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Hexvessel - Kindred
11/07/2020
( 486 letture )
Gli Hexvessel sono senza dubbio una delle band più significative in assoluto emerse negli ultimi dieci anni e una delle più importanti che si possano ricondurre all’enorme calderone del cosiddetto retrorock. Formati a Tampere in Finlandia nel 2009 da un musicista britannico, Mathew “Kvohst” McNerney, con esperienze disparate (dai Beastmilk ai Deathtrip, da Me & That Man a Code e Dødheimsgard) e da musicisti locali, gli Hexvessel giungono oggi al loro quinto album, Kindred, rilasciato dalla loro etichetta Secret Trees, in collaborazione con la Svart Records, loro prima casa discografica e perfetta casa madre per il loro meraviglioso caleidoscopio sonoro fatto di psichedelia, folk, blues, prog e via elencando. McNerney sembra aver trovato casa in Finlandia, alla ricerca di un Paese nel quale le radici culturali fossero antiche e ancora preservate, così come i culti pagani pre-cristiani e i miti fondativi. Un ingrediente di base di tutta l’esperienza Hexvessel assieme all’amore per la psichedelia e il dark sound dei Sessanta e dei primi Settanta, che dona una forma musicale ben precisa e vicina all’esperienza americana/britannica a una ricerca espressiva, lirica e a un’anima che invece non è errato ritenere appunto più scandinava e selvaggia.

Veniamo così a Kindred, un quinto album che ha senz’altro delle grosse aspettative alle spalle. Venuti alla ribalta con Dawnbearer e, soprattutto, con il secondo No Holier Temple, gli Hexvessel si erano infatti costruiti una fama di cantori delle foreste, di moderni narratori capaci di parlare con ritmi e parole antiche, misteriose, arcane e oscure. Quel tanto di dark sound figlio dei Black Widow e di infinite altre band dell’epoca, garantiva un brividino lungo la schiena che impediva al sound retrò e all’approccio naive di sfociare nel kitsch e donava una profondità alle canzoni della band che ne esaltava il fascino silvestre e la natura allucinatoria, sghemba e psichedelica. Un connubio ammaliante che infatti non mancò di stregare molti ascoltatori. Un passaggio che però il gruppo ha forse sofferto, venendo alla luce in maniera troppo aggressiva. Probabilmente la paura di essere rinchiusi troppo presto in un cliché, forse la voglia di osare qualcosa di diverso, di spingere la propria ispirazione oltre i limiti propri del solco tracciato con i primi due album prima che fosse troppo tardi. Forse tutt’altro, nessuno può dirlo con certezza. Fatto sta che When We Are Death, pur mantenendo la barra dritta sul retrorock e sul periodo di riferimento, spostava il baricentro verso soluzioni quasi vicine al glam di Bowie e cambiava di conseguenza anche la propria resa sonora. La qualità complessiva restava alta e questo indica che lo spostamento non fu figlio degenere, ma parte integrante dell’identità della band, portata sotto i riflettori per volontà e necessità. A maggior ragione, proprio perché si trattò di un boccone piuttosto grosso e indigesto da mandar giù, per chi li aveva amati per il tipo di atmosfera che evocavano col disco precedente, ritrovarsi per le mani All Tree è stato ulteriormente sfidante e difficile da capire. Dopo un cambiamento così drastico e netto, portato in fondo comunque con grande qualità, convincendo tutti che alla fine l’azzardo era riuscito, ecco che gli Hexvessel decidono altrettanto improvvisamente di mollare di nuovo e tornarsene felici e contenti alle proprie foreste, riprendendo il percorso di No Holier Temple come se nulla fosse accaduto e When We Are Death nemmeno uscito. Titoli come Old Tree, A Sylvan Sign, Wilderness Spirit non sono messi lì a caso: è il riappropriarsi della propria identità. Ma qualcosa del disco precedente resta comunque, a conferma che non fu un caso: una eleganza e una sintesi che prima la band non aveva si insinua nella visione psichedelica e allucinata e le dona una forma e una grazia diversa. Ecco i motivi dell’interesse verso Kindred: dopo due cambi di rotta improvvisi e apparentemente senza motivazione, cosa succederà adesso nella musica degli Hexvessel?

