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Iron Monkey - Our Problem
01/08/2020
( 451 letture )
Gli Iron Monkey sono indubbiamente una delle realtà musicali più viziose e malate mai emerse dal Regno unito, oltre che uno dei pesi massimi dello sludge britannico e non solo. E questo a dispetto di una carriera fugace e di una discografia striminzita. Il tutto si gioca infatti nel giro di cinque anni, qualche uscita minore e due full-length, tra cui spicca soprattutto il qui presente Our Problem. Nata a Nottingham nel 1994, la Scimmia inizia a farsi un nome all’interno della scena hardcore locale suonando per squallidi pub e retrobottega. Concerti aggressivi, centrati attorno alla figura del cantante Johnny Morrow, che errava per il palco rotolando gli occhi e dispensando grida mostruose. Nel 1996, la band pubblica un EP, registrato in un paio di giorni ed edito dalla piccola etichetta Union Mill. Abbastanza per attirare l’attenzione della Earache, basata proprio a Nottingham. Di primo acchito, le lusinghe di questo pesce grosso non seducono i membri della band, fermamente decisi a non firmare il contratto che l’etichetta propone loro. In un articolo pubblicato su Vice, il batterista Justin Greaves ricorda come mai cambiarono idea: Ad essere sinceri, abbiamo finito per firmare dopo che tutta la nostra attrezzatura è stata distrutta. Avendo difficoltà a pagare una sala prove, non potevamo provare né fare più concerti. La Earache ci ha fatto penzolare una grossa somma di denaro davanti agli occhi e, da venduti che eravamo, l'abbiamo presa. L’anno dopo, l’EP viene ristampato come un full-length dalla nuova etichetta, che darà alle stampe anche Our Problem nel 1998.

L’album è un vero e proprio inno alla depravazione. Una massa putrida e ribollente, insolente fin dall’artwork realizzato dal controverso Mike Diana, noto per essere il primo autore statunitense condannato per il reato di oscenità. La disgustosa copertina non è che un dettaglio dell’opera completa, che vi invitiamo a contemplare -cliccando qui- per immergervi al meglio nel mood degenerato di Our Problem. Introdotta dai rumori e dai fischi di rito, l’opener Bad Year spiana l’ascoltatore con un riff grasso cadenzato, sul quale si staglia l’inconfondibile voce di Johnny Morrow. Forse più che di "voce" sarebbe meglio parlare di un latrato immondo e indecifrabile, sicuramente uno dei punti di forza del gruppo. La canzone si fa strada tra i fumi e l’unto sollevato dagli strumenti, alternano pochi riff in una sorta di punk rallentato e ingrassato –che poi è più o meno la definizione di sludge, fino ad un soffocante affondo dove lo zolfo dei Black Sabbath si tinge di southern depravato. E proprio in queste due componenti si adagia il suono degli Iron Monkey, in bilico tra le bordate tossiche e il rock’n’roll più malato. Prendete ad esempio l’inizio della successiva Supagorgonizer: il trascinante lick di stampo rock che la introduce si infrange sugli scogli del riffing dilatato e del ringhio di Morrow, anche se gli spunti southern non spariscono mai del tutto, completando l’episodio più catchy e sostenuto dell’album. Ma potremmo anche citare il succosissimo stacco centrale di House Anxiety, seguito da un melmoso rallentamento sorretto dal roccioso drumming di Greaves, così come l’assalto frontale della velenosa Boss Keloid, o ancora il groove di I.R.M.S.. Per i 50 minuti che compongono l’album è tutto un alternarsi di accelerazioni e rallentamenti, affondi e accenni chitarristici rockeggianti, fino ai venti, allucinati minuti (!) della conclusiva 9 Joint Spiritual Whip. Tutto sommato semplice, quasi statica se vogliamo, la ricetta degli Inglesi risulta efficacissima nella sua duplice natura. Da una parte, Our Problem impregna l’ascoltatore di una fitta patina di malessere esistenziale, come si richiede a qualsiasi disco sludge che si rispetti. Dall’altra, i brani comunicano, grazie specialmente alla loro componente rock, pur violentata dal marciume generale, un senso di cafoneria davvero esaltante che aiuta a rendere l’album più “potabile” (virgolette d’obbligo) di molti suoi colleghi. Rispetto ad esempio agli Eyehategod, ai quali i Nostri sono stati spesso e un po’ ingiustamente ricondotti, gli Iron Monkey conservano il disagio, ma firmano una musica decisamente più fruibile. Bisogna anche dire che la barra dei bpm resta per buona parte del tempo relativamente alta, ciò che non rende l’album eccessivamente soffocante. La produzione grassa e viscerale, opera del leggendario Andy Sneap, conferisce ai brani una potenza e una sporcizia considerevoli, che alzano parecchio l’impatto generale. Un pugno di testi corrosivi e incomprensibili completano un album che può tranquillamente essere considerato, malgrado una certa ripetitività riscontrabile tra i brani, uno dei capisaldi dello sludge mondiale.

Eppure, il seguito della storia è misero, per non dire tragico. L’accordo con la Earache si rivela una fregatura e non cambia sostanzialmente le condizioni finanziarie dei musicisti. Questi, tutti occupati in vari lavori durante il giorno, devono accollarsi le spese di tour e concerti, vivendo in condizioni precarie. Sempre Greaves: Eravamo davvero poveri, era dannatamente ridicolo. Ricordo che quando abbiamo suonato al Dynamo guardavamo per terra in cerca di spiccioli e accendini dopo che i Metallica avevano suonato e le luci si sono accese. L’etichetta arriva perfino a rifiutare di inviare i soldi necessari per far rientrare Morrow in patria quando questi si ammalò gravemente durante un concerto in Polonia. Il comportamento scorretto della Earache spinge la band a minacciare di sciogliersi qualora non l’etichetta non avesse ritirato il contratto. E così è stato. Un anno dopo l’uscita di Our Problem, nel 1999, gli Iron Monkey cessano l’attività. Tre anni dopo Johnny Morrow muore di infarto a soli 28 anni. Nel 2017, la band si riformerà, non senza suscitare qualche critica, per volere del chitarrista Jim Rushby. Ma questa è un’altra storia. Per nostra fortuna, malgrado le spiacevoli vicissitudini che seguirono la sua pubblicazione, Our Problem è ancora qui, pronto a riversare nei nostri timpani tutta la sua intoccata carica corrotta.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
80 su 4 voti [ VOTA]
God of Emptiness
Domenica 2 Agosto 2020, 18.35.55
1
Discone totale, tutto l'insalubrità e il marciume del Regno Unito, declinato nei liquami dello sludge più tossico e abrasivo, voto corretto
INFORMAZIONI
1998
Earache Records
Sludge
Tracklist
1. Bad Year
2. Supagorgonizer
3. Boss Keloid
4. I.R.M.S.
5. House Anxiety
6. 2 Golden Rules
7. 9 Joint Spiritual Whip
Line Up
Johnny Morrow (Voce)
Jim Rushby (Chitarra)
Dean Berry (Chitarra)
Doug Dalziel (Basso)
Justin Greaves (Batteria)
 
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