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Limp Bizkit - The Unquestionable Truth (Part 1)
11/07/2020
( 857 letture )
Nel 2001 i Limp Bizkit erano già una band che aveva conosciuto il successo più accecante, ma che ancor più velocemente si stava dirigendo verso un baratro da cui difficilmente sarebbe stati capaci di risalire. L’anno precedente il gruppo guidato dal sempre meno simpatico Fred Durst aveva dato alle stampe il notevole Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water e aveva cavalcato l’onda delle vendite smodate del disco per guadagnare sempre più visibilità e contemporaneamente crearsi sempre più detrattori; il nu metal era ormai una realtà tanto consolidata quanto in veloce declino e anche se i padri putativi Korn avevano appena pubblicato uno dei loro migliori album e si apprestavano a registrare altri buoni dischi negli anni a venire, stavano anche rapidamente emergendo tanti gruppi “minori” che pian piano arrivarono a saturare la scena. In tutto questo i Limp Bizkit erano sulla bocca di tutti non tanto per la loro musica, ma per i fatti di cronaca e le partecipazioni cinematografiche e nel 2001 in occasione del festival Big Day Out a Sydney Durst e i suoi rischiarono di far deflagrare definitivamente la propria carriera dopo la morte di una loro fan durante il set del gruppo e la relativa causa giudiziaria cui il leader della band rifiutò di partecipare. Tuttavia il gruppo uscì anche da questa spinosa situazione, ma di lì a poco la lineup si rivoluzionò a causa della fuoriuscita del chitarrista Wes Borland. Dopo audizioni quanto meno sospette il sostituto Mike Smith, già chitarrista degli Snot, si ritrovò a registrare e pubblicare col gruppo il nuovo album Results May Vary nel 2003, che venne recepito in modo abbastanza negativo sia dalla critica che dal pubblico. Tutto doveva quindi riportare in modo piuttosto prevedibile al rientro nei ranghi di Borland, che puntualmente avvenne nel 2004.
Se il rientro dell’eccentrico chitarrista poteva essere potenzialmente festeggiato come un evento di notevole portata, così però non fu, dal momento che i Limp Bizkit decisero di registrare un Ep con il guru Ross Robinson, che doveva essere idealmente la prima parte di un doppio disco, il quale mai vide la luce per volere di Borland, che si dichiarò contrario a registrarne il seguito intorno al 2009. In più, come se non bastasse, l’Ep fu pubblicato in modo completamente avulso da ogni tipo di promozione e pubblicità e si rivelò poco meno di un insuccesso commerciale per una band di quel calibro. The Unquestionable Truth (Part 1) venne pubblicato dunque nel maggio del 2005, due mesi dopo un altro evento scandalistico che vide coinvolto Fred Durst, stavolta alle prese con la diffusione illegale di un proprio filmato porno amatoriale. Sbrogliata pure questa matassa, ecco che il disco che annunciava il ritorno di Wes Borland iniziò a circolare e subito piovvero pesanti come macigni le critiche, che ora passeremo in disamina.

