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Tokyo Blade - Dark Revolution
02/08/2020
( 536 letture )
La percezione che riceviamo dall’ascolto di musica è invariabilmente soggetta a un numero enorme di variabili: il nostro stato d’animo, la qualità dell’audio, piuttosto che della registrazione, la situazione particolare nella quale ci troviamo, perfino l’ora e il luogo, la conoscenza o meno di quanto andiamo ascoltando e quindi i nostri pregiudizi sullo stesso oggetto dell’ascolto, i giudizi che altri hanno dato e che quindi possono averci influenzato, nel bene come nel male. Infine, esiste probabilmente un qualcosa che è a noi esterno e prescinde da tutte queste variabili ed è il valore intrinseco della musica che ascoltiamo, il valore puro, assoluto. Quello che diremmo oggettivo. Ammesso che esista e che non sia anch’esso un costrutto culturale e temporale ben preciso, che perde di valore o ne acquista invece, se tolto dal suo contesto nativo, questo dato è quello che dovrebbe interessarci, mentre tutto il resto, essendo variabile, dovrebbe essere considerato come relativo e quindi meno importante. Ebbene, sappiamo tutti che così non è: tendiamo invece ad attribuire un valore che definiamo oggettivo e assoluto proprio a partire dagli elementi variabili e su di essi costruiamo una scala che ci porta sincreticamente a quello che resterà il nostro giudizio sulla musica in questione. Almeno finché il variare di uno o più degli elementi di base della valutazione ci porterà ad una rivalutazione, anch’essa apparentemente definitiva e invece comunque soggetta a cambiamento.
I Tokyo Blade sono indubbiamente tra gli eroi della NWOBHM, movimento che a partire dalla fine degli anni Settanta e fino alla prima metà degli Ottanta, definì il genere heavy metal dandogli dignità e autonomia rispetto all’hard rock. Formati attorno al 1982 e autori di diversi singoli, EP e di due album passati tra le fila di quelli definibili “storici” per il genere e per il movimento (parliamo del debutto Tokyo Blade e del successivo Night of the Blade), i nostri sono poi entrati nel vortice dei cambiamenti di formazione e del progressivo tentativo di ammorbidimento del proprio sound per avvicinarsi alle tentazioni dell’AOR americano di successo. Una carta giocata da moltissime formazioni inglesi, in cerca di successo negli States e di una formula che consentisse loro di sopravvivere al reflusso della grande ondata, esauritasi appunto a partire dal 1985. Una storia travagliatissima, da lì in poi, con continui avvicendamenti, due split apparentemente senza ritorno e cinque album più o meno dimenticati nel tempo e dei quali in pochi sentivano il bisogno. Poi, il ritorno in grande stile con una formazione finalmente solida e in gran parte composta da membri originali, che porterà alla pubblicazione nel 2011 di Thousand Men Strong, album che fece un certo scalpore e che ha consentito ai Tokyo Blade di tornare a far parlare di se ad un certo livello. A questo si aggiunse nel 2016 il ritorno del singer originale Alan Marsh e la pubblicazione di Unbroken, disco di un certo successo commerciale, che conferma la volontà di riaffermarsi e dimostrare che non di fuoco di paglia si è trattato. Un’impressione ancora più forte che si ricava dal ridotto lasso di tempo intercorso proprio tra la pubblicazione di Unbroken e il ritorno con questo Dark Revolution, come a voler battere il ferro finché è caldo.

Inutile attendersi particolari evoluzioni da parte di una band che sta per festeggiare i quaranta anni di carriera e che ha costruito il proprio ritorno sulle solide basi di un salto all’indietro e di una esibita ortodossia alla matrice originaria. Il prezzo dell’evoluzione andata male i Tokyo Blade lo hanno già pagato e se oggi preferiscono giocare la carta della nostalgia hanno tutto il diritto e i mezzi per farlo. E per farlo bene, diremmo. Scelto un produttore moderno e di grido come Andy Sneap (membro, non dimentichiamolo di Sabbat e degli attuali Hell, anche loro ritornanti di successo dell’ondata NWOBHM, come i Satan), che modernizza il sound senza stravolgerlo, a parte forse per la plasticosa resa della batteria e una copertina essenziale, ma di impatto, non resta che dimostrare al mondo che si possiedono le carte in regola per un nuovo grande album di puro heavy metal classico.
