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Northern Crown - In a Pallid Shadow
01/08/2020
( 330 letture )
Quante volte le etichette che più o meno forzatamente utilizziamo per categorizzare la musica fanno sì che tanti dischi meritevoli vengano evitati a prescindere solamente a causa del genere che arbitrariamente qualcuno assegna a quel tipo di proposta? È un qualcosa che avviene molto più spesso di quel che si potrebbe pensare e talvolta gli stessi artisti sono i primi artefici di questo subdolo meccanismo. Perché se questo In A Pallid Shadow venisse presentato semplicemente come un disco doom probabilmente attirerebbe l’attenzione dei soli appassionati del genere, che si aspetterebbero di trovare sonorità che partono dai Black Sabbath, passano per i Candlemass e arrivano magari agli Om. E invece proprio gli appassionati potrebbero essere i primi a non apprezzare completamente l’operato del trio floridiano dei Northern Crown. La band infatti, che con questo nuovo album autoprodotto arriva a pubblicare il terzo Lp, si muove sì in territori fondamentalmente doom, ma con un eclettismo raro che fa sì che nella propria musica si infiltrino elementi hard rock e progressivi, tutti dominati dalla costante presenza dell’elemento epico, vero protagonista dell’album, musicalmente e concettualmente parlando.
I Northern Crown in primis non si presentano nei loro canali ufficiali come una band dalle sonorità (anche) epic metal, per ritrovare una qualche informazione a riguardo bisogna arrivare alla loro pagina Facebook, che finalmente mostra la denominazione “Epic Doom Metal”. L’essenza del trio sta proprio lì, nell’interpretare i monolitici ritmi del doom con la solennità dell’epic metal, raggiungendo apici di struggente eroismo in musica. Siamo all’incirca dalle parti di Solitude Aeternus e Crypt Sermon, ma non parliamo affatto di emuli, tutt’altro.

In A Pallid Shadow è il risultato di una campagna di crowdfunding che il gruppo ha condotto su Kickstarter e che con l’affetto dei fan ha visto la luce nella maniera migliore possibile: artwork a cura del sempreverde Travis Smith, master finale affidato alle sapienti mani di Dan Swanö e un totale di cinque brani dal minutaggio mai troppo elevato, per meno di quaranta minuti di ottimo metal. La prima curiosità che si nota riguarda la lineup della band, che non vede un batterista ufficiale: alle pelli infatti è presente Dan Konopka e se il nome non vi suggerisce nulla, sappiate che è il batterista degli OK Go (sì, quelli del video dei tapis roulant, ovvero Here It Goes Again del 2005). Mentre Evan Hensley (già nei Nightfall, nei Dark Hound e nei Karmic Link) è l’autore di tutti i momenti di chitarra solisti all’interno dell’album ed ormai si può considerare un membro effettivo del gruppo, dal momento che la sua presenza è ormai consolidata all’interno di tutti gli album dei Northern Crown.
La seconda curiosità arriva appena la voce di Frank Serafine inizia a colpire le orecchie dell’ascoltatore: impossibile non collegare immediatamente quella voce a quella ben più iconica di Ronnie James Dio e sembra che i nostri giochino abbastanza su questa notevole assonanza, strutturando i brani su coordinate che forse non sarebbero dispiaciute nemmeno al compianto cantante di Rainbow e Black Sabbath. Nonostante questa particolarità che segna tutti i brani del disco, la somiglianza non inficia minimamente il lavoro nel suo complesso, anzi in qualche momento riesce ad esaltarlo solo di più.
Leprosarium apre le danze con una citazione molto ben nascosta a Giant Steps di John Coltrane, ma è difficile coglierla perché è il riff massiccio di Zach Randall a prendere possesso della scena e preparare il terreno per l’ingresso della voce tonante di Serafine, che riesce ad alternare registri diversi, ora più gravi ed ora più acuti, con sapiente maestria. Il momento solista che arriva a metà del brano mostra una sana dose di perizia tecnica e buon gusto, ma il meglio deve decisamente arrivare. Quel che colpisce è innanzitutto il bilanciamento e la qualità stessa dei suoni impiegati, in particolare per ciò che riguarda chitarra e voce, mentre invece il basso galleggia tra l’essere sacrificato e l’emergere fin troppo. Ma il risultato complessivo colpisce nel segno e lascia con una buonissima impressione. The Last Snowfall prosegue su questa scia positiva regalando il ritornello più riuscito del disco, dove la componente epica raggiunge livelli così elevati da trasportare l’ascoltatore direttamente in un regno medievale fatto di battaglie e oscurità. Azzeccato l’uso dei cori e delle tastiere, che da regali si fanno quasi futuristiche nella seconda parte del brano, mentre ancora una volta disturba un po’ il volume eccessivo del basso, che avrebbe giovato di una migliore equalizzazione.
A Vivid Monochrome rallenta i ritmi allestendo una ballata delicata fatta di pianoforte e violini, dove gradualmente si inseriscono gli altri elementi della band a rendere gigante quell’aura di solennità elegiaca introdotta ancora una volta dalla voce potente di Serafine. Il crescendo inarrestabile si stempera poi in un assolo finale di grande intensità, che porta ancora una volta l’ascoltatore a provare brividi di piacere sulla propria pelle.
8 Hours è il brano meno interessante del lotto a causa del suo muoversi quasi totalmente su coordinate classicamente doom metal e se non fosse per l’utilizzo molto à la Deep Purple dell’organo risulterebbe quasi fuori luogo all’interno della scaletta. Invece Observing chiude il disco con un tono ben più consono a quello che il disco ci ha presentato finora: cori, tastiere futuristiche e approccio decisamente prog sono gli ingredienti fondamentali di questo manifesto programmatico che si pone come l’apice totale di In A Pallid Shadow; la chitarra di Hensley è scatenata e la voce di Serafine si sdoppia continuamente in infiniti registri diversi, mentre il ritmo sostenuto da Konopka e dalla bassista Leona Hayward è trionfale e inesorabile. Le strofe cantate a velocità elevata all’inizio possono disorientare un po’, ma al secondo ascolto già non si riesce a trattenere l’headbanging. L’inciso a metà brano sembra quasi voler richiamare suggestioni al confine tra black metal e funeral doom, con chitarra in tremolo picking e batteria ultra rallentata, e l’entrata di un acido screaming non fa che confermare l’ipotesi, ma poi improvvisamente la tensione si stempera in un pastorale momento acustico. È questione di un attimo prima che le stesse suggestioni estreme suggerite pochi minuti prima rientrino con prepotenza a fondersi con le strofe ancora una volta cantate come fossero un vero e proprio inno e il brano termini con un mix di inquietudine ed eroismo che lascia completamente appagati e desiderosi di ripetere il viaggio da capo.

