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Thecodontion - Supercontinent
08/07/2020
( 600 letture )
Chi segue queste pagine avrà già letto il nome dei Thecodontion, citato, con l'EP Jurassic, nella lista dei dischi estremi più interessanti del 2019. Convinti che se ne sarebbe riparlato presto, ecco che il duo romano esordisce con Supercontinent per I, Voidhanger Records, etichetta tutta italiana che negli anni ha pubblicato, e continua a pubblicare, dischi sempre particolari e in qualche modo “unici”.

Non stupisce quindi che Supercontinent esca per l'etichetta citata, perché descrivere la proposta dei romani è meno facile di quanto possa sembrare. È infatti dal primo demo (Thecodontia, 2018) che i nostri si cimentano in quello che può essere considerato come un black/death (ma ci torneremo più avanti) suonato solo ed esclusivamente con basso, batteria e voce. Se il primo gruppo che vi viene in mente sono i deathsters estoni Neoandertals (brutal death suonato solo con basso e batteria) è bene precisare che siete completamente fuori strada. Se da un lato possiamo sicuramente trovare un filo conduttore tra i gruppi, questo è da trovarsi non è tanto nella proposta in sé, quanto più nel voler interpretare e dare forma/suono ad un immaginario ben particolare e decisamente originale. Mentre i primi sono, come si evince benissimo anche dal nome, ossessionati dall'uomo primitivo, i romani sono invece totalmente immersi in un mondo fatto di fossili, paleontologia, paleografia, preistoria e dinosauri. Anche il nome scelto non è casuale:

«Thecodontia (from Ancient Greek, meaning "socket-teeth") is an obsolete taxonomic grouping, formerly used to describe a diverse group of reptiles, including the ancestors of dinosaurs and crocodilians, among others.»

E se questo può apparire come un elemento da poco e di contorno, precisiamo subito che non è affatto così. Supercontinent è quello che possiamo definire come un “concept album” incentrato sulle diverse denominazioni e forme dei supercontinenti che hanno caratterizzato il pianeta Terra. Importante specificarlo perché questo influisce pienamente anche sull'aspetto compositivo. Un cambiamento che si percepisce già con Gyrosia, intro dalle tinte atmosferiche/esotiche in cui si familiarizza non solo con il suono che più accompagnerà l'ascolto, ma anche con lo stile più “chitarristico” degli arrangiamenti. Non fatevi ingannare, quella che sembra una chitarra è in realtà un basso distorto, e sarà così dall'inizio alla fine, escluso un breve episodio. Finito questo passaggio, Supercontinent inizia a muoversi, rievocando atmosfere particolari, “esotiche” appunto, e poco familiari ad un genere come questo. Vaalbara è sotto certi aspetti vicino al materiale più vecchio, mostrando però un approccio più lento, ragionato e in cui non si ha a che fare solo con ritmi sostenuti e pestati, anzi. A confermare quanto detto c'è la splendida Ur. Un brano magmatico, con il basso sempre padrone della scena e che, unito alla voce dell'islandese Skaðvaldur (Igor Mortis, Urðun), e ai ritmi di batteria, ha la capacità di essere particolarmente evocativa. Nei momenti in cui i nostri rallentano e danno sfogo a melodie e a ritmiche rocciose, si ha come l'impressione di guardare dall'alto il pianeta, con questi enormi pezzi di terra che lentamente si dividono portando con loro cambiamenti climatici e geografici, c'è tutta. A rafforzare queste immagini ci sono, oltre alla già citata intro, le altre tre strumentali intitolate Lerova, Tethys e Pantalassa. Menzione d'onore per Laurasia-Gondwana, unico brano in cui si ha la presenza di una chitarra (baritona) che va ad enfatizzare gli aspetti più evocativi del disco. Ad occuparsene è J.G.P. dei nostrani SVNTH, uno dei quattro ospiti presenti sul disco. Stesso discorso per l'ottima Pangaea (in cui abbiamo R.C. dei SVNTH alla voce), sette minuti di placche tettoniche in movimento, che si muovono tra sezioni che potremmo definire doom a delle sfuriate più in linea con il black/death. Anche quando i nostri pestano è impossibile non lasciarsi trascinare e notare le melodie di G.D., fattore che mette in mostra il lavoro che c'è dietro certe scelte stilistiche. In un genere come il metal, che fa dei riff di chitarra un elemento fondamentale, è strano (per l'ascoltatore almeno, meno per chi compone) e difficile entrare in contatto con una proposta che lascia così tanto spazio allo strumento che più di tutti viene penalizzato. Il rischio di creare vuoti c'è tutto, ed ecco il perché dell'importanza delle melodie e del lavoro solista in generale. I vuoti vengono riempiti, colmati. Anche dalla voce, in continuo movimento tra diverse inclinazione di growl e scream e in alcune fasi arricchita da effetti ben ragionati. Stesso discorso per la batteria, occupata da V.P. dei SVNTH, che non si limita a picchiare ma tenta di rendere più interessanti e movimentati i frangenti più lenti del lavoro senza esagerare ma trovando il giusto compromesso e soprattutto restando coerente con la proposta (i pattern di Rodinia, semplici ma intelligenti, funzionali). Inutile dire che a rendere il disco omogeneo c'è un lavoro di produzione a dir poco eccezionale: l'approccio “primordiale” è infatti enfatizzato senza andare ad intaccare la pulizia complessiva, anzi, il lavoro sembra sia stato quello di renderli più vivi, intensi. Difficile immaginare lo stesso disco con un basso diverso da questo.

