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Bloody Heels - Ignite the Sky
08/09/2020
( 184 letture )
“Cosa resterà degli anni ’80?”; se lo chiedeva Raf in una (non fondamentale) canzone italiana uscita giusto alla fine di quel decennio. La risposta sarebbe lunga e articolata, ma se ci si limita all’ambito della musica rock e metal, possiamo tranquillamente dire, a 30 anni di distanza, che è rimasto molto. La cosa per certi versi più sorprendente è come gli influssi stilistici, e non solo, di quel fondamentale decennio continuino a contagiare ancora oggi anche nazioni e popolazioni che all’epoca, per evidenti ragioni politiche e sociali, non ebbero modo di assaporare “in diretta” quel periodo, e le sue suggestioni.
È il caso ad esempio dei Bloody Heels, oggetto di questo articolo: il quartetto in questione, di età anagrafica e musicale piuttosto bassa (tutti e quattro appaiono fra i 20 e i 30 anni, e sono al secondo album di inediti) proviene infatti, come desumibile dai nomi veri, non quelli d’arte opportunamente scelti, dalla Lettonia. Per chi è troppo giovane per ricordarselo, è utile rammentare come le tre repubbliche baltiche (Lituania, Lettonia ed Estonia) negli anni ’80 erano ancora sotto il giogo dell’URSS, ossia al di là della “cortina di ferro” del blocco comunista, e quindi quasi del tutto impossibilitate a conoscere quanto negli stessi anni stava avvenendo in Inghilterra, negli USA e nel resto d’Europa. Ho detto “quasi impossibilitate”: è vero che alcuni importanti concerti ed eventi rock e metal avvennero anche nella Russia comunista (si pensi ad esempio al Moscow Music Peace Festival del 1989 all’allora Lenin Stadium di Mosca, con la presenza di Bon Jovi, Motley Crue, Ozzy e altri big dell’epoca), pur tuttavia è indubbio che la conoscenza dell’universo metal in quei paesi e in quegli anni non doveva essere per nulla agevole.
Eppure, ecco che nel 2020 questi quattro baldi ragazzotti lettoni ci tirano fuori un disco che sembra provenire diretto dagli USA di metà-fine anni ’80, in tutto: musica, stile, artwork, testi, ecc.

