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Frank Zappa - Imaginary Diseases
( 5172 letture )
Premessa

Va chiarita subito una cosa. Ciò che sto per raccontarvi non è frutto di uno stato psichico alterato da sostanze sintetiche, né una delirante lista di elucubrazioni mentali per indurvi, senza l’uso di sostanze sintetiche, all’acquisto di questo disco. Si tratta in realtà del tentativo di capire se un album può ritenersi valido anche per la presenza di un solo brano. Non che gli altri facciano schifo, si intende, ma ce n’è uno che mi ha veramente trascinato in un’altra dimensione. Di conseguenza, ricordatevi che le vicende narrate e i personaggi descritti non hanno alcun riferimento con la vita reale che, tra le altre cose, non esiste.

Parte prima: il frastuono urbano

Avete mai vagato senza meta in piena notte per le strade di una metropoli? Se non lo avete fatto, questa sera, prima di addormentarvi, cercate di passare un’incantevole serata con la vostra ragazza, immergetevi nel flusso vitale e, una volta inserite le chiavi nella toppa, date respiro alla vostra vecchia automobile. Chiaramente il vagabondaggio notturno richiede la presenza di un buon disco da inserire nel vostro compact disc, in modo che vi accompagni per tutta la durata del viaggio. Io ieri sera ho scelto Imaginary Diseases, di Frank Zappa.
Tutte le storie strane iniziano con un evento strano. Stavo rovistando tra la montagna di dischi ( a me piace chiamarli ancora così…) e chi ti vedo? La faccia del vecchio Frank in copertina che mi guarda minacciosa! Il genio ribelle e baffuto, che indossa blue-jeans sdruciti e una maglietta degna di essere il pigiama più scrauso di Billy the Kid, viene ritratto in bianco e nero da diverse angolazioni e ti scruta con la sua faccia sorniona, come a dire: “Che aspetti fratello, sparati tutta questa musica!”. Prendo il cd e per ora lo porto con me ascoltando distrattamente solo le prime due tracce, Oddients e Rollo, due brani strumentali che mi catapultano immediatamente nel free-jazz sperimentale di Zappa. I due brani faranno poi da introduzione alla traccia più infernale che abbia mai sentito, ma di questo parleremo più tardi, come direbbe quel ragazzo troppo cresciuto quale è Lucarelli. Scendo dall’automobile e lascio Frank e i suoi avvinghiati in quello stretto supporto e mi chiedo come diavolo possa stare là dentro l’intera big band del geniaccio di Baltimora. Mi getto tra le braccia della mia amata. E qui apro la parentesi romantica. Se ci sono due cose che muovono questo mondo sono Amore e Musica. Il primo inteso nell’accezione più totale del termine, quello che ti fa gioire, venire i brividi, sognare, gettare violentemente nella passione più torbida, amare come non si è mai amato prima, la seconda intesa come colonna sonora permanente della vita, quella che ti accompagna nei ricordi e lascia tracce indelebili nella mente; in entrambi i casi ognuno ha quello che si merita: c’è chi sceglie una ragazza così così e ascolta Amedeo Minghi e chi, con grande classe, aspetta che Venere si accorga di lui e ha la fortuna di scegliere una dea e di ascoltare i Jefferson Airplane. Ora, chi di voi non si è ancora annoiato a morte durante la lettura di questa infinita premessa, o chi pensa che non sia stata scritta da Cristiano Malgioglio, mi segua ancora in questo viaggio. Passate alcune ore con la mia Grace Slick, che io ho sempre immaginato bionda, anche se non lo era, ma si sa, gli hippies sono tutti biondi, o perlomeno hanno le mesches, sono tornato alla mia vettura e indovinate un po’, mi aspetta Frank con la sua magnifica big band ebbra di musica di classe. Sotto un diluvio epocale decido di fare un giretto notturno per la mia città e in sottofondo parte la terza traccia, “Been in Kansas City in A minor”. La stanchezza e la rinnovata consapevolezza di essere l’uomo più fortunato del mondo, almeno per stanotte, mi fanno apprezzare questo torbido blues che inizia in maniera sussurrata, come se venisse suonato in uno di quei night club sgangherati tanto cari a quel magnifico randagio di Charles Mingus. I Mothers lentamente iniziano a macinare un groove assassino che mi trascina sempre di più. La pioggia battente scolora i toni della città, i lampioni gialli si sciolgono al ritmo della tromba, il sax infuriato rianima l’asfalto che odora di bagnato. Ho capito! Frank è riuscito a racchiudere in questa canzone il frastuono urbano, la desolazione lancinante della città, il sentimento disumano che trasuda dai muri della metropoli inzuppata. E’ il momento dei fiati. Il sax è impetuoso, sembra uscito da un girone dantesco e non dal solito film erotico di serie B degli anni Ottanta (genere che a quanto pare si addice benissimo allo strumento in questione). Tom Malone, rintuzzato dai demoni dell’Ade, suona fino all’ultima, strozzata nota come se non avesse più scampo. I tromboni sono lancinanti, seguono il groove come gli ignavi che, punzecchiati dai mosconi, rincorrono la bandieruola del loro insuccesso. Mentre il blues prende sempre più piede e si trasforma in una cavalcata demoniaca, mi rincorrono nella mente milioni di pensieri, uno dietro l’altro e la città prende vita. Mancano solo le comparse che, per lo stipendio da fame, hanno deciso che ricompariranno solamente domattina, all’ora di punta, per inseguire il loro personale frastuono urbano, come ogni giorno, col tempo, inesorabile, che le rincorre spietato. Questa musica al contrario è eterna, fissata in quel momento. Continuo a ricevere input. Frank, con la sua banda di scavezzacollo non è morto, ma è lì dentro, nella vostra autoradio, che suona all’infinito quel blues, condannato da Minosse ad essere un musicista geniale per l’eternità. Galvanizzato dallo scontro con le forze del Male, Frank si lancia in un assolo interminabile, intriso di jazz e blues. Sembrano rivivere in lui lo spirito di Hendrix e la languida chitarra di Gilmour; Zappa è furioso e viene accompagnato dal basso suadente di Dave Parlato che spinge il suo walking con una passione da infarto e dalla batteria di Jim Gordon, che sembra pestare piatti e tamburi come se fosse nella fucina di Vulcano. Improvvisamente vedo l’unico personaggio che ha il coraggio di farsi investire dalla notte metropolitana, proprio come me che sono ancora aggrappato al volante come una sorta di Enea dei tempi moderni. E’ il fattissimo gestore del negozio di dischi che mi ha consigliato questo compact disc maledetto da un incantesimo. Che strano, che coincidenza! Il blues interminabile sembra sfumare, la tempesta sta finendo, la pioggia ora è meno violenta, ma i Mothers si stanno solo rilassando.

