Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Falconer
From a Dying Ember
Demo

Chaosaint
In the Name of
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

09/07/20
NUCLEAR WINTER
StormScapes

10/07/20
MICHAEL GRANT & THE ASSASSINS
Always the Villain

10/07/20
DAWN OF A DARK AGE
La Tavola Osca

10/07/20
TOKYO MOTOR FIST
Lions

10/07/20
REBEL WIZARD
Magickal Mystical Indifference

10/07/20
BLOODY HEELS
Ignite the Sky

10/07/20
SHINING BLACK
Shining Black

10/07/20
VISION DIVINE
The 25th Hour (ristampa)

10/07/20
ENSIFERUM
Thalassic

10/07/20
ENUFF Z`NUFF
Brainwashed Generation

CONCERTI

08/07/20
THE DEAD DAISIES (SOSPESO)
LIVE CLUB - TREZZO SULL'ADDA (MI)

08/07/20
GUANO APES + LACUNA COIL (SOSPESO)
PARCO DELLA CERTOSA - COLLEGNO (TO)

13/07/20
KISS (SOSPESO)
ARENA - VERONA

23/07/20
INSUBRIA FESTIVAL
PARCO GHIOTTI - MARCALLO CON CASONE (MI)

24/07/20
INSUBRIA FESTIVAL
PARCO GHIOTTI - MARCALLO CON CASONE (MI)

25/07/20
INSUBRIA FESTIVAL
PARCO GHIOTTI - MARCALLO CON CASONE (MI)

26/07/20
INSUBRIA FESTIVAL
PARCO GHIOTTI - MARCALLO CON CASONE (MI)

29/07/20
DROPKICK MURPHYS
FESTIVAL DI MAJANO - MAJANO (UD)

07/08/20
KORPIKLAANI
MONTELAGO CELTIC FESTIVAL - SERRAVALLE (MC)

07/08/20
SUMMER METAL 2020
LONCA DI CODROIPO (UD)

Saint Vitus - Die Healing
27/06/2020
( 631 letture )
Formati a Los Angeles nel 1979, i Saint Vitus fanno parte di quella prima ondata di band che hanno codificato e trasportato nel nuovo decennio il doom figlio dei Black Sabbath, dandogli dignità di genere a se stante e aprendo la strada a quanti sono venuti dopo. La loro forza fu rimanere ancorati in maniera evidente alle sonorità dei padri così come alle loro soluzioni, senza essere per forza dei meri cloni, ma diventando anzi maestri a loro volta, rimanendo ad oggi dei punti di riferimento assoluti. Parliamo naturalmente di Trouble, Pentagram, Pagan Altar, Witchfinder General e ben poche altre realtà e di un’epoca nella quale questo tipo di sonorità era tutt’altro che amata e compresa, se non per le sue diramazioni NWOBHM, comunque orientate all’heavy metal. Gli americani Saint Vitus e Trouble, invece, si trovarono di fronte al grande scontro tra il glam e l’AOR scintillante da un lato e l’underground del thrash metal, fatto di velocità ed estremismo sonoro, mentre le nicchie rimanenti venivano contese da hardcore, epic, US Power e ben poco spazio rimaneva per chi professava lentezza catartica e ipnotica, alla quale abbinare un immaginario fatto di croci, cimiteri gotici, ragnatele e quant’altro. Negli arrembanti anni 80, patria dell’edonismo e del self-made, di Wall Street e della grande rivincita dell’aquila americana contro l’orso sovietico, a questi profeti del destino ineluttabile non restava che rimpiangere il fatto di essere nati troppo tardi e condannarsi all’immagine di freakkettoni fuori tempo massimo. È così che, addirittura, furono i Black Flag a sostenere i Saint Vitus all’inizio, portandoseli in tour come gruppo spalla e, attraverso la SST Records di Greg Ginn, a produrre i loro album. L’uscita del cantante Scott Reagers e l’arrivo di Scott "Wino" Weinrich, coincide con l’epoca di maggior soddisfazione, ma l’underground resta l’unico approdo per la band. Così, quando anche Wino se ne va, per riformare i suoi The Obsessed, Chandler e soci provano il colpo, prendendo il cantante degli svedesi Count Raven e pubblicando C.O.D., disco che avrebbe dovuto mostrare un lato più aperto e disteso della band, quello più commerciale, se vogliamo usare una parola che stride clamorosamente con i Saint Vitus. L’esperimento fallisce, il disco viene subissato di critiche (il massimo, accusare chi sopravvive a malapena da quasi quindici anni, di essersi svenduto) e l’incolpevole Christian Linderson non può fare altro che rimontare sull’aereo e tornarsene in Svezia. Per la band sembra arrivato il capolinea. Invece, ecco il colpo gobbo: rientra Scott Reagers e, con lui, viene pubblicato un album dal ferocemente sarcastico titolo di Die Healing, che viene da molti riconosciuto come uno dei loro migliori, se non il migliore.