Dark Revolution si compone di undici tracce per un totale di cinquantacinque minuti di durata. Diremmo una media di cinque minuti a pezzo quasi perfetta e le cose stanno effettivamente proprio in questi termini. Un disco fiero, arrembante ed aggressivo, anzi, fin troppo spinto su questa linea. Non si tratta di un concept album nel senso vero del termine, ma se si guarda ai titoli, appare chiaro come una tematica di fondo sia ben presente e quindi che, ancora una volta, parliamo appunto di rivoluzioni, di ribellioni al sistema, di oppressione e conseguente reazione. Il tutto condito da un heavy graffiante, che viaggia regolarmente sulla lezione di Judas Priest, Accept e, in una certa evidente misura, Def Leppard e Scorpions, in particolare quelli “metallizzati” di inizio anni 80. Riff taglienti, tempi medi, assoli a profusione, chitarre gemelle che intessono e si rincorrono e refrain ruffiani, urlati a più voci, batteria sempre piuttosto sostenuta, con qualche accenno di doppio pedale, senza però mai tangere lidi speed o power. La band dimostra una forma invidiabile, con l’ottima opener Story of a Nobody a dettare fin da subito le coordinate sulle quali si muoverà tutto l’album e la successiva, più melodica Burning Rain a mostrare il lato più malinconico dei cinque, salvo lasciare campo all’anthem Dark Revolution, dal classico refrain da intonare dal vivo e dal buonissimo doppio assolo. Difficile insegnare qualcosa a questi “ragazzi” in ambito di strutturazione di un pezzo metal classico e, in effetti, le tracce mostrano tutti i crismi tipici del genere, con una certa qualità di fondo palpabile che spinge ad un livello superiore al semplice revival patetico, seppure non ci sia niente in Dark Revolution che non sia l’apoteosi della maniera inglese al metal. Sono in particolare gli scambi chitarristici a risultare apprezzabili e, spesso, ad elevare il valore delle tracce, senza dimenticare comunque il buon lavoro fatto da Alan Marsh che non pago della propria età e di una vocalità che non è propriamente tra le più indimenticabili, né per timbrica né per estensione, si danna letteralmente l’anima per offrire delle linee melodiche piacevoli e riuscite, capaci di caratterizzare i brani. Certo qualche volta sembra che qualche aiutino in studio ci sia stato e nella opener questo è particolarmente evidente, pur voluto: c’è da chiedersi se Marsh riuscirà a intonare la canzone dal vivo con la stessa attitudine e ancora di più la seguente Burning Rain. Purtroppo, gli sforzi non riescono comunque a coprire quello che è il principale difetto del disco: presi singolarmente tutti i pezzi dell’album risultano molto piacevoli e ottimamente congeniati, con qualche traccia mediamente anche più riuscita delle altre, come la conclusiva Voices of the Damned, la ruffianissima e molto “leppardiana” Perfect Enemy (una boccata d’aria fresca), Lights of Soho e le veementi Crack in the Glass con tanto di ripartenza maideniana centrale e Not Lay Down and Die, oltre al trittico iniziale; purtroppo, però, questo non riesce ad evitare che un disco nel quale tutte le tracce sono costruite attorno agli stessi assunti diventi inevitabilmente noioso. Non c’è una sola variazione ritmica e pochissimi cambi di dinamica, tutte le tracce girano attorno agli stessi riff e anche le melodie a lungo andare, causa appunto la vocalità monocorde di Marsh, diventano quasi intercambiabili e a quel punto anche tutta la qualità strumentale risulta fine a se stessa. Sicuramente dal vivo questi pezzi, mescolati agli altri, faranno la loro figura, ma uno di seguito all’altro diventa davvero difficile arrivare in fondo senza aver voglia di saltare qualcosa ed è un vero peccato, perché appunto risulta evidente che per un gruppo di veterani come i Tokyo Blade, mettere in fila tante canzoni singole di valore, sia cosa tutt’altro che scontata.