Per il loro secondo album, i nostri cercano di fare tutto secondo il migliore copione possibile: prima di tutto, si legano all’etichetta italiana Frontiers Music, un vero e proprio caposaldo a livello internazionale per il rock e il metal melodico. Poi ottengono una produzione azzeccatissima, potente, precisa ma dolce e melodica quando serve. Infine, sfornano la bellezza di undici pezzi, tutti della lunghezza “giusta” per il genere (si va dai 3 minuti e mezzo ai 6 minuti) producendo per tre di questi (Ignite The Sky, Criminal Mastermind e Farewell To Yesterday) i relativi video promozionali: facile pensare che proprio questi tre saranno scelti come singoli apripista.
Come suonano i Bloody Heels? La loro proposta musicale è una sorta di ibrido: la base è un hard rock/metal principalmente melodico, ma che spesso e volentieri non disdegna di mostrare i muscoli lanciando al galoppo sia la sezione ritmica sia le chitarre. Il tutto è coronato da una voce potente acuta e molto adatta al genere, in grado di disimpegnarsi sia nelle parti più dolci e atmosferiche sia di tirare fuori gli artigli nelle parti più mosse e incalzanti.
Il disco infatti alterna brani più ruffiani e radiofonici (la titletrack, No Matter) a momenti più pesanti in cui le chitarre ruggiscono a dovere, come nel caso del singolo Criminal Mastermind. Valts Berzins e compagni hanno assimilato le lezioni della scuola hard rock europea e della scena USA degli anni Ottanta – tracce di band come Skid Row, Def Leppard e Whitesnake (periodo “americano”) si ritrovano ovunque nel disco - per poi provare ad inserire un tocco personale nelle composizioni, pur senza mai sacrificarne l’immediatezza.
Spesso e volentieri tuttavia è proprio la personalità e l’originalità a venire meno in maniera preoccupante: i riff di chitarra sono sì “grossi” e potenti ma sovente fin troppo scolastici, i chorus a volte paiono limitarsi al compitino: nessuna sbavatura apparente, ma la musica non graffia, non trascina a sufficienza, non scalda il cuore quando dovrebbe. A volte durante l’ascolto emerge un’anima commerciale, che si incarna ad esempio in No Matter, ma non sempre si accompagna ad un refrain azzeccato che riesca a donare un senso compiuto al tutto.
Più convincente la prova su Sugar & Spice: granitica nell’essenza, ma anch’essa, seppure in modo minore gravata da un senso di già ascoltato, che rimane per tutto l’album. Succede anche nel mid-tempo Black Swan: l’arrangiamento è valido, ma la scrittura rimane sempre confinata in uno schema rigido e non particolarmente originale. Le cose migliorano in Silhouette: l’arpeggio iniziale è riuscito e porta il brano in crescendo, che culmina con l’assolo di chitarra ben ispirato. In Healing Waters il sax di Dagnis Rozins, qui presente in veste di ospite, dona l’unico tocco particolare a un brano altrimenti non particolarmente brillante. Chiude le danze Streets of Misery in cui la band lettone aumenta di nuovo il regime, schiaccia il piede sull’acceleratore ma senza riuscire a trascinare l’ascoltatore in pieno come vorrebbe.
Intendiamoci: la mia non vuole essere una bocciatura completa. Il disco è complessivamente ben suonato, molto ben prodotto e presenta alcuni brani, o alcune parti di essi, che potrebbero fare letteralmente impazzire i fan del rock-metal anni’80-primissimi ’90. Tuttavia il problema è sempre il solito, ricorrente ormai in molte nuove uscite del genere: in questo ambito molto è già stato detto e scritto, per certi versi quasi tutto. Quindi, se una band sceglie volontariamente, 30 anni dopo, di seguire pedissequamente le orme dei predecessori che hanno fatto la storia del genere, ha solo due possibilità: dotarsi di un talento compositivo ed esecutivo assolutamente cristallino, tale da permettergli di produrre qualcosa di talmente riuscito da risultare valido pur essendo completamente derivativo, oppure prendere spunto dai maestri del genere ma distaccandosene quanto necessario per realizzare qualcosa che viva di una personalità sua propria.

Ignite The Sky sceglie deliberatamente di non staccarsi dalla “strada maestra”, ma non possiede ancora doti qualitative così pronunciate da farsi preferire ad una qualsiasi delle ristampe (ora facilmente disponibili, a differenza di alcuni anni fa) dei capolavori che hanno contribuito a definire i canoni del genere, e che risultano ancora oggi attuali e godibilissimi.
La giovane età del quartetto può però essere un punto a favore importantissimo per il loro proseguimento di carriera: se alle doti esecutive che già ora dimostrano sapranno in futuro accoppiare pari maturità e personalità compositiva i Bloody Heels potranno diventare una piccola/grande sorpresa per tutti gli appassionati del genere. Le basi ci sono già ora, e non è detto che già questo disco possa finire diretto ai primi posti delle classifiche di gradimento degli ascoltatori; io li aspetto fiducioso alle prossime prove, sperando in una ulteriore evoluzione e maturazione.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
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Shock
Martedì 8 Settembre 2020, 20.28.37
1
Prima di tutto Heavy come genere sinceramente non lo capisco: fanno hard rock tendente all'AOR. Poi il disco mostra già ampi miglioramenti in confronto al precedente debutto, e per me merita un po' di più, tra il 70/75 perché contiene comunque canzoni molto ben fatte. Quello che deve crescere è il cantante bravo ma può dare di più soprattutto nei refrain a volte poco incisivi. Generalmente vista l'età il prossimo disco sarà quello che decreterà il loro futuro
INFORMAZIONI
2020
Frontiers Records
Heavy
Tracklist
1. Ignite The Sky
2. Criminal Masterminds
3. No Matter
4. Sugar & Spice
5. Farewell To Yesterday
6. Black Swan
7. Stand Your Ground
8. Thin Line
9. Silhouette
10. Healing Waters
11. Streets Of Misery
Line Up
Valts Berzins (Vicky White) (Voce)
Haralds Avotins (Harry Rivers) (Chitarra)
Gunars Narbuts (Gunn Everett) (Basso)
Gustavs Vanags (Gus Hawk) (Batteria)
Erna Daugaviete (violoncello in ‘Silhouette’)
Dagnis Rozins (sax in ‘Healing Waters’)
 
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