Di tutti gli interpreti ottantiani della prima ora, i Saint Vitus sono senza dubbio quelli più apertamente ancorati alle atmosfere settantiane, quelli per cui parlare di doom metal ha poco senso. Chandler e soci suonano una musica antica già dal primo album, una musica terrosa, ancestrale, ipnotica, sporca, lugubre, come la loro distorsione. Una musica mesmerizzante che anticipa lo stoner e lo sludge, anche nell’acidità dei solismi spesso amelodici di Dave Chandler e che risulta all’ascolto semplice, rozza e tecnicamente basilare e che, non a caso, sarà apprezzata proprio dal pubblico punk, più che da quello metal. A differenza dei colleghi Trouble, che devono moltissimo ai Judas Priest, i Saint Vitus sono figli dei Black Sabbath e dei Blue Cheer e si sente benissimo. Il ritorno in pompa magna allo stile dei primi due album è prepotente, uno vero e proprio schiaffo amaro, rabbioso, psicotico. Die Healing è l’esaltazione massima di quello stile povero, scarno, muffoso, psichedelico e opprimente del quale i Saint Vitus sono e saranno sempre la massima espressione. Scott Reagers si cala in maniera encomiabile nel paludoso terreno creato dai compagni e lo fa con la sua prestazione probabilmente migliore, tirando fuori dalle proprie intoccate corde vocali una interpretazione psicopatica e raggelante. Il suo tono chiaro, stentoreo e dotato di buona estensione è al massimo delle proprie qualità e riesce a combinarsi meravigliosamente col gorgoglio folle e rabbioso che il cantante riesce a intonare donando uno spettro terrificante ai brani, con qualche passaggio ai limiti della stonatura, se non oltre, ricercata e voluta per amplificare l’effetto. Tanti, tantissimi cantanti dovrebbero prendere ispirazione nota per nota dalla superba prova di Reagers, per capire come si possa rendere tanto dolore e tanta alienazione, senza ricorrere al growl o allo scream o a qualunque altra tecnica estrema. Il singer è insomma il valore aggiunto di questo album e, assieme a lui, arriva una ispirazione potente e centrata da parte di tutto il gruppo, che musicalmente offre una prova essenziale quanto perfetta, centrata al massimo livello. Il quartetto originale si è ricomposto e come un lento ma inesorabile zombi è pronto a mangiare cervelli e carne umana come mai prima.
Le otto tracce che compongono l’album sono mediamente piuttosto lunghe, lente e ossessive, in particolare da Let the End Begin in poi, con la parte centrale dell’album che va dai cinque minuti di Trail of Pestilence agli oltre otto di Sloth e In the Asylum. Eppure, una volta entrati nel mood del disco, è difficile trovare noioso o poco scorrevole l’ascolto, per quel raro equilibrio dato dall’ispirazione e dalla credibilità, dall’attitudine di una band che sa esattamente quali strumenti utilizzare. Così se Dark World e One Mind sono due gemme di doom primigenio e libro di scuola per chiunque voglia avvicinarsi al genere, con tanto di citazione sabbathiana abilmente mascherata, Let the End Begin è un raggelante capolavoro assoluto, con Reagers che salmodia sulle strofe quasi parlando e mettendo via via un’inquietudine rara, per poi lasciare spazio alla travolgente accelerazione centrale e alle agghiaccianti urla sul finale, nuovamente rallentato. Stupenda pure Trail of Pestilence, con Sloth che invece è ancora una volta un apice assoluto, grazie anche al refrain quasi "piacevole" che contribuisce a smorzare l’atmosfera quel tanto che basta e lasciare che Return of the Zombie e ancora di più la letteralmente terrificante In the Asylum conducano per mano l’ascoltatore nell’abisso della follia e della morte. Colpisce davvero come una canzone se vogliamo così semplice e basilare regga per oltre otto minuti creando una tensione così pazzesca e alla fine concludendosi dopo un tempo che sembra anche tutto sommato breve. Su Just Another Notch riprende il timone Dave Chandler anche in versione cantante, con qualche ostentata somiglianza allo stile canoro di Wino e Lemmy, per un classico up-tempo alla Saint Vitus, sublimato dai suoi assoli deliranti, rumoristi e psichedelici al tempo stesso.