La risposta stavolta è semplice. Nessuno stravolgimento rispetto ad All Tree e, anzi, Kindred rappresenta l’apoteosi di quell’approccio, la forma praticamente perfetta dell’ispirazione che la band ha seguito fin dal 2011 e che ha rimesso in discussione solo con When We Are Death che oggi, più che mai, appare come unica deviazione su un percorso unico, voluto e perseguito fin dall’inizio. Kindred è quindi un disco in tutto e per tutto intinto nella psichedelia sessantiana, con evidenti sfumature folk e prog e, per l’occasione, la band sfodera un approccio notturno e darkeggiante molto forte, che conferisce un’aura arcana e oscura al disco. Eppure, ancora una volta, a colpire non è la forza e la ferocia col quale questo approccio viene perseguito, quanto piuttosto la rarefatta eleganza con la quale tutto viene suggerito, evocato, blandito e mai imposto. Nessuna tracotanza, nessuna violenza, nessuna soluzione facile e immediata. Il disco scorre con una facilità d’ascolto quasi pop, ma è una malizia. La stessa malizia dei Black Widow che rinunciando alla chitarra elettrica risultavano così blasfemi, nevrotici e ossessivi da far spavento, senza dover far altro che urlare la propria devozione. Gli Hexvessel non scelgono però l’approccio satanista, del tutto assente e dedicano la propria ispirazione tutta alla foresta, agli spiriti silvani, al paganesimo gentile e notturno delle fiabe nordiche. Uno scenario nel quale non mancano le ombre, i mostri perfino, ma non sono mai in piena luce, mai davvero visibili e sempre nascosti, coperti, celati agli occhi, che li percepiscono senza poterli mai davvero comprendere. L’eleganza sublime di Kindred è tutta qua, in brani evocativi e credibili nel loro ricreare forme espressive di cinquant’anni fa, perché vivi e carichi di anima e suggestioni, con un equilibrio totale che forse la band non aveva mai maneggiato con tanta efficacia. Non c’è un solo brano fuori posto, non un secondo che non sia necessario, l’album ci accoglie e ci circonda, come i rami della foresta, apparentemente inestricabile e che invece sembra come aprirsi al nostro passaggio, rivelando scenari impensati ma mai pienamente comprensibili al primo sguardo, per poi richiudersi alle nostre spalle, consentendoci solo di andare avanti, fino alla fine. Billion Year Old Being è il primo manifesto e basta l’arpeggio iniziale per catturarci e trasportarci nelle fiabe e nelle foreste, ma ecco subito la vena dark pericolosa e insinuante come un serpente, con l’obbligato di chitarra elettrica ossessivo che apre poi al refrain psichedelico e cantilenante. Stupendo nella resa e incredibile come in pochissimi secondi già siamo invischiati nelle trame della band, totalmente in loro balia, ma ecco anche l’elemento prog che emerge nella sezione strumentale centrale che passa dalla piena esplosione elettrica all’arpeggio sublimato dalla voce di McNerney: bellissimo e poetico, tanto che può fare a meno del ritorno al refrain, abbandonato alla prima parte del brano, in pieno stile prog. Cosa dire poi del trionfo dark di Demian? Inquietante come poche cose ascoltate recentemente, col suo riff sghembo e la voce ieratica e teatrale, capace di aumentare la tensione senza mai calcare la mano, il perfetto assolo di chitarra elettrica e il refrain raggelante ed esaltante al tempo stesso. Giusto citare la cover dei Coil, Fire of the Mind, qua resa in maniera sublime con gli strumenti ad arco a sottolineare la stupenda evoluzione dinamica e melodica del brano. Da pelle d’oca. Ancora più toccante Bog Bodies, meravigliosa ballata rarefatta, paurosa e ammaliante al tempo stesso, con la tromba che scava nell’anima; un quadro, nel quale la bruma e la nebbia della foresta sembrano avvolgerci e McNerney tira fuori una delle sue prestazioni vocali più convincenti in assoluto. Capolavoro vero, da brividi. Nella seconda parte, brilla una Phaedra capace di scaraventarci verso un rituale arcano e misterioso con una capacità evocativa che ha dell’incredibile, per poi abbandonarci alla quasi titletrack Kindred Moon, sgangherata come un carillon rotto, ma ancora una volta capace di un riscatto melodico felicissimo, come di una inquietantissima parte strumentale che scava in profondità e allontana ogni facile interpretazione da “esercizio di stile” per la musica degli Hexvessel. Magical & Damned è, ancora, elegantissima e quasi pop, grazie ad un refrain molto piacevole e cantabile, non fosse per quella costante vena misteriosa e arcana che scorre in tutto il disco e, d’altra parte, il titolo parla di per sé. Tempo di chiudere il disco ed ecco che arriva un nuovo capolavoro: Joy of Sacrifice è ancora una volta una ballata folk e prog di livello totale e l’improvviso finale, che mai avrebbe dovuto giungere, è come una finestra che si apre, come il raggio di sole che bucando la coltre notturna ci sveglia e ci riconduce malvolentieri fuori dalla corte dei sogni e della foresta.

