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Journey - Journey
18/07/2020
( 527 letture )
Parlare dei Journey in ambito rock è come parlare di Zidane in ambito calcistico o di Pantani se si parla di ciclismo; uno di quei nomi divenuti talmente grandi e talmente celebri da travalicare i confini del ristretto ambito di partenza per diventare di conoscenza comune anche ai non iniziati. Così come anche i non appassionati di calcio sicuramente ricordano le gesta di Zizou, e altrettanto sicuramente anche chi non segue il ciclismo sa di chi si parla se si nomina il Pirata, allo stesso modo anche i non appassionati di rock, e di musica in generale, molto probabilmente conoscono il nome dei Journey, e sanno citare almeno un pezzo di loro creazione.
Altrettanto probabilmente però, la grandissima parte di questi conoscitori, più o meno superficiali, sentendo nominare la band pensa subito a Don’t Stop Believing (il brano che li ha consegnati all’immortalità), alle linee vocali eteree di Steve Perry, al raffinato pianismo di Jonathan Cain e al cosiddetto “arena rock” degli anni ’80, di cui i nostri sono stati una delle colonne portanti. Molti meno sanno che la band sotto il nome di Journey esisteva già ben prima degli ’80, precisamente dal 1972, e che, pur avendo già nelle sue file alcuni dei membri della line-up storica, produceva musica molto diversa da quella che le darà successivamente fama e gloria.
Parlare dei Journey degli anni ’70 significa parlare in primo luogo di Gregg Rolie, grandissimo e sottostimato tastierista che ha preceduto Jonathan Cain; molto diverso da quest’ultimo, Rolie più organista, Cain più pianista, e con un'impronta jazz-soul che influenzerà in maniera massiva il sound della prima incarnazione della band. Significa inoltre parlare di Neal Schon, chitarrista magnifico che fin dall’inizio costituirà uno dei punti di forza del gruppo (ed è, ad oggi, l’unico membro sempre presente in tutta la quasi cinquantennale storia). Ma soprattutto, significa collegare la genesi della band con le vicende di un altro seminale gruppo dei ’70, guidato da un autentico genio: i Santana.

I Journey nascono essenzialmente da una costola dei Santana: se infatti si ritorna ai fantasmagorici esordi del chitarrista messicano, alla storica esibizione di Woodstock e all’ineguagliato capolavoro Abraxas (del 1970) non è difficile notare la presenza di un giovanissimo Gregg Rolie all’organo Hammond e alle parti vocali, il cui contributo esecutivo e compositivo sarà fondamentale per la riuscita dei dischi e dei concerti di Carlos e della sua tribù. Inoltre, se andiamo avanti di due anni e passiamo al 1972 e all’album Cavanserrai, ecco comparire in line-up anche il talentuosissimo, e anch’egli giovanissimo, Neal Schon alla seconda chitarra.
I due, Rolie e Schon, si trovano benissimo, sia dal punto di vista personale sia da quello musicale; la scelta di fondare una propria band assieme è la logica conseguenza. Reclutati in fretta alcuni giovani e promettenti musicisti, fra i quali spiccano il bassista Ross Valory, che resterà con la band sino a pochi mesi fa, e il batterista inglese Aynsley Dunbar (già con John Lennon e Frank Zappa), il gruppo inizia a marciare a pieno regime, e a produrre musica di qualità pronta per essere incisa su disco.
Ma come stile, siamo assai lontani da ciò che saranno i Journey del decennio successivo: la discendenza dai Santana, e la lezione di Carlos e soci è rimasta impressa nel duo Rolie-Schon (principali compositori). Le prime canzoni incise hanno una forma libera, e uno stile molto jazz-fusion con evidenti richiami latineggianti in certi passaggi; sono lunghe, articolate, piene di assoli e di parti atmosferiche e psichedeliche. Sono una summa di ciò che di buono e di originale la fusione fra rock e jazz ha saputo esprimere in quegli anni così ricchi di ispirazione e di coraggio.
Alla band manca però ancora un passaggio: chi si occupa delle linee vocali? Sulla scorta delle esperienze già fatte con i Santana, è Gregg Rolie che si “improvvisa” cantante, sfoggiando un timbro caldo e passionale, da vero vocalist soul. Rimangono però evidenti limiti legati all’estensione e alle possibilità espressive, e pertanto, in questa prima incarnazione, i Journey dovranno limitarsi a parti vocali non troppo azzardate, e non sempre in grado di valorizzare al meglio le validissime linee strumentali che le sostengono.

Il primo omonimo album della band esce nel 1975, sotto l’etichetta Columbia (la stessa dei Santana), e presenta sette pezzi, fra cui lo strumentale Topaz; i quasi sette minuti dell’iniziale Of A Lifetime scorrono in forma di mantra, basandosi sulla medesima linea armonica, inserendo continui cambi dinamici, e una valida prestazione chitarristica del giovane Schon, mentre le prestazioni vocali restano nella media. Più articolata la ballata che segue In The Morning Day, scandita dal pianoforte che poi si evolve in una intensa coda strumentale, veicolo per le fiammeggianti parti di organo Hammond di Rolie. Con Kohoutek si va in pieno al progressive: cambi di tempo e di atmosfera, unisoni ritmici, virtuosismi vari, duelli fra chitarra e sintetizzatore, una valida sintesi di quanto di buono stava emergendo in quegli anni. La breve To Play Some Music è invece un brano energico e vagamente funky, con Schon che si adopera pure al talk box, marchingegno in voga all’epoca atto a modulare il suono di chitarra direttamente con la bocca. L’episodio serve da intervallo perché poi il quintetto si lancia in un altro abbondante strumentale, buona palestra per le doti del batterista Aynsley Dumbar mentre Neal Schon mostra in maniera forse fin troppo palese la lezione del suo mentore Carlos Santana.
Gli ultimi due brani alternano volutamente parti lente e atmosferiche, e altre di puro e coinvolgente hard rock, fra lunghe rullate e poderose parti di Hammond; nulla di originalissimo, ma per una band all’esordio e con un’età media attorno ai 20 anni non c’è male.

