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Inter Arma - Sundown
11/07/2020
( 314 letture )
Se vi state chiedendo chi siano questi Inter Arma, la risposta è semplice: una delle band estreme più interessanti degli ultimi dieci anni. Se la domanda invece è "che genere suonano?" la questione si fa decisamente più complicata.

E per tentare di sciogliere il dilemma, non c'è modo migliore che analizzare il loro debutto Sundown. Si parte con i quaranta secondi di pianoforte dell'intro Prolegomenon, per poi venire investiti in pieno volto dall'assalto thrash/black in stile Bathory di All Time Low: scream acidissimo, riff ossessivi, puro grezzume sonoro che però lascia trasparire una complessità compositiva non indifferente, soprattutto a causa dei continui cambi di tempo. E manco a dirlo, dopo circa tre minuti il pezzo assume connotati sludge, i ritmi rallentano e le chitarre iniziano a sfornare riff ipnotici e avvolgenti: il tutto poi sfocia in una sezione acustica/ambient, prima della ripresa finale. Poco più di sette minuti in cui i Nostri si sono abilmente destreggiati tra black, doom e sludge, ma non è che l'inizio. Infatti la seguente 2000 Years si muove tra thrash, death e hardcore di stampo old school, senza però privarsi degli improvvisi rallentamenti che contribuiscono a rendere la proposta ancora più pesante da digerire, (che come si vedrà rimarranno una costante anche durante il resto dell'album) e verso la fine del pezzo gli Inter Arma non si fanno mancare neanche un assolo. Hallucinatorium torna prepotentemente al black metal, quattro minuti tiratissimi senza esperimenti di sorta che poco aggiungono a quanto detto finora, così anche Epicenter che recupera l'interessante ibrido di sludge e black che abbiamo già potuto assaporare, il tutto ornato da un assolo ruvido e tagliente in chiusura.

La prima metà dell'album l'abbiamo ormai abbondantemente superata, ma mancano ancora due pezzi da novanta all'appello, separati da un breve intermezzo acustico. The Reclamation è una suite di quasi dieci minuti che parte a una velocità quasi esagerata per poi evolversi in qualcosa di molto diverso, complice la parte acustica centrale e le continue progressioni che incominciano all'improvviso, si spezzano, ripartono e si aggrovigliano tra di loro. Il tutto però non disorienta e si riesce perfettamente a seguire il filo conduttore principale, grazie soprattutto alla superba prestazione alla batteria di T.J. Childers. Non resta che la title track, che si rivela anche l'ostacolo più insormontabile: un death doom nerissimo e sulfureo, di accelerazioni black nemmeno l'ombra, solo disagio e angoscia. Ma anche in questo caso, la sorprese non tardano ad arrivare: emerge una chitarra acustica dai richiami prog (spero di non venire considerato un eretico citando nientemeno che i Pink Floyd), prima che le urla di Mike Paparo squarcino il silenzio per l'ultima volta. Il tutto si chiude con un ultimo assolo, sgraziato ed emozionante, che si inserisce nel tappeto di percussioni che ci accompagnano alla dissolvenza finale.

Che dire quindi? Sundown è un album decisamente sopra le righe, ma ciò che fa ancora più impressione è che gli Inter Arma sono un raro caso di band il cui debutto è -probabilmente- anche il peggior album della discografia. Peggiore è un termine da prendere con le pinze, poiché questo Sundown è decisamente un ottimo lavoro: nonostante in alcuni momenti sia ancora grezzo e non completamente a fuoco, è letteralmente straripante di idee. E proprio queste idee prenderanno vita nei lavori successivi: gli Inter Arma diventeranno a tutti gli effetti una band death/doom, ma riusciranno a coniugare la devastazione emotiva di questi generi con l'eleganza del prog e la tecnica sopraffina dei musicisti. Se già li conoscete, probabilmente sarete d'accordo con quanto ho scritto sopra.
Se invece non li avevate mai sentiti nominare, andate a recuperarli immediatamente.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Silvia
Sabato 11 Luglio 2020, 23.37.24
2
Gruppo molto particolare, passa da atmosfere tribali a nostalgiche ballate, da pezzi death furiosi a doom con grande classe e carattere. Neppure io come No Fun ho ascoltato questo album mentre conosco bene Sulphur English e Paradise Gallows, due lavori veramente incredibili e difficilmente descrivibili, almeno x me... Probabilmente come dice No Fun si tratta di sludge declinato in modi diversi x cui in realtà si intersecano fra loro generi diversi. A me piacciono in particolare quando presentano ritmi sostenuti e/o si fanno più intimisti. Ottimo batterista, non si mette in mostra ma i suoi groove a mio parere costituiscono l'ossatura di molti loro pezzi
No Fun
Sabato 11 Luglio 2020, 22.08.09
1
Questo mi manca e letta la rece devo correre ai ripari. Mi è dispiaciuto non vederli al Ligera nel, mi sembra, novembre scorso. Gran gruppo questi ragazzi, sono un fiume a volte straripante rumoroso rotolante a volte lento potente e tranquillo. Il genere loro per me alla fine è sludge che può rinchiudere più cose sotto la coltre di pece. Però sull'album in questione ovviamente non lo so non avendolo ascoltato. Ripasserò in seguito.
INFORMAZIONI
2010
Forcefield Records
Inclassificabile
Tracklist
1. Prolegomenon
2. All Time Low
3. 2000 Years
4. Hallucinatorium
5. Epicenter
6. The Reclamation
7. Prognosticate
8. Sundown
Line Up
Mike Paparo (Voce)
Joe Mueller (Chitarra)
Steven Russell (Chitarra)
Tommy Brewer (Basso)
T.J. Childers (Batteria)
 
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