Quello che inizialmente può sembrare un cambio di rotta rispetto ai primi lavori è invece da intendersi come un'evoluzione o quanto meno come una reinterpretazione di sé in funzione di un concept così particolare. Appare più che altro evidente come definire “black/death” o “war metal” il duo sia riduttivo e se vogliamo ingiusto; la voglia di spingersi oltre è evidente e gli elementi che arricchiscono la proposta non sono di contorno, anzi, sono ormai parte fondamentale di essa. C'è però qualcosa da migliorare: se è vero che i vuoti vengono riempiti a dovere, è anche vero che ogni tanto i brani, in momenti specifici, sembrano girare un po' troppo su sé stessi, così come siamo convinti che con l'esperienza anche gli arrangiamenti si faranno più elaborati e vari. Ecco, se da un alto possiamo dire che un primo ostacolo potrebbe essere quello della proposta in sé, il fattore che più penalizza il disco è quella sensazione di monotonia che si percepisce in alcuni frangenti. Niente di grave e in sostanza accorgimenti che verranno presi con il tempo. Resta il fatto che Supercontinent è un lavoro riuscito, strano nelle sue intenzioni e anche per questo molto affascinante. Il pensiero che suscitano le immagini di questi enormi ammassi di terra che si dividono, di questa lava che invade e si getta nell'oceano, delle nubi che oscurano il cielo, trovano qui una loro forma, un suono particolare: lo stesso che regnava il periodo Precambriano.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
73 su 3 voti [ VOTA]
Immolazione
Giovedì 9 Luglio 2020, 12.23.19
1
A me è piaciuto e non l'ho trovato in realtà "monotono" a livello di arrangiamenti/songwriting, nel senso che le parti lenti e veloci sono ben distribuite e i brani mi sembrano abbastanza diversi. Forse il difetto è endemico e sta proprio nel minimalismo della proposta, magari arricchendo il tutto con qualche tastiera qua e là il sound si riempie e ne beneficia ulteriormente. Detto questo l'idea è molto originale, secondo me il voto lo si potrebbe anche alzare un pochino sebbene ci siano margini di miglioramente. Di sicuro suonano "diversi" da qualsiasi altra band death metal che io abbia mai sentito, forse somigliano ai Geryon ma con la sporcizia di Mitochondrion e Antediluvian.
INFORMAZIONI
2020
I, Voidhanger Records
Death / Black
Tracklist
1. Gyrosia
2. Vaalbara
3. Ur
4. Kenorland
5. Lerova
6. Nuna
7. Rodinia
8. Tethys
9. Laurasia-Gondwana
10. Pangaea
11. Panthalassa
Line Up
G.E.F. (Voce)
G.D. (Basso)

Musicisti ospiti:
Skaðvaldur (Voce sulla traccia 3)
R.C. (Voce sulla traccia 10)
J.G.P. (Chitarra sulla traccia 9)
V.P. (Batteria)
 
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