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Slap Guru - Umashi`s Odyssey
01/08/2020
( 287 letture )
Seguire l’evoluzione di una band è una delle esperienze musicali più entusiasmanti che possano esserci. Come tutti sappiamo, esiste un "lato oscuro" di questo processo, che si sostanzia essenzialmente nell’evoluzione che non incontra il nostro gusto. In quel caso, purtroppo, le strade sono destinate a dividersi, ma con rispetto. Come quello che ci porta a non frequentare più un amico che ha fatto una scelta diversa dalla nostra, ma del quale continuiamo a nutrire stima. Diverso è invece il caso dell’involuzione, ovverosia quando il cambiamento porta con sé una corruzione, un degradamento, un evidente processo distruttivo. Certo, rimane sempre il dubbio se questo processo distruttivo sia effettivo e reale o solo frutto della nostra percezione, ma generalmente e al di là dei casi specifici, su questioni del genere è difficile sbagliare, se si ha un gusto musicale appena raffinato dal tempo e dagli ascolti. Gli esempi sono tanti e non vale la pena elencarli, tutti ne abbiamo diversi ben stampati in mente e, probabilmente, anche nel cuore.
E’ perciò con grande piacere che capita a volte di constatare invece che una band che avevamo seguito, compia un vero e proprio salto in avanti, un passaggio che la porta a superare i propri limiti e i propri confini, per come li avevamo conosciuti, trovando in sé la forza di crescere e raggiungere un nuovo stadio evolutivo. E’ questo il caso degli Slap Guru, band che dal debutto Cosmic Hill e passando per il secondo Diagrams of Pagan Life, arriva al qui presente terzo album Umashi’s Odyssey, che le apre letteralmente una nuova strada, portandola ad uno status completamente diverso. Un percorso che ha, però, anche un prezzo: formati nel 2015 a Madrid dall’incontro di musicisti spagnoli col cantante chitarrista italiano Valerio "Willy" Goattin, gli Slap Guru, proprio nel passaggio tra secondo e terzo album conoscono la prima rivoluzione di line up, che vede l’uscita sia del bassista Javier Burgos Labeaga, sia del chitarrista Alberto Martìn Valmorisco. Entrambi sono presenti sul disco, ma ad oggi non fanno più parte della formazione, sostituiti da musicisti italiani.