Veniamo quindi all’assunto iniziale: la percezione. Cosa si può chiedere ad una band composta da musicisti tutti attorno ai sessanta anni, che ha conosciuto il proprio momento di gloria ormai quasi quarant’anni fa e che evidentemente suona solo per amore e passione, togliendosi magari qualche soddisfazione con partecipazione ai festival estivi e magari azzardando qualche tour qua e là? E’ legittimo chiedere a quello che era comunque un gruppo di seconda, se non terza fila già allora, di scrivere oggi album che la elevino sopra la media o non sarebbe più giusto e lecito godere di quello che riescono ancora a dare, considerando poi che in ambito metal classico non c’è più questo grande affollamento e dischi così sono anzi una vera e propria goccia d’acqua nel deserto? Ancora: siamo sicuri che si possa e si debba perseguire la via del valore oggettivo e assoluto di un album, a prescindere dal contesto nel quale ci troviamo e dalle variabili date appunto dalla peculiare identità della band, non composta da ragazzini alle prime armi intenti a scimmiottare la gloria altrui, ma da musicisti navigati che quegli assunti hanno contribuito a formarli e consolidarli e li ripropongono oggi con convinzione e qualità comunque superiori alla media? Esiste un valore oggettivo e assoluto o non è esso stesso una pretesa fuori da ogni umana possibilità? La risposta è inevitabilmente parziale. Certo se paragonato alle recenti uscite di altri campioni del genere come Diamond Head, Angel Witch e Tygers of Pan Tang, Dark Revolution finisce inevitabilmente ridimensionato e questo dovrebbe fornirci comunque una indicazione precisa. Relativa, ma precisa. Perciò, a conclusione, non resta che fare i complimenti ai Tokyo Blade per aver saputo riprendere il loro percorso tirando fuori album molto più che dignitosi e che dimostrano come i vecchi leoni sappiano ruggire ancora, mettendo legittimamente al proprio posto anche band ben più giovani. Al tempo stesso, è difficile sostenere che Dark Revolution possa ambire ad altro che ad un piacevole tuffo in un glorioso quanto mai dimenticato passato. Chi si accontenta, probabilmente, gode.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
36.5 su 2 voti [ VOTA]
Shock
Lunedì 3 Agosto 2020, 9.47.11
9
@Samoan: ho indicato i primi gruppi che mi sono venuti in mente a cui puoi dare la definizione di heavy metal classico; ovviamente, e fortunatamente, ognuno di loro ha le proprie caratteristiche ed influenze. I Sorcerer sono nati come band doom, ma l'ultimo bellissimo album è molto più metal classico con influenze epic e doom; i Traveller sono un po' più veloci ma sempre li siamo; i Guardian of Light possono ricordare i Ryche; i Wanderer sono un po' più epic, gli Ignition un po' più power mentre gli Ambush sono proprio metal classico. Ripeto, era un esempio per fare nomi di gruppi che ci sono nell'underground e fanno buoni dischi, come i Venator, mia ultima scoperta e molto metal classico. Visto che il sito propone gruppi spesso sconosciuti allora provo a dare qualche nome. Ad esempio è stato recensito (all'uscita...) il disco di Ancillotti, mentre è completamente passato inosservato il secondo molto bello disco dei Sign of the Jackal, Breaking the spell, band italiana secondo me meglio di Ancillotti.
Samoan
Domenica 2 Agosto 2020, 21.51.19
8
Senza offesa, sbaglio sicuramente io, ma dei gruppi citati da Shock (che non conosco tutti, grazie dei consigli), di heavy classico non ne vedo mica tanti. Mi sembra che dariomet abbia centrato meglio il tiro. Questo disco è di mestiere, ma d'altra parte ho sentito di peggio.
