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Grey Daze - Amends
22/07/2020
( 760 letture )
20 luglio 2017. A Palos Verdes Estates, vicino Los Angeles, viene trovato il corpo senza vita di Chester Bennington, impiccatosi all’interno della sua abitazione a 41 anni proprio nel giorno di quello che sarebbe stato il compleanno di Chris Cornell, suo grande amico ugualmente morto suicida solo pochi mesi prima. Apprendere una simile notizia fu a livello personale uno shock emotivo difficile da descrivere, avevo perso il mio idolo, un faro, un complice, qualcuno su cui sin dall’estate 2007 (quando il me quattordicenne vide per la prima volta su MTV il video di What I’ve Done) sapevo di poter contare. La sua voce mi ha sempre accompagnato ed aiutato a superare le situazioni più dure della vita, dalla perdita di persone care ai vari ostacoli della quotidianità, e ha rallegrato i momenti felici e spensierati (ricordo ancora i “litigi” con i compagni di liceo che ascoltavano solo i tormentoni estivi e il rap italiano, mentre io difendevo fieramente la mia passione per la musica rock/metal d’oltreoceano).
Come avrete facilmente capito, questa non è una semplice recensione di un disco, è un piccolo ma sentito ricordo di un cantante che ha segnato la mia vita e i miei gusti musicali, indirizzandomi definitivamente verso l’area alternative/nu che ancora oggi è quella da me prediletta.

Venendo ora più propriamente al disco, Amends si compone di undici ri-registrazioni di brani dei Grey Daze, il primo gruppo di Chester (se si esclude la breve parentesi degli Sean Dowdell and his Friends? del 1993) attivo negli anni ’90 e responsabile di due album quali Wake me nel 1994 e …No Sun Today nel 1997. Il progetto, concepito originariamente nel febbraio 2017 su iniziativa dello stesso vocalist, è stato portato avanti dai vecchi membri della band Sean Dowdell e Mace Bayers, desiderosi di rendere tributo all’amico scomparso. Per farlo, hanno riesumato i master originali per “estrarre” la voce di Chester e in seguito hanno deciso di registrare da zero le strumentali avvalendosi di numerosi collaboratori e ospiti tra cui spiccano Page Hamilton (Helmet), Head e Munky (Korn) e Chris Traynor (Bush), senza dimenticare l’aiuto dei figli di Dowdell e del primogenito Jaime Bennington.
La produzione, affidata a più mani, e il mixaggio, curato dal veterano Jay Baumgardner (Coal Chamber, Spineshank, Dope), centrano l’obiettivo di modernizzare le tracce di novantiana memoria plasmando un suono cristallino e perfettamente attuale, in bilico tra il (post) grunge originario e un alternative rock infuso di elettronica corredato da alcune sfumature che si avvicinano pericolosamente al pop: in parte un vero peccato, in quanto sono state completamente ripulite e smussate quelle sonorità grezze e sporche rappresentative del periodo storico in cui i due album erano stati elaborati. In ogni caso, il protagonista di questi 39 minuti è solo e soltanto Chester che, nonostante all’epoca delle registrazioni fosse solo un ventenne, dimostra di essere già in possesso di un timbro vocale fuori dal comune, capace di destreggiarsi abilmente tra dolci melodie, tipica potenza rock e mestizia di imprinting grunge (all’epoca il suo punto di riferimento era la sacra triade Weiland, Cobain, Vedder), creando così uno splendido acquerello sonoro composto da tenui tonalità calde e accesi contrasti multicolore.
Nei testi è rimasta impigliata la sua anima di adolescente inquieto che, nonostante la giovane età, aveva già dovuto affrontare diversi traumi quali l’orrore delle violenze sessuali, il bullismo, le dipendenze pesanti da alcol e droghe e la peggiore di tutte, uno strisciante e infido senso di solitudine che lo ha sempre attanagliato e che alla fine ha avuto la meglio su di lui. Questo tortuoso percorso emotivo parte dalle sensazioni di inadeguatezza e malcontento (dovute agli abusi di stupefacenti) in Sickness, prosegue con la disillusione contemperata da un’amara speranza di miglioramento in Sometimes, si ferma davanti al dolore per la morte di un amico in un incidente stradale in What’s in the Eye, realizza quanto sia sbagliato voler piacere per forza agli altri in The Syndrome, esplora il tema della pura sofferenza in In Time e in Just like Heroin tributa i dovuti onori ai musicisti morti per overdose, uccisi dall’eroina e dalle scuse che utilizzavano per procurarsene sempre di più. A parte l’eccezione di B12, soffermantesi su argomenti di denuncia sociopolitica, il discorso intimistico riprende con le due migliori tracce del lotto, Soul Song e Morei Sky: la prima è un’atmosferica poesia che descrive un’attesa prolungata e toccante mentre la seconda, scritta ispirandosi ad un tramonto dalle venature purpuree in Messico, è la più commovente per il tema del rimpianto e della voglia di avere una seconda possibilità nella vita tramite la quale chiedere scusa e fare pace con il proprio burrascoso passato ritrovando in tal modo se stesso. Chiudono il cerchio She Shines e Shouting Out, dove alle negatività precedenti si aggiungono la frustrazione per la rottura con una fidanzata e la triste consapevolezza di non meritare l’amore delle altre persone.