Quinto album di livello assoluto per gli Hexvessel, questo Kindred. L’ispirazione è altissima e altrettanto alta la qualità strumentale e compositiva. Niente è lasciato al caso e tutto appare necessario quanto in perfetto equilibrio. Perfino i due brevi strumentali fungono perfettamente da collante al resto, permettendo di riprendere fiato prima di immergersi nuovamente nei brani densi e carichi di suggestione che si susseguono. Come detto, Kindred è probabilmente l’esaltazione massima dell’ispirazione primaria degli Hexvessel, cantori credibili quanto talentuosi, tra i più ispirati e qualitativamente alti tra le centinaia emerse negli ultimi anni a rifarsi alle atmosfere mai esaurite della musica psichedelica, prog e folk. La maggior inflessione verso atmosfere notturne è l’elemento chiave, assieme alla perfetta e difficilmente perfettibile eleganza con la quale tutto è concepito e realizzato. Un’eleganza mai finta e mai affettata, ma piuttosto elemento di equilibrio che porta alla massima definizione possibile della musica degli Hexvessel. Difficile immaginare come il gruppo possa superarsi, ma a questo punto poco conta: che siano capaci di sorprese, lo sappiamo. Che questo sia il quinto grande album consecutivo e forse, osiamo, il loro migliore, altrettanto. Il futuro è aperto. Intanto godiamo questo splendido album e celebriamolo come merita.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
90 su 1 voti [ VOTA]
lashtal
Giovedì 30 Luglio 2020, 13.14.24
3
Con la sola eccezione di 'Kindred Moon' (che per qualche ragione non riesco a farmi piacere) è un lavoro notevole. Decisamente sopra le aspettative.
Galilee
Venerdì 24 Luglio 2020, 20.52.36
2
Niente male. Quando ricomincerò ad ascoltare musica "nuova" lo cercherò.
FabB
Domenica 19 Luglio 2020, 0.21.44
1
Ben concepito e ottimamente prodotto. Evocativo.
INFORMAZIONI
2020
Svart Records
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Million Year Old Being
2. Demian
3. Fire of the Mind
4. Bog Bodies
5. Sic Luceat Lux
6. Phaedra
7. Family
8. Kindred Moon
9. Magical & Damned
10. Joy of Sacrifice
Line Up
Mathew Kvohst McNerney (Voce, Chitarra)
Jesse Heikkinen Chitarra Elettrica, Chitarra Acustica, Chitarra 12 Corde, Cori)
Kimmo Helén (Piano, Tastiera, Viola, Violino, Tromba, Cori)
Ville Hakonen (Basso)
Jukka Rämänen Batteria, Percussioni, Basso)

Musicisti Ospiti:
Marja Konttinen (Cori)
Daniel Pioro (Violino)
Antti Haapapuro (Effetti)
Andrew McIvor (Chitarra)
 
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