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Autograph - That`s the Stuff
04/07/2020
( 513 letture )
Difficile trovare un'entità che, nel mondo musicale, abbia saputo convivere con colpi di fortuna e sfighe colossali. Beh, ecco gli americani Autograph, come testimoni totali di un ossimoro in piena regola. La loro storia è lunga articolata, perciò cercherò di essere breve. Si formano a Los Angeles nel 1983, grazie allo stakanovista Steve Plunkett, leader dei Wolfgang, leggenda dei locali di Los Angeles dei tardi anni settanta, e nei quali militavano lo stesso cantante e chitarrista e Randy Rand come bassista. In quel periodo, le tre realtà più affermate dei locali losangelini erano i Van Halen, i Quiet Riot e i Wolfgang, ma il destino decise che questi ultimi non dovessero esplodere mai, nonostante il loro successo nei club del Sunset Strip, con tantissimi biglietti venduti. Il cantante-chitarrista incomincia a prestare opera per decine di band cittadine nel 1980, suonando sette sere su sette con nomi come John Doe, X Offenders, Silver Condor, monicker che potranno dire poco ai più, ma risulteranno il trampolino di lancio perfetto al fine di trovare i membri giusti per la line-up e accumulare esperienze e conoscenze importanti.
Proprio con i Silver Condor il nostro farà ascoltare un demo, registrato in modo pessimo, ad un'eminenza come il compianto Andy Johns, produttore e tecnico del suono per nomi "discreti" come Jimi Hendrix, Rolling Stones e Led Zeppelin. Pur depresso da un sound terribile, il produttore apprezzerà le canzoni e si proporrà di ri-registrare il nastro, presentando ai ragazzi personaggi di rango dentro al pianeta della musica. A questo si aggiunse colpo di fortuna totale, per una band neonata, di partecipare come supporto ad un tour dei Van Halen, grazie al batterista Keni Richards, amico e partner di jogging di David Lee Roth. Da quel momento il quintetto verrà gettato in pasto alle arene e al music biz, con non pochi problemi di contorno: zero denaro a disposizione, repertorio da assemblare, un camper scassato come tour bus, una strumentazione non completa e l'assenza di una crew, colmata con alcuni loro amici. 48 date live e, come affermò Plunkett, i ragazzi avrebbero potuto continuare ancora, ma, dopo aver firmato un accordo con la RCA Records, sempre grazie ai Van Halen, approfittarono dell'occasione per ritirarsi e iniziare le registrazione del primo album, quel Sign In Please che regalerà grandissime soddisfazioni e il disco d'oro al quintetto, trovatosi improvvisamente dal totale anonimato al vendere milioni di copie e con una hit come Turn Up The Radio che spopolava. Ma il ferro va battuto finchè è rovente, così la label spinge letteralmente in studio la band per un secondo capitolo da far uscire molto in fretta. Va detto che il feeling tra musicisti e RCA non è mai idilliaco. Anzi, se la carriera della band terminerà prematuramente, dopo il bellissimo terzo platter, la responsabilità è tutta dei discografici che non promuoveranno idee e composizioni degli "autografati". La band lavora alacremente al secondo LP, pressata dall'etichetta e invitata in tour nientepopodimeno che dai Motley Crue, nella persona di Tommy Lee, per la tournee di Theatre of Pain.

La lavorazione del vinile parte male, il produttore imposto viene licenziato subito, la band produce il materiale in sinergia con Eddie Delena, già al lavoro sul loro debutto, ma l'etichetta si macchia di un errore madornale. Il disco viene pubblicato per ben tre volte: la prima edizione del 1985, con copertina su sfondo blu, deve essere ritirata dal commercio in fretta e furia a causa di un'infrazione di copyright; sempre nel 1985 la RCA ripubblica l'album, con copertina su sfondo rosso; infine, nel 1986, sempre con copertina rossa, viene lanciata la terza edizione ufficiale, che presenta come sesta traccia la cover dei Grand Funk Railroad We're an American Band, al posto di Six String Fever. Insomma un pasticcio vero e proprio, un casino da dilettanti. Il sound è migliore e più dinamico rispetto all'esordio, ma alcuni brani zoppicano nell'ispirazione e non sono proprio brillantissimi nella resa finale. La title track, firmata dal gruppo al completo, apre le danze: un bel singolo, una song effettata e hard assai piacevole, cori sugli scudi e la tipica timbrica del singer a segnare le casse; il ritornello è convincente e si apre al futuro, mentre il solo di Steve Lynch è all'insegna del tapping, tecnica di cui è stato grande interprete. Un bell'inizio, senza dubbio, seguito da Take No Prisoners, serrata e con le tastiere in grande spolvero e un inciso corale di stampo yankee, accompagnato da un grande solismo dell'ascia. Blondes in Black Cars, che avrebbe dovuto doppiare il successo super di Turn Up.., ebbe inizialmente un discreto successo aumentando le vendite dell'album e ottenendo passaggi su decine e decine di stazioni radio e clip in rotazione tv, ma in seguito cominciò a calare, fino ad uscire dalle classifiche. Un vero mistero perché, ancora oggi, sbuca fuori come una song perfetta, un singolo a stelle e strisce fiammeggiante fino ai talloni, con cori, armonie, batteria pestata, solo guitar suggestivo e tutto ciò che serviva per esplodere. You'll Get Over It è carina e risplende del DNA dell'ensemble, mentre Crazy World gode di un fraseggio hard della sei corde e un grande ritornello corale e assai catchy. Six String Fever è un tipico stralcio della band e già ci siamo vale la pena spendere due righe anche per la cover dei Grand Funk Railroad, We're an American Band, che risulta compatta, corale con tanto di campanaccio e vocalizzi di Plunkett e un solo al fulmicotone del grande Steve Lynch. Changing Hands si abbiglia da ballad di livello, a metà tra chiaroscuri sofisticati, ceselli delle tastiere e tiro hard rock, con i soliti, affascinantissimi cori, mentre Hammerhead sfocia in un minuto e 38 di solismo e virtuosismi di un ottimo chitarrista come Lynch, dotato di grande gusto e tecnica sopraffina, una sorta di Eruption di vanhaleniana memoria. Se il riff di Built For Speed raschia l'asfalto, il frontman detta le coordinate e il complesso vocale fa aumentare la temperatura, poi Paint This Town chiude il disco in solarità secondo i canoni della band.

