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Old Roger`s Revenge - Vengeance of Blackbeard
22/08/2020
( 606 letture )
Disco d’esordio per i triestini Old Roger’s Revenge, che dopo l’EP The Sealane autoprodotto e una lunga gavetta di eventi live e vari cambi di lineup approdano finalmente all’americana Pavement Records che produce il loro primo full-lenght Vengeance of Blackbeard. Tanto per fare le cose in grande la copertina è firmata dal nostro Francesco Saverio Ferrara, illustratore sopraffino sempre in bilico tra horror, fantasy e rievocazioni storiche. La cover dell’artista campano ritrae il capitano Edward Teach, in arte Barbanera, che svetta nella mischia furibonda sul ponte di un veliero. La scelta cromatica, che utilizza solamente sfumature del rosso è una scelta che in parte riconduce alla storia (il jolly roger, la bandiera simbolo della pirateria, spesso raffigurava teschio e tibie incrociate su sfondo rosso) e in parte alla musica proposta. Dal titolo e dalla copertina si potrebbe venir ingannati e pensare di trovarsi al cospetto dell’ennesimo disco power/folk metal. Niente di tutto ciò, nessuna cavalcata epica in stile Running Wild e nessun accenno al folk metal di matrice piratesca di scuola Alestorm, qua siamo di fronte a un disco che della pirateria ritrae la furia, la violenza, la ricerca della libertà al di fuori delle regole, la lotta al sistema. La musica del combo infatti è un connubio di thrash, groove, sludge e death metal con spruzzate di hardcore più vicino a bands come Testament, Kreator, Pantera e Necrodeath.

L’album alterna parti più violente a brani più introspettivi, ma sempre col pedale del gas ben premuto, difficile trovare mid tempos e concessioni alla melodia. L’opener Dead Man Tell No Tales è al limite del death metal con alternanza di growl maligno e cantato rabbioso. The Sealane, dall’omonimo EP d’esordio, non sfigurerebbe in un album dei Necrodeth con un incedere veloce e ritmato per esplodere poi in un ritornello potente e di facile presa anche in sede live. Lies invece rallenta leggermente i ritmi e si afferma come una delle tracce più ficcanti dell’album: Roberto Puissa ha modo di sfoderare tutta la sua versatilità e i fraseggi di chitarre ricordano certo US metal tipico di bands come Jag Panzer e Armored Saint. La canzone eponima dell’album, Vengeance of Blackbeard, dai toni cupi risuona dei Black Sabbath più veloci, in particolar modo nelle partiture ritmiche delle chitarre che propongono un mix tra sludge e doom ipervitaminizzato con tanto di assolo evocativo spezzarne il ritmo. Red Moon chiude la parte più classica dell’album concedendo spazio alla melodia nel refrain. Due intermezzi ambient strumentali Never Set Sail on a Friday e Sun, Sea, Blood and Booty sono posti sapientemente prima e dopo Drown in the Depths, la canzone più violenta e feroce del lotto. Ritmiche forsennate alternano parti groove con cantato a volte death e a volte hardcore per un pezzo che dal vivo ha le carte in regola per incendiare il pubblico. Stesso discorso per the Hangman’s Face dove si riscontrano echi dei Sacred Reich. The Workaholice e Light House of Death riprendono sia nelle ritmiche che negli assoli un tono vicino al groove con drumming rutilante caro allo sludge che ricorda in parte i primi Down. E siamo ai titoli di coda di un album che concede poche sbavature, corposo e ben prodotto nel mix degli strumenti, capace di tenere avvinti gli ascoltatori con la giusta varietà di generi e un cantante capace di interpretarli tutti degnamente. Manca la ciliegina sulla torta e il Barbanera la serve insanguinata sulla punta della sua sciabola. Marooned è l’epilogo che non delude, il finale che incorona il viaggio. Si apre con una melodia suonata da chitarre acustiche care al maestro Morricone e a tante intro dei Metallica. Il cantato pulito le accompagna quasi sottovoce, inseguito dalla batteria e dall’esplodere dei riffs elettrici che si alternano alle strofe acustiche. Refrain epico e memorabile che i Cirith Ungol apprezzerebbero e lungo assolo finale ad incorniciare una canzoni quasi perfetta ed emozionante. Il reprise acustico sul finale del pezzo cala il sipario su Vengeance of Blackbeard. I cannoni tacciono.

I nostri nei cinquanta minuti scarsi della durata del disco sfoderano una prestazione maiuscola, precisa e puntuale, ma carica di rabbia e pathos che traspaiono da ogni nota. Difficilmente si è in grado di capire che questo è in verità l’esordio di una band, tanta è la maturità dimostrata. Nonostante l’approccio diretto e senza compromessi, l’album presenta sempre nuove sfumature ascolto dopo ascolto, rivelando tesori sommersi celati dall’infuriare della tempesta.
Seduti sulla sabbia, appagati dopo questa scorribanda, guardiamo l’equipaggio del galeone Old Roger’s Revenge salpare verso il tramonto e in cuor nostro non ci resta che augurare loro buona fortuna e vento in poppa!



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
30 su 7 voti [ VOTA]
vertigo
Venerdì 25 Settembre 2020, 17.34.19
1
ORRIBILE
INFORMAZIONI
2020
Pavement Entertainment
Sludge
Tracklist
1. Dead Men Tell No Tales
2. The Sealane
3. Lies
4. Vengeance of Blackbeard
5. Red Moon
6. Never Set Sail on a Friday
7. Drown Into the Depths
8. Sun, Sea, Blood and Booty
9. The Hangman’s Face
10. The Workaholic
11. Light House of Death
12. Marooned
Line Up
Roberto "JollySixRobert" Puissa (Voce, Chitarra, Basso)
Andrea Marchetti (Chitarra)
Christian "Kross" Leale (Batteria)
 
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