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Novembers Doom - To Welcome the Fade
25/07/2020
( 331 letture )
Che non si dica mai che il metal estremo non possa diventare per ascoltatori “maturi”.
Per gran parte della loro attività, gli statunitensi Novembers Doom sono stati spesso considerati come semplici cloni del trittico del doom inglese (Paradise Lost, Anathema e (My Dying Bride), ma sebbene si tratti di influenze ovvie, il gruppo ha trovato una propria personalità con il proseguire della loro carriera. Se le tendenze death metal erano sicuramente essenziali nel songwriting del loro debutto Amid Its Hallowed Mirth, le stesse erano state soppiantate da una maggiore preponderanza di melodia, tastiere e di sonorità assimilabili al gothic metal anni 90 a partire da The Knowing. Il gruppo ha anche pubblicato altre canzoni altrettanto pregevoli, ma è anche vero che il periodo che segue The Pale Haunt Departure si rivela essere poco longevo e troppo monolitico a lungo andare.

Sebbene i Novembers Doom non siano più il gruppo ispirato di un tempo, è anche vero che uno dei loro album maggiormente riconosciuti tra l’universo metal, To Welcome the Fade, sia un album speciale, al punto da risultare intenso a quindici anni di distanza dalla sua pubblicazione. A prima vista, l’album sembra semplicemente competente, dotato di un’adeguata produzione da parte di Neil Kernon che permette una risonanza fuori dal normale in cui ogni elemento, chitarre lead, voce, basso e batteria escono fuori dal mix creando un equilibrio sonoro che nel 2002 non era scontato. Le canzoni sembrano simili fra loro, anche perché ad eccezione di due tracce più brevi a base di chitarra acustica e un interludio (Dreams to Follow), non ci sono strumentazioni sconvolgenti o particolari che rendano il disco particolarmente “estremo”. Personalmente, pensiamo che gran parte dei fan della nicchia più violenta del genere potrebbero perfino trovarlo sonnolento, anche a causa del frequente uso di tempi ternari. To Welcome the Fade non è un disco energico, potente né cattivo in alcuna maniera. Al contrario, simboleggia una sorta di santuario astratto lontano dal mondo reale, un ambiente in cui Paul Khur stabilisce un legame con l’ascoltatore, come se non ci fosse via di fuga da un discorso tutt’altro che tranquillo: del resto, i testi ne testimoniano la funzione.
Not the Strong inizia con un’improvvisa escalation di terzine e tritoni che presagisce furia repressa attraverso la rassegnazione, riflessa dal tragico ritratto del protagonista:

If only my mother knew the real me
Her heart would break, for I am shame
Not the strong man she raised from birth
A coward, a child, and a scared soul


Tra palm-muting e breakdown senza sosta. Segue Broken, con ammissioni di colpa

Left here for the devouring dogs
To feast upon my very pride
One thing I will never forget
That I am only a man
And I am broken


Tra bridge ipnotici con doppia voce maschile/femminile che fanno da ponte a sezioni mid-tempo rocciose. Il ritmo robotico e incalzante Lost in a Day deve moltissimo ai Katatonia di Brave Murder Day, e rende la canzone cantabile e una degli highlights dell’album. Within My Flesh e specialmente If Forever sono i momenti più tranquilli e meno elettrici dell’album, anche se i propri ritmi rallentati e strumentazione più tranquilla potrebbero risultare mosci e un po’ noiosi: i testi rassicuranti giocano un fattore importante nel climax

My mother cries for me when no one will
Her words of compassion swell my eyes
It's not fair this has happened to you
And I'd do anything to take away your pain
.

The Spirit Seed sembra uscire direttamente da Blackwater Park, grazie all’andamento da folk scandinavo, semitoni di accordi minori pieni e occasionali armonizzazioni di sesta maggiore (se ne trovano parecchie altrove nell’album): Torn segue l’andazzo della precedente con battute interrotte e un testo dove il cantante esprime impossibilità di affrontare la vita senza il proprio partner. Il climax raggiunge il proprio apice con il rigurgito di odio nel verso finale di The Lifeless Silhouette (No God will save your soul / For there is no love for you / You left that all behind / The day you learned to fucking speak) e della stupenda Dark Fields for Brilliance, che termina con una strofa che non esplode mai, chiudendo l’album con una chiusura amara e incompleta.

Sebbene a dire del frontman, i Novembers Doom non abbiano fatto concept album, To Welcome the Fade si comporta esattamente come tale. La trama è un universo a sé stante dove il tempo e lo spazio sono sottomessi alle parole di Paul Khur, manipolati come per sottolineare una certezza passata venuta a crollare dopo anni di superficialità. Forse le situazioni evidenziate nei testi siano tragiche come quelle vissute da Khur stesso (avrebbe divorziato dieci anni dopo), ma l’album guadagna molti punti quando messo assieme ai testi che contiene. Un ascolto omogeneo e compatto senza risultare noioso, pieno di accordi di chitarra estesi che completano i groove di batteria senza spezzare il corso delle canzoni e testi diretti da accapponare la pelle. Quello che mancherebbe per definirlo un colosso della discografia rock anni 2000 è una voce trascinante in grado di spingere a riascoltare il disco più volte in grado di completare le melodie già eccellenti (il growl del cantante è tutto tranne che carismatico), ed è un difetto che fornisce un’altra personalità alle canzoni, una più sgradevole, incompleta e drammaticamente umana… proprio come il soggetto descritto dei testi.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
88 su 1 voti [ VOTA]
Epic
Domenica 26 Luglio 2020, 22.24.20
1
I November's Doom purtroppo non li caga mai nessuno, eppure sono una band molto valida. E questo album è ottimo.
INFORMAZIONI
2002
Dark Symphonies
Gothic / Doom
Tracklist
1. Not the Strong
2. Broken
3. Lost in a Day
4. Within My Flesh
5. Forever
6. The Spirit Seed
7. Torn
8. The Lifeless Silhouette
9. Dreams to Follow
10. Dark Fields for Brilliance
Line Up
Paul Kuhr (Voce)
Larry Roberts (Chitarra)
Eric Wayne Burnley (Chitarra, tastiere)
Joe Nunez (Batteria)

Musicisti ospiti
Nora O'Conner (Voce)
Neil Kernon (Assolo di chitarra nella traccia 10, tastiere nella traccia 5)
Brian Gordon (Basso)
 
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