L’album è il degno omaggio alla memoria dell’ex leader dei Linkin Park, un frontman che con la sua voce è stato in grado di avvicinare tantissimi ragazzi alle prime armi al mondo del rock e del (nu) metal, fornendo loro una base da cui partire per dirigersi gradualmente verso lidi più estremi o, come nel mio caso, per approfondire le sonorità della sfera alternative. Essendomi già dilungato oltre il dovuto, concludo semplicemente con un grazie dal profondo del cuore a Chester e con il ritornello di Morei Sky dal quale è stato estrapolato il titolo del disco:

If I had a second chance, I’d make amends,
Only to find myself, losing in the end
If I had a second chance, I’d make amends
Only to find myself, losing, losing…



VOTO RECENSORE
s.v.
VOTO LETTORI
78 su 6 voti [ VOTA]
Galilee
Mercoledì 29 Luglio 2020, 9.54.25
3
Interessante, gli darò un ascolto.
ChildhoodDreams
Sabato 25 Luglio 2020, 12.50.47
2
Ho registrato un minutino di Syndrome su Instagram con l'app Smule e i Grey Daze mi hanno messo pure il like! Mi sono saliti i brividi. Chester è stato un compagno di viaggio nella mia adolescenza tutto sommato agevole, almeno all'esterno, ma vissuta problematicamente all'interno. Il suo suicidio mi ha dato modo di pensare a quanto sia importante aggrapparsi alla vita anche quando demoni invisibili ci trascinano giù. Voto: 80. Un bel lavoro di riammodernamento che coglie tutte le sfumature dal pop, al grunge, all'alternative al nu.
Elmo
Sabato 25 Luglio 2020, 12.24.58
1
Album stupendo e molto toccante. Sometimes,Just like Heroine e Morei Sky sono dei pezzi validissimi
INFORMAZIONI
2020
Loma Vista Recordings/Concord Records
Post Grunge
Tracklist
1. Sickness
2. Sometimes
3. What’s in the Eye
4. The Syndrome
5. In Time
6. Just like Heroin
7. B12
8. Soul Song
9. Morei Sky
10. She Shines
11. Shouting Out

Line Up
Chester Bennington (Voce)
Cristin Davis (Chitarra)
Mace Bayers (Basso)
Sean Dowdell (Batteria)

Musicisti ospiti
Page Hamilton (chitarra, traccia 1)
Chris Traynor (chitarra, tracce 2, 3, 6, 8)
Jamie Muhoberac (tastiere, tracce 2, 6)
Marcos Curiel (chitarra, traccia 3)
Carah Faye (voce, traccia 4)
Carston Dowdell (batteria, traccia 4)
Ryan Shuck (chitarra, traccia 5)
Esjay Jones (voce, traccia 6)
James “Munky” Shaffer (chitarra, traccia 7)
Brian “Head” Welch (chitarra, tracce 7, 10)
Brennen Brochard (batteria, traccia 7)
Jaime Bennington (voce, traccia 8)
Heidi Gadd (violino, tracce 8, 9)
Jean Yves D’Angelo (piano, tracce 8, 9)
Jasen Rauch (chitarra, traccia 10)
Laura “LP” Pergolizzi (voce, traccia 11)

 
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