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Kayleth - 2020 Back to Earth
12/07/2020
( 372 letture )
Il rapporto tra rock e spazio è uno dei grandi classici. L’ultima frontiera ci riporta a Pink Floyd, David Bowie, Hawkwind, al kraut rock e alla musica psichedelica in generale, a partire dai The Grateful Dead fino ai Captain Beyond e via lontano, verso galassie sconosciute, con le varie declinazioni metal di Voivod, Nocturnus, Vektor, Agent Steel e decine di altri. Tra chi si dichiara “figlio dell’amore alieno” e chi dello spazio profondo ha un sacro terrore cosmico, magari ispirato dalla lettura di Howard Phillips Lovecraft o da scrittori di fantascienza, come fu per lo stupendo 2112 dei Rush. Inevitabile che un genere come lo stoner, figlio diretto della psichedelia più carica di distorsione, fuzz e feedback, incamerasse una componente space molto ampia, che andasse a integrare l’altro filone tipico, quello delle droghe psicotrope.
Eccoci quindi a 2020 Back to Earth, dalla tipica copertina cartoon sci-fi vintage, che subito ci immerge nelle atmosfere di questo scenario archetipico. Terzo album per la formazione di Verona nata ben quindici anni fa e con una lunga gavetta alle spalle, fatta di concerti come supporting band e di numerosi EP (ben quattro) rilasciati fino al 2012. Poi l’arrivo in formazione in pianta stabile di un sintetizzatore approfondisce ulteriormente la vena space e così arriva il debutto nel 2015 con Space Muffin, pubblicato da Argonauta Records, da qui in avanti casa madre dei Kayleth, seguito da Colussus nel 2018. Un percorso che ci parla di una band non alle prime armi quindi e con le idee chiare sul proprio percorso e sul proprio posizionamento nella scena.

Il terzo album è sempre un traguardo importante e, in un certo senso, in una carriera ideale, dovrebbe rappresentare il disco della consacrazione, quello che porta ai massimi livelli le ispirazioni dei primi due e “sfonda” le attenzioni del pubblico, riuscendo infine a garantire visibilità e metterne in luce definitivamente meriti e qualità. Certo 2020 Back to Earth sembra possedere tutte le carte in regola per questo arduo compito. Dieci tracce per un totale di quarantasei minuti, niente intro, niente outro, niente strumentali, intermezzi o altro: dieci pezzi pieni, tutti sulla media dei quattro minuti. Sembra quasi una scelta consapevole, perché poi questi dieci brani riescono ciascuno a mettere in luce una sfumatura diversa e particolare del suono della band, pur con una comunanza generale di ispirazione. Stoner rock psichedelico assolutamente classico, ispirato a nomi quali Monster Magnet, Clutch, Kyuss, Orange Goblin. Niente di più e davvero niente di meno. Evidenti quindi le influenze blues e hard rock, quanto le scorribande psichedeliche e space, che innervano brani diretti e semplici, ma non per questo trascurati nella forma e nella sostanza. Anzi, le caratteristiche migliori di questo album sono senz’altro legate proprio all’amore evidente per il genere e per i suoi cardini espressivi, esaltati da buona conoscenza, buona qualità di scrittura ed esecuzione e assoluta competenza nel genere. Quella competenza che consente ai Kayleth di realizzare un gran bel disco senza inventare nulla di nuovo e anzi rifacendosi in toto a tutti i classici stereotipi del genere, dimostrandosi non schiavi di essi. Così, già dalla opener Corrupted veniamo accolti da un riff potente e carico di groove, dalla voce simil-Dave Wyndorf di Enrico Gastaldo e dal connubio piacevole tra chitarra, ritmica potente e suoni sintetici e space. Buona la melodia portante e decisamente dinamico il pezzo, come sarà di casa per tutto l’album, dimostrando in tal senso che per essere pesanti e stordenti non serve necessariamente affidarsi a dinamiche pachidermiche. Ancor più aggressivo in tal senso il secondo brano Concrete e, anche qua, si nota la capacità del gruppo di diversificare le varie sezioni delle canzoni, garantendo così una certa varietà di ascolto lungo i brani che ne garantiscono longevità e invitano ad ascolti ripetuti per coglierne le sfumature. Spazio anche per qualche sorpresa con Lost in the Canyons, traccia più lunga del disco con i suoi cinque minuti di durata, che ci regala un bellissimo break strumentale con un lungo assolo di sax accompagnato dai suoni liquidi del synth che fa letteralmente volare. Si segnalano ancora la tempesta space di Delta Pavonis, con i begli assoli liquidi di Massimo Dalla Valle a contrastare lo strapotere del sintetizzatore/moog di Michele Montanari, la liquidissima Electron nella quale si mettono in mostra anche il basso di Alessandro Zanetti e l’adrenalinico Daniele Pedrollo, motore instancabile e fondamentale del gruppo. Sul finale troviamo forse i tre migliori brani del disco, con The Avalanche a riassumere tutti i migliori pregi dei Kayleth, Sirens che introduce una nota appena più scura e uno sviluppo emozionante e cangiante e Cosmic Thunder col suo riff disco dance anni Settanta, squassato dalla violenza stoner a più riprese.

Per i Kayleth il terzo album si rivela insomma un disco compatto, suonato molto bene e che certifica la qualità della loro proposta. 2020 Back to Earth è un disco che si inserisce in una tradizione in modo rispettoso e con un’ottica quasi da fan del genere, al quale forse mancano dei brani di valore assoluto, ma che per converso non ha un cedimento o un calo qualitativo. Senza timori reverenziali i nostri integrano ed esaltano il lavoro dei sintetizzatori nel loro sound e lo fanno aumentando con essi la connotazione space delle canzoni, senza perdere nulla in termini di dinamica e potenza che anzi risultano particolarmente gradevoli e costituiscono valore aggiunto.
Disco consigliato naturalmente ai fan del genere che ci troveranno una band capace e competente, che ha diverse frecce al proprio arco, come anche a chi volesse approcciare il genere per la prima volta, date appunto la qualità, la facilità di ascolto, le sfaccettature presenti in un quadro complessivo ben delineato e la buona tenuta su tutti i quarantasei minuti di durata. Complimenti ai Kayleth, che si apprestano a festeggiare l’uscita di 2020 Back to Earth col release party del 18 luglio. Nel caso, fateci un pensiero, perché dal vivo questi brani, come nel caso degli Orange Goblin, promettono anche più faville che in studio.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
86 su 2 voti [ VOTA]
Korgull
Domenica 12 Luglio 2020, 20.35.08
1
Grandissimi, come spiegato nella recensione non inventano nulla ma i loro album sono sempre solidi e godibilissimi.
INFORMAZIONI
2020
Argonauta Records
Stoner
Tracklist
1. Corrupted
2. Concrete
3. Lost in the Canyons
4. The Dawn of Resurrection
5. Delta Pavonis
6. By Your Side
7. Electron
8. The Avalanche
9. Sirens
10. Cosmic Thunder
Line Up
Enrico Gastaldo: Voce
Massimo Dalla Valle: Chitarra
Michele Montanari: Synth
Alessandro Zanetti: Basso
Daniele Pedrollo: Batteria
 
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