Già il fatto che il disco si presenti con solo sette brani è un indice tutt’altro che positivo tenendo conto del genere della band e del fatto che alla fine degli anni ’90 e nei primi 2000 le scalette di un album rock erano ben più folte di così e gli stessi Limp Bizkit avevano abituato i fan a questa costante; il fatto che fosse un Ep sarebbe stato un capro espiatorio facile da sfruttare e così fu, ma la carenza di una seconda parte lascia ancora oggi con la difficoltà di poter dare un giudizio completo su un’opera che di fatto è mutilata.
Il primo brano che apre l’Ep, intitolato The Propaganda, lascia già intendere in modo più che esplicito quali saranno i difetti di praticamente tutti i brani seguenti: il riff di Borland è decisamente banale e il resto della band non aiuta col proprio apporto poco energico e scontato; in più il missaggio non rende giustizia ai suoni proprio di Borland, che risultano impastati e poco nitidi. Il groove è totalmente assente e il brano gira su sé stesso senza soluzione di continuità. Ma bisogna ancora citare la parte peggiore, ovvero la voce di Fred Durst: il rapper floridiano manca in modo imbarazzante di flow durante le strofe e nel finale, quando tenta un approccio maggiormente melodico, svia totalmente dalla tonalità del brano risultando una sbiaditissima copia del peggior Chino Moreno. La critica prevalente da parte della critica al tempo fu quella rivolta verso Durst e la sua palese imitazione dello stile di Zack de la Rocha in moltissimi momenti del disco ed effettivamente questa fastidiosa sensazione si ha fin dall’inizio di The Propaganda.
Fortunatamente The Truth raddrizza il tiro per poco più di cinque minuti, con un lavoro chitarristico che stavolta cita neanche troppo velatamente i Korn, ma perlomeno risulta gradevole, a differenza della voce di Durst, che trasmette solamente svogliatezza e noia.
Sebbene i brani siano solo sette non vi è un singolo episodio che si discosta dalla media, presentando in tutti i casi le caratteristiche già elencate poco fa. Ad ogni modo il picco positivo è rappresentato da The Priest, che ancora una volta prende in prestito un paio di idee dai Korn, ma le immerge in un contesto quanto meno un poco più personale, dove anche Durst sembra essere più presente e coinvolto. Di certo però “questi” Limp Bizkit non sono già più quelli di My Way e i tempi di Nookie sembrano già lontani anni luce. Il sound della band è meno scoppiettante e strafottente, caratteristiche che invece rendevano il gruppo di Jacksonville ben riconoscibile all’interno della scena. In questo caso invece i toni si fanno più seri e i brani più oscuri, ma al di là di qualche momento azzeccato i nostri non sanno gestire questo tipo di atmosfere. Non a caso il breve intermezzo The Key, nella sua estrema cafonaggine e pochezza, risulta un raggio di sole nel bel mezzo della scaletta; il flow di Durst sembra ritornare nelle rime al vetriolo del rapper, ma solamente per pochi secondi. Questo brano è anche l’unico in cui DJ Lethal collabora alla scrittura – e infatti è un singolo beat solitario che si protrae per poco più di un minuto – mentre per gli altri episodi del disco l’addetto all’elettronica della band si limita a fornire spunti ambient che fungono da coda in alcuni brani. In lineup è da segnalare anche l’avvicendamento alle pelli del batterista icona dell’HC newyorkese Sammy Siegler (Glassjaw e Youth Of Today fra i tanti) al posto di John Otto, che suona solo sulla mediocre The Channel. La mancanza dell’influenza jazz di Otto si sente, eccome.
Anche i testi seguono la strada dell’approccio serioso, ma anche se i temi trattati sono di sicuro interesse (pedofilia, terrorismo e politica) lo stesso non si può dire dei testi, che invece sono piuttosto elementari e privi dello spessore necessario per trattare argomenti simili.
Dopo l’altalenante The Story chiude dunque il disco The Surrender, che si apre con un’inedita atmosfera western musicalmente intrigante, ma minata come sempre dal fastidiosissimo approccio vocale di Durst; il resto del brano segue poi coordinate maggiormente ambient e industriali, che appena iniziano a diventare interessanti vengono mortalmente stroncate dai feedback della chitarra che manda all’aria tutto il buono mostrato fino a quel momento.

A prescindere dalle critiche che ricevette The Unquestionable Truth (Part 1) al momento della sua pubblicazione i Limp Bizkit ancora oggi suonano alcuni dei brani del disco e ciò forse significa che in sede live essi sono capaci di avere un tiro diverso e una resa migliore, ma questo non toglie che l’Ep del 2005 sia un disco insufficiente oggi come allora sotto diversi punti di vista: partendo dalla brutta copertina (non che la band abbia mai partorito copertine degne di nota), passando dal missaggio talvolta sballato e arrivando alla pochezza dei singoli episodi, in grado di offrire davvero pochissimi momenti godibili, il disco ci mostra infine la faccia peggiore di uno dei frontman più odiati della storia del rock, ovvero Fred Durst: la sua è la prestazione peggiore, svogliata, annoiata, scarica e mai sul pezzo, capace di rovinare episodi magari validi in partenza con il suo approccio fastidioso e non coinvolgente.
The Unquestionable Truth (Part 1) rimane con buona probabilità il momento peggiore nella discografia dei Limp Bizkit, che cercheranno di rifarsi con il successivo album Gold Cobra nel 2011, ma con scarsi risultati; da allora la band è immersa in uno stallo discografico che non sembra voler trovare alcuno sbocco, con il nome del gruppo relegato a pochi eventi live. Chissà mai se un giorno Durst e Borland troveranno il coraggio per concludere e dare alle stampe il famigerato Stampede Of The Disco Elephant senza inventare mirabolanti scuse? Magari quello potrebbe essere un buon modo per riportare in auge l’ispirazione claudicante dei Limp Bizkit.