Tutto perfetto? Ovviamente no: per conquistare tutti mancano ancora alcune cose. Prima di tutto un cantante autentico, in grado di condizionare e guidare le linee strumentali e non semplicemente di andarvi dietro (cosa che Rolie fa molto bene, ma non può andare oltre); poi che l’ancora diciannovenne Schon completi il suo percorso evolutivo e sappia unire la sua già validissima tecnica strumentale a quelle doti compositive e a quel tocco di originalità che ne diventeranno il marchio di fabbrica di lì a qualche anno; qui c’è ancora molto Santana e poco Schon, ma ovviamente l’originale è inarrivabile.
Infine, e forse è la cosa più importante, mancò, all’epoca, il supporto del pubblico. La forma compositiva, condizionata dal blues e dal soul, dal progressive e dalla fusion, fu all’epoca (e in parte anche oggi) percepita come “musica solo per i musicisti”, mentre rimase ben poco fruibile per un pubblico lontano dal rock d’avanguardia.
Medesimo destino avranno i due album successivi, malgrado i primi significativi approcci verso melodie maggiormente orecchiabili e tonalità pop-rock di massa.
Serviranno altri elementi: l’abbandono della forma-canzone libera, un cantante in grado di far spiccare il volo ai pezzi, un batterista altrettanto tecnico e potente ma più “quadrato” e meno jazzistico, un più convinto supporto da parte della casa discografica; arriveranno l’inimitabile Steve Perry alla voce, Steve Smith alla batteria e, a successo di pubblico già in parte conquistato, il cambio Gregg Rolie-Jonathan Cain dietro le tastiere. Arriveranno soprattutto grandissime canzoni e album in grado di fare epoca; e il mondo intero diventerà dei Journey. Ma questa è un’altra storia.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
83.5 su 6 voti [ VOTA]
Luka2112
Domenica 6 Settembre 2020, 23.58.55
5
Esordio spettacolare, come solo in quei meravigliosi ( e creativi) anni poteva accadere.Pur apprezzando in toto la produzione dei Journey anche io li preferisco con Rolie quindi fino Captured live( spettacolare) inoltre la voce del tastierista era complementare a quella dello straordinario Steve Perry.Comunque questo è un album bellissimo e “ vero” come oggi possiamo solo lontanamente sognarci.
Zess
Giovedì 23 Luglio 2020, 17.17.55
4
Per me il loro disco migliore, perfetto.
Rob Fleming
Lunedì 20 Luglio 2020, 12.31.19
3
Mi accodo agli entusiasmi. Album bellissimo! Le influenze di Santana ci sono tutte, ma non poteva essere altrimenti. Anzi, dirò di più, faccio outing e dichiaro che il periodo Rolie lo preferisco a quello Cain. Per capirci sino a Captured Live. L'unico (micro)appunto che faccio alla recensione è che "mi sminuisce" il Rolie cantante. A me piace molto (sebbene totalmente diverso da Perry; talmente diverso che non sono nemmeno accostabili) come dimostra sia con Santana che con gli Storm. In definitiva: 80 (PS: io di Zidane ricordo con piacere solo la testata a Materazzi quindi nemmeno sotto tortura lo avvicino ai Journey)
Aceshigh
Domenica 19 Luglio 2020, 10.09.16
2
Bellissimo album d’esordio! Certo, lontanissimo, per certi versi agli antipodi rispetto agli album degli anni ‘80 con cui faranno la storia dell’Aor, ma comunque anche qui siamo già ad alti livelli. Che poi Rolie, Schon e Dunbar erano tutt’altro che esordienti, come scritto nella recensione. In particolare Dunbar qui è in gran forma (Kohoutek, In The Morning Day). Un album altresì molto vario, si spazia da brani strumentali dallo spirito prog a canzoni più semplici (in cui non so se è una forzatura voler intravedere future evoluzioni, ma la succitata In The Morning Day secondo me non avrebbe stonato sui primi album con Perry). Tra i primi 3 album rimane quello che preferisco, alzo anch’io il voto a 85.
Mariner
Sabato 18 Luglio 2020, 19.27.05
1
Album bellissimo, una sorta di space prog jazz rock lontano dall''AOR che verrà dopo, Gregg Rolie alla voce non è Steve Perry ma si difende, alzo il voto a 85
INFORMAZIONI
1975
Columbia Records
Hard Rock
Tracklist
1. Of a Lifetime
2. In the Morning Day
3. Kohoutek
4. To Play Some Music
5. Topaz
6. In My Lonely Feeling / Conversations
7. Mystery Mountain
Line Up
Gregg Rolie (Voce, tastiere)
Neal Schon (Chitarra, cori)
George Tickner (Chitarra)
Ross Valory (Basso)
Aynsley Dunbar (Batteria)
 
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