In A Pallid Shadow è un disco da recuperare assolutamente e per essere un autoprodotto può di sicuro mettersi alla pari di tanti altri album del genere che dietro le promozioni di note etichette propongono musica ben meno sincera e sentita di questa. I Northern Crown sanno scrivere canzoni epiche e lo sanno fare dannatamente bene, con pochissimi cali di ispirazione e un afflato compositivo che lascia talvolta stupiti per la compiutezza che lascia emergere. L’unico peccato, e dispiace doverlo dire, è la produzione che nella sua obiettiva perfezione si lascia scappare i suoni di un basso che stona parecchio in più di un momento, con un’equalizzazione quasi assente e sbilanciatissima sulle alte frequenze (ma probabilmente voluta, dato che parliamo di Dan Swanö e non di un produttore qualunque), il che rende lo strumento fastidiosamente gracchiante e troppo in risalto. Fortunatamente questa scelta non affligge tutti i brani del disco, ma dove c’è si sente. A parte questo però l’opera nel complesso è assolutamente riuscita e meritevole di attenzione, non solo tra gli appassionati di doom metal, ma anche e soprattutto tra gli amanti dell’epic e dell’heavy metal tutto, perché sicuramente in questi risicati quaranta minuti troveranno pane per i loro denti. Si può solo sperare che i Northern Crown raccolgano il frutto di quanto da loro seminato e possano continuare a scrivere musica di questo livello; per adesso In A Pallid Shadow merita di finire nei posti più alti delle classifiche discografiche metal di fine anno.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
73 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Autoprodotto
Epic
Tracklist
1. Leprosarium
2. The Last Snowfall
3. A Vivid Monochrome
4. 8 Hours
5. Observing
Line Up
Frank Serafine (Voce)
Zach Randall (Chitarra)
Leona Hayward (Basso)

Musicisti Ospiti:
Evan Hensley (Chitarra)
Dan Konopka (Batteria)
 
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