dariomet
Domenica 2 Agosto 2020, 19.42.19
7
Ma si ci sta😊 comunque quello degli Alcatrazz te lo consiglio perché è davvero fenomenale anche considerando la età del cantante. Comunque ecco una altra band recente che mi ha stupito,:,gli smoulder, non al livello dell'ultimo dei cirith ungol ma comunque tanta roba
Shock
Domenica 2 Agosto 2020, 19.19.45
6
Ma infatti nessuna polemica. Inoltre il mio commento era in risposta alla frase della recensione di Lizard (visto che parlano di suggerimenti ho fatto qualche nome), e di constatare come dell'underground di gruppi e dischi interessanti ci sono eccome. Poi ovviamente sta a chi ascolta metal decidere se continuare con l'usato anche di quarta fascia o guardare al nuovo.. Dei dischi citati da te per esempio quello dei Sepu è un più che discreto disco (penalizzato dalla solita voce di Green), quello di Pell solo sufficiente (molto inferiore agli ultimi), quello dei Primal da 7 7,5 come al solito e quello degli Alkatrazz non ho tempo da dedicare, ho troppo altra roba che preferisco. Come ho detto, opinioni😉
dariomet
Domenica 2 Agosto 2020, 16.19.42
5
Poi a proposito di vecchi leoni , anche i nuovi dischi di Axel rudi pell,Primal fear e soprattutto Alcatrazz sono molto belli..non posso farci niente 😂
dariomet
Domenica 2 Agosto 2020, 16.11.36
4
Hai ragione sono punti di vista..per me i Digger hanno fatto un buon disco e Ozzy mi ha davvero stupito.ma non sono un nostalgico, per esempio preferisco gli ultimi dischi di opeth e ulver alle loro prime prove(bergatt escluso).ma di nuove band forse citerei gli hazzerd , i chavalier e poco altro.per me per esempio il disco dell'anno lo hanno fatto i sepoltura,non certo gli havok o gli heat. Ma ripeto gusti, nessuna polemica
Shock
Domenica 2 Agosto 2020, 15.51.14
3
@Dariomet: come al solito sono punti di vista. C'è chi come te resta attaccato ai vecchi gruppi anche se fanno dischi pessimi (gli ultimi di Ozzy, Grave Digger ad esempio) o se come questo sono gruppi di quarta fascia, e chi come me (ma purtroppo siamo pochi) ascoltano gruppi più o meno nuovi che pur non dicendo niente di nuovo fanno dischi di caratura ben superiore a quelli ben più famosi oggigiorno. Gli Heat? Hanno fatto un disco straordinario che da anni non si sentiva; i NightFlight? Altro grande disco. Gli Ambush? Copie, certo, ma nel loro il solito ottimo metal come i Traveller. I Divine Weep inascoltabili? Strano, hanno ricevuto solo ottime recensioni, e se sono inascoltabili loro, questo dei TB cos'è? Gli Ingnition? Magari oggi i Bardi facessero un disco simile. E potrei continuare a lungo. Sempre sostenuto: volete restare attaccati ai vecchi gruppi come dei mitilli? Ci mancherebbe, poi quando non ci saranno più che fate? Vivrete di nostalgia? Fate vobis, io e pochi ci godiamo qualcosa di più fresco (non come sound, ma come lavori in sé sicuramente).
dariomet
Domenica 2 Agosto 2020, 14.36.54
2
No io concordo con il voto,un sette è più che giusto.. comunque shock hai citato band che davvero non aggiungono nulla alla scena,a cominciare dai traveller ,e concludendo con gli ambush.cioe i cloni dei cloni, e questo discorso lo potrei estendere per gli heat , per i night Flight ecc. No io preferisco gli originali, appunto i Tokio Blade,i grave Digger, il buon vecchio amabile Ozzy ,e aspetto i Deep purple e il il reverendo. PS i divine weep sono inascoltabili, mentre gli ignition se conosci qualcosa dei blind Guardian sono inutili
Shock
Domenica 2 Agosto 2020, 14.08.30
1
Disco da sei se si vuole essere buoni. "considerando poi che in ambito metal classico non c’è più questo grande affollamento e dischi così sono anzi una vera e propria goccia d’acqua nel deserto?" Caro Lizard, così per fare giusto due nomi: Sorcerer, Traveller, Guardian of Light, Wanderer, Divine Weep, Ignition, Ambush, sono alcuni gruppi che in questi mesi hanno fatto dischi nettamente superiori a quello recensito. L'underground (ma i Sorcerer sono usciti su Nuclear Blast) è vivo e vegeto e ci sono ottimi gruppi di metal classico, in tutte le sue forme, basta cercare😉
INFORMAZIONI
2020
Dissonance Productions
Heavy
Tracklist
1. Story of a Nobody
2. Burning Rain
3. Dark Revolution
4. The Fastest Gun in Town
5. Truth Is a Hunter
6. Crack in the Glass
7. Perfect Enemy
8. See You Down In Hell
9. The Light of Soho
10. Not Lay Down and Die
11. Voices of the Damned
Line Up
Alan Marsh (Voce)
Andy Boulton (Chitarra)
John Wiggins (Chitarra)
Andy Wrighton (Basso)
Steve Pierce (Batteria)
 
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