteranno in maniera personale la propria musica, cercando di donarle ispirazione e qualità, non correremo mai davvero il rischio che il tutto diventi un’industria senz’anima di pezzi uguali, senza cuore e anima.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
57 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Autoprodotto
Doom/Sludge
Tracklist
1. Black Satyrus
2. Shovel
3. Swirl
4. Stigma
5. Trailblazer
Line Up
Gianni Passafiume (Voce)
Frankie Pizzimenti (Chitarra)
Freddy Fish (Basso)
Morgan Perrone (Batteria)
 
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