Il contributo degli uscenti non è affatto secondario: Umashi’s Odyssey è infatti un concept album che nasce da una storia o, per meglio dire, da una novella scritta proprio da Valmorisco e ne costituisce quindi la trasposizione sonora e, in un certo senso, anche visuale, come ben si nota dal bellissimo artwork dell’album, davvero meritevole. La dimensione fiabesca diventa la vera chiave di svolta e crescita del sound degli Slap Guru, l’elemento che "forza" la crescita del songwriting. Ritroviamo infatti tutti gli elementi costitutivi già presenti sin da Cosmic Hill, con una fortissima base di blues rock anglostatunitense, tinto di psichedelia e stoner rock, mai troppo spinto, che donano alla musica dei quattro una evidente tinteggiatura retrò, a cavallo tra fine sessanta e inizio settanta e che ne tratteggiano anche la collocazione artistica. Gli Slap Guru non sono infatti dei rivoluzionari, degli artisti di avanguardia: sono una band solida, composta da musicisti di valore, che suona una musica affatto originale, ma lo fa con amore, competenza e qualità, raggiungendo oggi uno step evolutivo maggiore, che la porta ad inglobare qualche elemento di folk psichedelico e perfino volendo qualche spunto prog rock, necessità che nasce appunto dal concept. Il tutto si traduce in un salto di qualità evidente che trova compimento in una strutturazione più complessa dei brani, i quali acquistano anche una maggiore mutevolezza interna e uno scorrimento articolato e ricco di sorprese e influenze.
La dedica a “tutti coloro che devono lasciare le proprie case” contenuta nel libretto, ci dice già qualcosa sul concept che il gruppo ha sviluppato attorno alla figura di Umashi, ragazzo protagonista della storia. A differenza di quanto fatto recentemente dai conterranei spagnoli Helevorn col loro Aaamamata, che hanno scelto un taglio prospettico diverso per parlare di migranti e delle loro tragiche storie, l’elemento fiabesco che percorre Umashi’s Odyssey trasfigura tutte le drammatiche tappe del racconto donandogli l’aspetto di elementi archetipici della nostra storia umana collettiva e dell’immaginario dei bambini, oltre che ad elementi tipici della sci-fi e dei racconti ancestrali tramandati dagli avi. Questo naturalmente rende un po’ più oscuri i riferimenti e perfino i passaggi della storia in qualche punto e si fa un po’ fatica a coglierne le sfumature e i cardini fondamentali; ma, appunto, come tutte le fiabe e i sogni che ad esse si affiancano, la frammentarietà e l’incoerenza dei passaggi costituiscono un elemento fondamentale e tipica della narrazione orale, che nel passaggio da una generazione all’altra perde qualcosa e acquista qualcos’altro, finché alla fine forse tutto nella narrazione non è perfettamente coerente, ma lascia all’ascoltatore margine per riempire i vuoti e trovare la propria spiegazione, senza imporre niente, ma piuttosto suggerendo.
Venendo alle canzoni, diremmo che i primi due episodi sono appunto votati ad un blues rock piuttosto d’impatto, in particolare Dark Militia che spinge anche sull’acceleratore, mentre Acid 1 risultava più saltellante e ritmica. Con Sidereus Fatum è appunto l’elemento onirico a irrompere nella scena, portando una prima parte tipicamente psichedelica e sognante, con percussioni, tastiere e acustica a tracciare il cantato morbido, avvicinandosi alla The Golden King dei Witchwood, per poi aprirsi ad un riff "cosmico" sottolineato dal mellotron e dal bell’assolo liquido che conduce alla gigantesca seconda parte del brano, il quale si candida fin da subito ad essere uno dei punti più alti dell’album. Più difficoltosa invece The Night With Its Spells, molto variegata e nella quale troviamo un buon riff portante, che fa però un po’ fatica a tenere insieme le varie parti del brano e soprattutto a mantenere alta la tensione per i quasi sette minuti di durata, pur con le ottime incursioni della solista e la buona prova della sezione ritmica, sempre puntuale. Erkil rialza il ritmo fino al garage pre-punk sessantiano, con gli stacchi e le ripartenze a cui il gruppo ci ha abituato e che confermano la crescita compositiva ed esecutiva dei quattro. Il blues psichedelico e in ascendenza di Who Can Say It’s Night sembra quasi degli Allman Brothers ed è un altro bel colpo messo a segno, che apre a My Shadow Kills, dall’arpeggio folk arcano che si trasforma in un riff che sa di Medio Oriente, come la melodia vocale. Gran bel pezzo, che evolve ancora verso dimensioni cosmiche, confermando un momento ispirativo davvero forte nel gruppo. Arriviamo così alla parte finale dell’album, aperta da The Blind Polifemo, col suo riff quasi NWOBHM e la successiva evoluzione monumentale che ancora una volta spinge sulla qualità della solista e sull’apertura astrale con grande qualità. Segue forse l’apice di tutto l’album, The Plastic Island è infatti un compendio di tutte le qualità della band e del disco, col suo andamento ondeggiante, con tanto di wah-wah che richiama il mare e ci consegna anche alla tremenda conclusione -comunque aperta- della storia di Umashi, parzialmente riscattata dall’onirica e stupenda Meeting the Mermaid, nella quale troviamo percussioni, basso, chitarre acustiche e sitar per un commiato tanto dolce e sognante quanto capace di stringere alla gola.

Come detto in apertura, rilevare la crescita e l’evoluzione di una band è un momento molto bello, entusiasmante e gli Slap Guru con Umashi’s Odyssey hanno davvero compiuto un salto in avanti notevole. Cresciuti sotto tutti i punti di vista, dalla scrittura all’esecuzione, pur rimanendo fedeli alla formazione musicale iniziale, i nostri hanno saputo scrivere un disco che mostra una maturazione totale e che finalmente arriva a toccare le corde dell’emotività e non solo la buona riuscita formale dell’adesione ad un canone musicale. La storia di Umashi probabilmente andrà avanti, almeno, è quello che vorremmo augurare al giovane protagonista e alla band, che ha comunque conosciuto un importante cambiamento a livello di formazione, che avrà sicuramente i suoi riflessi. Certo non tutto è perfetto, qualche brano risulta infatti meno interessante e in qualche caso le costruzioni necessitano ancora di qualche messa a punto, così come le parti vocali, non sempre capaci di esaltare melodie convincenti e protagoniste al 100%, finendo spesso in posizione subalterna rispetto alla musica. Eppure, Umashi’s Odyssey è un gran bel disco, importante e nel complesso riuscito, con alcuni brani capaci di fare realmente la differenza nell’affollato panorama odierno. Bravi Slap Guru.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
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Shock
Sabato 1 Agosto 2020, 16.40.05
1
Non li conoscevo: ascoltato il disco ma lo trovo solo carino, niente più.
INFORMAZIONI
2020
Sixteentimes Music
Hard Rock
Tracklist
1. Acid 1
2. Dark Militia
3. Sidereus Fatum
4. The Night with Its Spells
5. Erkil
6. Who Can Say It's Night?
7. My Shadow Kills
8. The Blind Polifemo
9. The Plastic Island
10. Meeting the Mermaids
Line Up
Valerio "Willy" Goattin (Voce, Chitarra)
Andrea Ballini (Chitarra)
Matteo Nigel Lonardi (Basso)
José Medina Portero (Batteria)

Alberto Martìn Valmorisco (Chitarra, Sitar, Baglama)
Javier Burgos Labeaga (Basso)
 
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