Parte seconda: il risveglio

Mi riprendo da quell’ondata di violenza urbana, mentre le tracce si susseguono. “Farther O’Bliovion” è sperimentazione pura, nella grande tradizione dei Mothers of Invention. La tuba di Malone ci concede un attimo di tregua, dopo l’assalto di “Been to Kansas City in A minor” e anche i toni della batteria si fanno più soffusi. Zappa anticipa in questo episodio alcuni momenti della fusion che verrà, mandando in frantumi il castello di cristallo di tante future band patinate. La chitarra, mai invadente nell’accompagnamento, segue i membri della band con accordi complessi e jazzati che creano un tappeto sonoro etereo. Resto sospeso ancora un po’ sul tappeto volante dei Mothers che in D.C. Boogie tornano alla carica con atmosfere orientaleggianti. La sezione ritmica sostiene il ritmo con il solito inossidabile funk che farebbe venire i brividi alla Mahavishnu Orchestra del prezzemolino Mc Laughlin, mentre Zappa trasforma la sua chitarra in un sitar elettrico creando un bordone pesantissimo sul quale costruire scale per il paradiso. Ed ecco che arriva il brano seguente, la titletrack, “Imaginary Diseases”. Per chi ha seguito la vicenda è il momento della rinascita. Con il titolo Zappa ci fa capire che siam stati per un attimo parte della sua eterna illusione, parte di tutto quel frastuono che quotidianamente ci ruota vorticosamente attorno, lasciandoci attoniti e sconcertati nei confronti di quella che noi mortali chiamiamo vita. “Imaginary Diseases” è la pace dei sensi, la riappacificazione con il contesto urbano, l’ippogrifo di Astolfo che ritorna dal lato oscuro della luna con il nostro senno. Il viaggio è finito e Zappa si congeda, come se avesse suonato solo per noi e per le corde della nostra anima, con un “Thank you very much, I hope to see ya at the concert again, Good Night!” E’chiaro il messaggio? Lui è condannato a suonare lì dentro per sempre e ci vuole rivedere a quel concerto ogni qual volta lo desideriamo. Buonanotte a tutti, è proprio ora di riposare.