VOTO RECENSORE
47
VOTO LETTORI
55.09 su 11 voti [ VOTA]
Silvio Berlusconi
Venerdì 17 Luglio 2020, 11.51.05
9
per me è meglio di Results May Vary
SkullBeneathTheSkin
Giovedì 16 Luglio 2020, 22.34.22
8
@BMO: ["ho ragionato "in termini di Ep", dunque è difficile partire dal voto 100 come base, a meno che non si stia parlando di un Ep dall'indubbio valore storico] ... questa cosa non la condivido, mi perdonerai l'OT. Quanto hai espresso, parola per parola, vale anche per un full length a ben vedere... ragion per cui, certo che il minutaggio che non sia valure aggiunto in sè, ti chiedo sfacciatamente se hai mutuato una linea guida della reda o se quello è il tuo pensiero: il fatto che gli EP vengano sistematicamente esclusi, salvo rari casi, personalmente non lo condivido... mi perdonerete ancora perchè è sempre lo stesso OT di prima... Hunters&Prey degli Angra ingombrava in archivio? The Other Side dei Godsmack? Of chaos and eternal night dei Dark Tranquillity? Tanto per citarne alcuni che magari avrebbero meritato due parole più di Unquestionable Truth...
Indigo
Martedì 14 Luglio 2020, 17.44.15
7
Non lo so, personalmente ho sempre trovato questo lavoro non poi così male. The truth è stupenda e ritengo di buona fattura anche the story e the channel. Si è vero che scopiazzano i RATM in più punti però i testi sono più profondi e il sound globale più "oscuro" poteva costituire, se approfondito, una valida ripartenza dopo il non trascendentale Results May Very. Peccato che in Gold Cobra non abbiano neanche provato a sviluppare questo tipo di sonorità
Nu Metal Head
Domenica 12 Luglio 2020, 18.45.48
6
se leggi ora è stata corretta... inoltre se volevi chiarirti il dubbio dovevi andare sulla pagina Wikipedia del gruppo, sia nell'infobox a destra mette "6 album in studio" e sia nella sezione "discografia" più in basso viene indicato come album in studio... te lo dico con certezza perché quando avevo provato a correggere la pagina Wikipedia del disco, mettendo che fosse un EP, mi è stata subito dopo corretta dicendomi con sicurezza che si tratta di un album in studio.
Black Me Out
Domenica 12 Luglio 2020, 10.00.50
5
Ciao @Nu Metal Head, ti aspettavo! Guarda, sulla questione Ep o Lp non sono riuscito a trovare una sola fonte chiara a riguardo: per dirti, leggi le recensioni già pubblicate e non c'è una linea comune, leggi la banalissima Wikipedia e ti accorgi che quella italiana lo classifica come Ep, quella inglese come Lp... Bisognerebbe avere forse una copia fisica per capire meglio di cosa si tratta in realtà. Io credo questo: avendo in mente una seconda uscita fin dall'inizio il gruppo ha pensato di raggruppare entrambi i dischi in un unico Lp, ma essendo poi stata cancellata l'idea di completare la seconda parte ecco che il disco a sé stante è stato considerato solamente come Ep. Ma ti ripeto, non ho trovato nessuna fonte che chiarisce in modo definitivo la questione, ho scartabellato per giorni prima di scriverne a riguardo. Per il voto invece la questione è un'altra: per me questo disco è inferiore a Gold Cobra e dato che in database quell'album ha come voto 50 per coerenza ho dovuto mettergli un voto inferiore; aggiungi poi che ho ragionato "in termini di Ep", dunque è difficile partire dal voto 100 come base, a meno che non si stia parlando di un Ep dall'indubbio valore storico (Deathcrush dei Mayhem ad esempio), quindi il voto già si abbassa di conseguenza. Poi chiaro che come ho scritto in fondo, i LB suonano ancora alcuni di questi pezzi live, quindi per loro saranno validi e me ne compiaccio. Personalmente però non credo che tornerò mai più ad ascoltare questo dischetto, perché per me fa acqua da tutte le parti.
P2K!
Domenica 12 Luglio 2020, 9.22.02
4
Questo disco fa parte della categoria di dischi che non ho mai ascoltato (perchè non mi piacciono i Limp Bizkit) ma che avendone sempre letto malissimo mi veniva la curiosità di ascoltarlo. Cosa che ad oggi non ho ancora fatto.
Nu Metal Head
Sabato 11 Luglio 2020, 21.23.12
3
ecco, leggendo meglio la recensione ora finalmente ho capito perché non hanno mai pubblicato la seconda parte...
Nu Metal Head
Sabato 11 Luglio 2020, 21.20.17
2
addirittura 47? forse è un po' troppo severo come voto... certo, era uno scimmiottamento abbastanza palese dei RATM, però quantomeno c'era un ritorno ad un suono più aggressivo rispetto al precedente album... io gli do 55 come voto... ma poi non si è mai capito perché non abbiano mai pubblicato la seconda parte... e comunque, nonostante la sua breve durata, è ufficialmente considerato il quinto album in studio della band, non è un EP...
Shock
Sabato 11 Luglio 2020, 14.36.08
1
Vabbè, porcheria allo stato pure....un'altra....
INFORMAZIONI
2005
Flip Records/Geffen Records
Alternative Metal
Tracklist
1. The Propaganda
2. The Truth
3. The Priest
4. The Key
5. The Channel
6. The Story
7. The Surrender
Line Up
Fred Durst (Voce, basso)
Wes Borland (Chitarra)
Sam Rivers (Basso)
DJ Lethal (Giradischi)
Sammy Siegler (Batteria)

Musicisti ospiti
John Otto (Batteria su traccia 5)
 
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