Tante date live con i Crue, due mesi con gli Heart, altri mesi con gli Aerosmith dal vivo, ma alla fine dei tour, That's The Stuff aveva venduto solamente 300 000 copie in un anno o poco più. Il gruppo inizia delle riflessioni e appare evidente che il problema non si trova in seno alla formazione, ma riguarda la label e il management. Viene perciò licenziato il manager, ma anche l'etichetta ha un'ampia porzione di colpe, tanto che la band chiede a più riprese maggior vicinanza e supporto alla RCA per il seguente album, quel Loud And Clear che, a detta di chi scrive, risulterà il prodotto più granitico e potente mai pubblicato dagli Autograph. Come anche le staccionate boschive ormai sanno, per l'ensemble statunitense finirà molto male, ma questa è un'altra vicenda che magari racconteremo prossimamente. Durante gli anni sono state stampate, da altre etichette discografiche, differenti versioni, sia blu che rosse, con entrambe le tracklist, una golosità per i collezionisti. I 40 minuti di questo full length non raggiungeranno mai le vette di Billboard piazzandosi solo al 92° posto delle classifiche, mentre il singolo Blondes In Black Cars arriverà solo alla 38° posizione. In ogni caso questo secondo passo rimane un buonissimo album, sempre piacevole da rispolverare. Gli Autograph, per troppo poco tempo, vista l'esiguità della loro carriera, hanno saputo mixare sapientemente l'hard rock maschio dei tempi con hooklines di chitarra, voce riconoscibilissima e gusto compositivo, corroborando il tutto con tastiere efficaci, mai debordanti o pompose, e cori luccicanti di pregiata fattura. Una band finita troppo presto che avrebbe avuto ancora parecchio da proporre, un vero peccato che l'avventura da sogno americano si sia conclusa così.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
78 su 1 voti [ VOTA]
Duke
Giovedì 9 Luglio 2020, 20.57.56
6
...ottima band...buon disco...
Voivod
Mercoledì 8 Luglio 2020, 12.11.14
5
Ho il primo e il terzo, questo mi manca, ma è una band che ho sempre ammirato!
Aceshigh
Domenica 5 Luglio 2020, 10.35.50
4
Bel disco, secondo me veramente solo un soffio sotto al debut. Hard rock sempre molto divertente e immediato, refrain che si memorizzano subito, musica fatta apposta per essere sparata a manetta da qualche decappottabile che sfreccia d’estate lungo il Sunset Boulevard... Si fa ascoltare sempre con gran piacere. Voto 78
Diego75
Sabato 4 Luglio 2020, 21.55.36
3
Una band con i fiocchi...ma con una sfiga enorme...questo disco al pari degli altri 2 e' ottimo!....voto 80
Galilee
Sabato 4 Luglio 2020, 20.57.21
2
Non ce l'ho, ma mi piacerebbe recuperarlo. Disco più che buono.
Shock
Sabato 4 Luglio 2020, 20.49.16
1
Gruppo che non ha purtroppo raccolto quanto seminato, per un motivo o l'altro (soprattutto per colpa dell'etichetta discografica), ma nonostante tutto e' riuscita a fare un ottimo debutto, grazie al singolo Turn Up the Radio, ed un successore comunque buono come questo disco. Canzoni più radiofoniche ed altre più dure ben si amalgamano con la punta di diamante chiamata Blondes in Black Car, altro singolo che non ha avuto la fortuna che meritava. Un buon 75 il disco lo merita.
INFORMAZIONI
1985
RCA
Hard Rock
Tracklist
1. That's the Stuff
2. Take No Prisoners
3. Blondes in Black Cars
4. You'll Get Over It
5. Crazy World
6. Six String Fever
7. Changing Hands
8. Hammerhead
9. Built for Speed
10. Paint This Town
Line Up
Steve Plunkett (Voce, Chitarra ritmica)
Steve Lynch (Chitarra solista)
Steven Isham (Tastiere, Cori)
Randy Rand (Basso, Cori)
Keni Richards (Batteria)
 
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