Note tecniche

Pensavate che vi avessi risparmiato dal solito nozionismo tipico di tutti i critici rock e invece…va detto che questo è un album fuoriuscito dalla montagna di demo e registrazioni che prendono la muffa nell’immenso archivio del memorabile Zappa. Custode di tale mole di materiale (Frank amava incidere qualsiasi cosa, anche il rumore di quando pensava a qualsiasi cosa mentre era seduto sulla tazza del cesso) è lo stravagante Steve Vai che, nelle note di copertina, ci spiega dettagliatamente la nascita del disco. Si tratta di jam strumentali riprese dal vivo (ma come da tradizone zappiana, probabilmente manipolate con successive sovraincisioni) che riportano alla luce quasi tutti i caratteri fondamentali del chitarrismo di Frank Zappa e gli anni passati in tour con i Mothers of Inventions. Si tratta fondamentalmente di un disco connotato dal forte sperimentalismo jazz, a metà strada tra il free-jazz, il rumorismo à la Edgàr Varese, il blues sanguigno di Howlin’Wolf e la fusion portata alla ribalta dai primi Weather Report. La durata oltremodo estesa dei brani è indice della visione libera che aveva Zappa della musica, intesa come espressione in continua evoluzione nel tempo e nello spazio e intrisa di contemporaneità. Un disco fondamentalmente indicato agli intenditori.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
46.72 su 25 voti [ VOTA]
luca
Lunedì 6 Settembre 2010, 1.04.06
7
ottima recensione, espressa con termini degni della cultura zappiana!
overnite
Domenica 11 Novembre 2007, 0.18.53
6
BEND(a)OVER Carina la recensione. Voto 95
Thomas
Mercoledì 7 Novembre 2007, 21.01.54
5
Perchè merito di Pippo? Bellissimo lavoro!
benda
Sabato 27 Ottobre 2007, 11.33.36
4
e mitticccoooo pippoooo!!!! 1234!
Pippo
Venerdì 26 Ottobre 2007, 19.01.36
3
Gran bella recensione, e pensare che è merito mio... HEY! HO! LET'S GO!!!
Syd
Venerdì 26 Ottobre 2007, 16.27.57
2
quoto in pieno.
FrancescoGallina
Venerdì 26 Ottobre 2007, 12.06.30
1
Grande Zappa, grande rece
INFORMAZIONI
2006
Zappa Records
Rock
Tracklist
Tracklist

01. Oddients 1:13
02. Rollo 3:21
03. Been To Kansas City In A Minor10:15
04. Farther O’Blivion 16:02
05. D.C. Boogie 13:27
06. Imaginary Diseases 9:45
07. Montreal 9:11
Line Up
Frank Zappa & The Mothers of Invention

Frank Zappa: Conductor, Guitar, Vocals
Malcom McNabb: Trumpet
Gary Barone: Trumpet / Flugelhorn
Tom Malone: Tuba / Saxes / Piccolo Trumpet / Trumpet
Earl Dumler: Woodwinds
Glenn Ferris: Trombone
Bruce Fowler: Trombone
Tony Duran: Slide Guitar
Dave Parlato: Bass
Jim Gordon: Drums
 
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