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Frost* - Others
20/07/2020
( 276 letture )
In vista di nuovi lavori full-lenght, i Frost* hanno ben deciso di rilasciare agli inizi di giugno una mezz’ora di EP composta interamente dagli “outsiders” di quel interessante Falling Satellites uscito ormai ben quattro anni fa e che avrebbero dovuto comporre in realtà un doppio album. Inizialmente digitale, Others verrà rilasciato in copia fisica solo nell’antologia 13 Winters, lungo questo impervio 2020 le cui consolazioni sembrano essere puramente artistiche. I musicisti presentatisi in fase di registrazione sono intanto gli stessi visti nell’album poc’anzi citato, con la dipartita però di Craig Blundell durante il suo decimo anno in formazione poco dopo la stesura delle parti di batteria, a causa di problemi interni alla band di cui possiamo fare a meno di parlare per buttarci a piè pari nell’EP.

Il presupposto per godersi un’opera dei Frost* è sempre uno: amare le influenze più disparate all’interno della musica rock, soprattutto elettroniche. Purtroppo l’eterodossia del gruppo non riesce a convincere un numero sterminato di proseliti e il motivo può essere facilmente intuibile, nonché ravvisabile, proprio in questo Others. Quando strutture pop, espedienti elettronici che variano dall’AOR sino al simil-dubstep si presentano in un unico disco insieme a delle chitarre distorte, non possono che inorridirsi schiere e schiere di puritani della musica rock e metal, abituati a vedere omoni sudati con sempre più corde al loro arco da terremotare a plettrate. Per una volta non posso che dar ragione ai brontoloni più esigenti, rischiando anche l’appellativo di retrogrado. Others ha infatti un songwriting molto semplice, non tanto nelle idee portate su carta -anzi spesso fin troppe- quanto nella qualità di tali idee, di sicuro non a livello di Falling Satellites. Fin quando la produzione elettronica dona quel quid di pomposità in più come nella opener Fathers o nella goliardia di Exhibit A, la pietanza è squisita. Quando però si devono sentire dei brani che ricadono nel chillstep come la conclusiva Drown bisogna essere ben più che tolleranti ad eventuali influenze esterne, ma impavidi. Il progressive è di per sé stesso un’arma a doppio taglio e questo gli ascoltatori più attenti lo sanno bene: il rischio di passare da grande opera con tocchi di genio a minestrina insapore e informe è tanto, soprattutto all’aumentare del coraggio portato in campo… Avete presente la storia di Icaro no?

Il divertimento, lo devo ammettere senza riserve, è assicurato durante l’ascolto delle prime tre tracce di questo EP. I pezzi in questione si susseguono senza fatica alcuna per l’ascoltatore data anche la struttura ritmica pop delle varie strofe. Barcamenarsi tra esplosioni rock, escamotage originali e arrangiamenti armonicamente eleganti e raffinati sarà il grande pregio rintracciabile nei poco più di 30 minuti della produzione. La già citata Exhibit A è poi un gran bel brano, con un inizio a dir poco folle e che sfocia in sentori alla The Chemical Brothers o alla Prodigy, concludendo con un sound più aggressivo e ispirato. Peccato che anche qui molte orecchie non ricercheranno tutti questi elementi in un disco di matrice rock, ma anche vero che i Frost* si potrebbero definire come quei bambini che giocano saltellando avanti e dietro per un confine trovato durante un viaggio in macchina.

La seconda parte dell’EP si apre con Fathom che si presenta sicuramente come la canzone più aggraziata, nonostante la sua ritmica da marcia militare in apertura. A subentrare dopo pochi istanti sono prima le orchestrazioni fatate di Godfrey, poi le ottime linee in clean mai sporcate eccessivamente da produzioni plastiche e troppo artificiose, innalzando non di poco l’offerta complessiva. Un pezzo standard forse, ma proprio per questo è quello che osa e rischia meno, sbocciando in una piacevolezza complessiva degna di nota. Più sottotono le ultime due tracce invece: Eat con il suo sentore made in Muse e con il corpus sorretto da beatbox -niente di che anche dopo svariati ascolti- e Drown che oltre al già citato sentore chillstep non fa nulla di più di ciò che si può sentire su YouTube ricercando canzoni copyright free.

Dispiace certe volte essere così schietti, ma purtroppo Others non riesce dove la formazione inglese riuscì in passato e proprio con Falling Satellites da cui l’EP è scaturito indirettamente. A fronte di vari e ripetuti ascolti mi sento allora di consigliare l’ascolto a chi si definirebbe un ascoltatore coraggioso, privo di pregiudizi e con una sola mezz’oretta libera da spendere con qualche buona idea qui e là. Per tutti gli altri… siamo davanti a una produzione dimenticabile, seppur abbastanza lontana dalla mediocrità. Ciò che ci vorrebbe per parlare davvero di lavori del genere, sarebbe più una esegesi estetica piuttosto che una analisi del songwriting, capendo insomma dove iniziano e finiscono le libertà di un dato genere musicale.



VOTO RECENSORE
60
VOTO LETTORI
50 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Inside Out
Prog Rock
Tracklist
1. Fathers
2. Clouda
3. Exhibit A
4. Fathom
5. Eat
6. Drown
Line Up
John Mitchell (Voce, Chitarra)
Jem Godfrey (Voce, Tastiera)
Nathan King (Basso)
Craig Blundell (Batteria)
 
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