Difficile trovare un album nel genere che sia così perfetto, sotto ogni punto di vista. Die Healing è il classico colpo del campione all’ultimo round. Quello che stende l’avversario che magari stava anche pensando alla vittoria o comunque ad una onorevole chiusura; quello che non vedi partire e ti lascia lì, accasciato e senza coscienza. Uscito nel 1995, aveva poche speranze di ribaltare le sorti di una carriera che aveva fino a quel punto conosciuto ben poca gloria, se non per un pugno di fan sfegatati e fedeli fino all’ossessione. Il mondo stava per finire per i Saint Vitus che infatti si sciolsero di lì a poco, lasciando come ultima testimonianza di sé stessi uno dei loro album migliori, in tutti i sensi. Una morte in salute, appunto. Esiste un epitaffio più amaro e al tempo stesso più azzeccato? Probabilmente no e, probabilmente, neanche loro si aspettavano di riuscire a rompere nuovamente il silenzio, qualche anno più tardi, tornando ancora a cavalcare il proprio magma sonoro, questa volta con l’alone della leggenda di chi è sopravvissuto alle mode e riprende il proprio polveroso e maledetto scettro. Tempo di ricordi, tempo di rispolverare un capolavoro assoluto, talmente retrò che appare oggi ancora assolutamente efficace, forse anche più che allora.



VOTO RECENSORE
95
VOTO LETTORI
91.66 su 3 voti [ VOTA]
Diego75
Giovedì 2 Luglio 2020, 21.27.20
7
Ottimo disco . ..fantastica riunion con il mitico scott reagers...ma si sa che nel 1995 la gente aveva abbandonato il metal classico e il doom vecchia scuola a favore del grunge e dell' alternative metal!...saranno stati i tempi e le sensazioni vissute dal sottoscritto...ma qui avere dato nessuna o poca rilevanza ad una disco come questo....e' stato commesso un crimine!...voto 90.
Masterburner
Lunedì 29 Giugno 2020, 9.30.16
6
Adoro Reagers e i suoi vocalizzi granguignoleschi
Legalisedrugsandmurder
Domenica 28 Giugno 2020, 16.46.12
5
Tra i 10 album doom di tutti i tempi. Insieme a Born too late il loro apice
Epic
Domenica 28 Giugno 2020, 16.44.49
4
Per me resta il miglior album della band, una cannonata. Voto 83
The Sinner
Sabato 27 Giugno 2020, 15.25.08
3
L'album piu' ispirato dei Saint Vitus ... Il loro capolavoro!!...Un gioiello del Doom celebrato dalla voce maniacale di Scott Reagers che trova la giusta dimensione nel tenebroso limbo di tracks eccellenti come l'opener "Dark world", l'ossianica "Return of the zombie", le allucinate "One mind" e "In the asylum". Ottima anche la piu' ritmata "Just Another Notch" posta in chiusura cantata da Dave Chandler...Album irrinunciabile x ogni doomster !!
Black Me Out
Sabato 27 Giugno 2020, 11.17.33
2
Che disco meraviglioso! Me lo sto riascoltando proprio ora mentre studio la metrica latina delle opere di Virgilio. Perlomeno con i Saint Vitus mi prendo tutta la concentrazione per farlo al meglio.
Manacerace
Sabato 27 Giugno 2020, 7.23.11
1
Bellissimo album lo comprai appena uscito forse migliore anche di born too late tracce tutte belle la migliore dark world e return of the zombie
INFORMAZIONI
1995
Hellhound Records
Doom
Tracklist
1. Dark World
2. One Mind
3. Let the End Begin
4. Trail of Pestilence
5. Sloth
6. Return of the Zombie
7. In the Asylum
8. Just Another Notch
Line Up
Scott Reagers (Voce)
Dave Chandler (Chitarra, Voce su traccia 8)
Mark Adams (Basso)
Amando Acosta (Batteria)
 
RECENSIONI
72
95
83
89
96
85
86
ARTICOLI
19/10/2017
Live Report
SAINT VITUS + MOS GENERATOR
Traffic, Roma, 11/10/2017
25/10/2014
Live Report
SAINT VITUS + ORANGE GOBLIN
Init Club, Roma, 19/10/2014
 
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]