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Pale Divine - Consequence of Time
18/08/2020
( 767 letture )
Venticinque anni di carriera e non sentirli. Almeno, questa è la prima reazione spontanea che arriva all’ascolto del nuovo album dei Pale Divine. Eppure, se per il loro sesto album in studio il gruppo della Pennsylvania ha scelto un titolo come Consequence of Time, qualcosa il passare del tempo deve aver lasciato sulla pelle e nelle coscienze della band. Non particolarmente prolifici in questo lungo lasso di tempo, considerando che il primo Thunder Perfect Mind risale al 2001, i nostri sembrano in realtà aver trovato un qualcosa che ha spostato notevolmente gli equilibri precedenti, visto che da Pale Divine ci separano solo due anni. Quel qualcosa, è facile intuirlo, è l’arrivo del chitarrista e cantante Dana Ortt: conosciuto nei Beelzefuzz nei quali sia Greg Diener che Darin McCloskey hanno militato nel frattempo, Ortt è probabilmente un’aggiunta non prevista, che ha però dato una svolta totale alla musica e alla proposta dei Pale Divine, andando a completare la nuova identità della band. Non male per un gruppo che appunto festeggia il proprio venticinquesimo anno di vita, ritrovarsi con una nuova formazione e, soprattutto, con un disco che segna un cambiamento netto seppur coerente della proposta musicale.

Consequence of Time si regge su otto brani per un totale di quasi quarantacinque minuti; spicca naturalmente la titletrack, che da sola ne supera i dieci. Ma quello che colpisce non sono certo le durate dei brani, piuttosto normali in realtà, quanto l’articolazione degli stessi: Ortt come detto va a completare la musica dei Pale Divine, introducendo tanto un riuscito scambio vocale con Diener che lascia spesso il proscenio al compagno, dotato di una voce acuta e quasi femminile, che funge da contraltare melodico ed emotivo al tono baritonale di Diener e, al tempo stesso, apre a uno spettacolare duello chitarristico continuo, che va a costituire uno degli elementi base del disco. Si tratta di una soluzione nuova per i Pale Divine e il risultato è davvero entusiasmante proprio perché il doom sepolcrale e oscuro del gruppo non viene da questo snaturato, ma piuttosto esaltato e rilanciato. E’ facile così notare come i brani acquistino in dinamica, sviluppo orizzontale e profondità, pur senza perdere un’oncia della propria pesantezza e dell’atmosfera di sofferente espiazione del dolore di vivere. Si prenda in tal senso proprio la titletrack, che oltre a sfoggiare appunto il dualismo vocale tra Diener e Ortt, in particolare nell’evocativo break centrale nel quale le due voci sono accompagnate solo dalla ritmica, gode soprattutto di una prolungata serie di scambi chitarristici da pura esaltazione, che richiamano tanto le metalliche costruzioni della NWOBHM, quanto le epiche fughe di Wishbone Ash e Manilla Road, senza spostarsi di un passo dalla matrice doom del pezzo. Dieci minuti che potrebbero durare mezz’ora e rimanere comunque esaltanti. Non è esagerato parlare di capolavoro, in questo caso. Ma è l’intero disco a giovare di questo nuovo equilibrio e davvero non c’è un singolo episodio che non risulti rivitalizzato ed esaltante, dalla più sostenuta e veloce No Escape alla perfetta opener Tyrants & Pawns, più tipica del repertorio del gruppo eppure anch’essa ispiratissima, cupa, battagliera, esaltante e terrorizzante al tempo stesso. Ecco, si faccia caso allo sviluppo di questo brano, solo in apparenza lineare, per capire il salto fatto dalla band, con l’armonizzazione portata da Ortt dopo l’assolo centrale a far esplodere la melodia quasi ancestrale ed epica prima di un nuovo assolo. Poi ci sono i brani che fanno letteralmente volare il disco e che rispondono a Satan in Starlight, con la sua malandrina citazione di A National Acrobat nel riff iniziale e conclusivo, che apre a uno sviluppo spettacolare, Phantasmagoria, con la chitarra acustica che spezza il riffing donandogli un’aura antica, onirica e perduta al tempo stesso e Saints of Fire, dotata di una bellissima serie di riff spettrali ed eroici al tempo stesso e un refrain intonato da Ortt davvero indimenticabile e “nuovo” per i Pale Divine, che arriva dopo quasi quattro minuti e mezzo dall’inizio della canzone a conferma della venatura quasi prog presa dalle canzoni. Una chiusura che invita immediatamente a ripartire da capo. Nel mezzo due brani come Shadow’s Own e Broken Martyr che farebbero la felicità di qualunque doom band e ci parlano di un disco straordinario, seppur con qualche dubbio qua e là sull’intonazione di Ortt, che non sembra proprio perfetta. Se in Broken Martyr in particolare ricorda e non poco l’approccio di Bill Steer nei suoi Firebird, anche da un punto di vista strumentale, in Phantasmagoria va decisamente fuori registro. Potrebbe anche trattarsi di una scelta volontaria, visto il brano, ma in assenza di conferme diremmo che risulta abbastanza spiazzante seppur a lungo andare ci si faccia abitudine e, d’altra parte, la canzone è davvero bellissima.

La conseguenza del tempo, banalmente, è l’invecchiamento e con esso la morte. Almeno, se guardiamo la sua estrema conclusione e anche la copertina del disco dei Pale Divine. Abbiamo ampia letteratura che ci narra invece della decadenza degli imperi, dimenticati i loro nomi e i nomi dei loro sovrani, la cui grandezza ci è a volte narrata dai monumenti e dalle iscrizioni lasciate e, spesso, neanche da questi. Quindi, un’altra conseguenza del tempo, forse anche più drammatica e terrorizzante, è l’oblio. Oppure, se vogliamo spostare verso una sfumatura meno deprimente, la conseguenza del tempo è anche l’acquisizione dell’esperienza e, con essa, ma per non tutti, della saggezza. Nel caso dei Pale Divine, sembra questa la conclusione più vicina alla realtà: l’arrivo di un nuovo membro nella band e, con lui, il raggiungimento di una nuova consapevolezza e di un nuovo inizio. Consequence of Time è un disco enorme, davvero molto bello. Merita e richiede ascolti ripetuti per essere penetrato a fondo, per la costruzione ricercata e particolare dei brani, figlia dell’arrivo di una seconda chitarra e di un nuovo equilibrio melodico dato da una seconda voce principale. E’ un disco che nasce dall’esperienza di una band matura e pronta a sostenere il peso e la sfida di questo cambiamento, così come le sue conseguenze. Tutte positive, per adesso.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 26 Agosto 2020, 13.25.22
2
Siamo sempre su livelli più che buoni ma mi piace di meno dei due precedenti, soprattutto del capolavoro Painted Windows Black. Ci sono meno assoli chitarristici e anche il songwriting non è così coinvolgente. Comunque ben vengano dischi come questo. Au revoir.
Graziano
Sabato 22 Agosto 2020, 12.13.27
1
L'avevo ordinato a scatola chiusa, fa piacere avere la conferma che è un discone!!!
INFORMAZIONI
2020
Cruz Del Sur Music
Doom
Tracklist
1. Tyrants & Pawns
2. Satan in Starlight
3. Shadow's Own
4. Broken Martyr
5. Phantasmagoria
6. Consequence of Time
7. No Escape
8. Saints of Fire
Line Up
Greg Diener (Voce, Chitarra)
Dana Ortt (Voce, Chitarra)
Ron McGinnis (Basso)
Darin McCloskey (Batteria)
 
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