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Hellyeah - Hellyeah
12/09/2020
( 340 letture )
Tutto si può dire sugli Hellyeah, tranne che la loro storia sia stata fugace ed effimera. Contrariamente a molti altri supergruppi, i cowboys americani sono diventati negli anni –quasi quindici ormai– una presenza costante, forte di una discografia nutrita e di un vasto seguito di pubblico. Oggi volgiamo lo sguardo alle origini, il debutto omonimo pubblicato nel 2007. Le radici della formazione, nata ufficialmente un anno prima, rimontano all’inizio del millennio. È infatti nel 2000 che Chad Gray e Tom Maxwell, rispettivamente voce dei Mudvayne e chitarra dei Nothingface, evocano l’idea di formare un supergruppo. La cosa resterà lettera morta fino al 2006, a causa degli impegni legati alle rispettive band. Al duo iniziale si uniscono nel frattempo il chitarrista Greg Tribbett e il bassista Jerry Montano, provenienti dalle stesse band dei fondatori, che si rivolgono a Vinnie Paul per occupare lo sgabello dietro il drumkit. Da poco reduce dalla perdita del fratello Dimebag e per questo indeciso quanto al futuro della sua carriera musicale, il batterista inizialmente rifiuta, salvo poi cambiare idea di fronte all’insistenza dei due musicisti

Nell’estate 2006, la neonata formazione si mette quindi al lavoro sui brani che costituiranno Hellyeah, completato nell’arco di un mese. Se l’immaginario cowboy e la presenza di Vinnie Paul evocano fortemente i Pantera, l’influenza sonora di questi ultimi è tutto sommato marginale. Senza nemmeno immaginare un impossibile quanto impietoso paragone, bisogna anche considerare che il sound dei Nostri si trova influenzato da sonorità moderne e “alternative”, senza dubbio retaggio delle passate esperienze dei due chitarristi, principali compositori del disco. Il debutto degli Hellyeah rimane pur sempre un album di groove metal, come messo in chiaro sin dalla roboante title-track posta in apertura. Costruita attorno ad un riff potente quanto sempliciotto e un ritornello memorabile, Hellyeah detta le regole dell’intera raccolta: un groove metal squadrato e compiaciutamente rozzo, minimale tanto nella struttura che negli arrangiamenti. Queste caratteristiche si ritrovano un po’ dovunque nella scaletta, soprattutto negli episodi più frontali. Waging War, più esplicita nel richiamare alla mente i Pantera del periodo Far Beyond Driven, aggredisce l’ascoltatore con un riffing serrato condito dalla voce cartavetrosa di Gray che, dopo aver sostituito trucco e cerone con uno Stetson, veste con evidente compiacimento i panni del vaccaro inasprendo la sua prova vocale, come si evince nella ritmata Goddamn. Dello stesso registro anche Rotten to the Core, che mette in primo piano le immancabili influenze southern, e One Thing. Dall’altra parte dello spettro troviamo invece dei brani più ragionati, come la dolente semi-ballad You Wouldn't Know, vicina alla passata esperienza di Chad Gray, o Alcohaulin' Ass, che malgrado la sua pretesa country, ricorda più i Mudvayne che Hank Williams. Da segnalare anche Thank You, un lento mieloso ma indovinato dedicato ai famigliari recentemente deceduti dei membri del gruppo. I restanti brani, come Nausea e Matter of Time, si trovano nel mezzo, impiantando dei ritornelli commerciali e radiofonici sulla ruvida base groove.

Arrivati a fine ascolto, si confermano le sensazioni che permeano tutta la durata dell’album, che si dimostra piuttosto fiacco e manieristico. I brani scorrono piacevoli ma senza offrire particolari spunti di interesse, tenuti insieme più probabilmente dal mestiere dei musicisti che dalle scarse idee messe sul tavolo. La band fatica in particolare negli episodi più muscolari, poco incisivi e privi di riff o invenzioni particolarmente memorabili, mentre il discorso funziona un po’ meglio nei momenti pacati e radiofonici. Proprio come le canzoni, la prestazione tecnica dei loro autori non colpisce più di tanto –ad eccezione della buona prova di Gray–, e anche il pluridecorato Vinnie firma una performance corretta ma nulla più. Malgrado ciò, l’album fu un buon successo e vendette oltre 200'000 copie durante l’anno della sua pubblicazione. La band migliorerà (un poco) la proposta nel corso degli anni, grazie a lavori sempre privi di fronzoli e pretese, ma più compatti e personali. In quest’ottica, il debutto sembra soprattutto una maniera di scaldare i motori, divertente ma ampiamente trascurabile.



VOTO RECENSORE
63
VOTO LETTORI
54.33 su 3 voti [ VOTA]
Shock
Sabato 12 Settembre 2020, 20.35.16
1
Gruppo e disco sinceramente inutile....
INFORMAZIONI
2007
Epic Records
Groove
Tracklist
1. Hellyeah
2. You Wouldn’t Know
3. Matter of Time
4. Waging War
5. Alcohaulin’ Ass
6. Goddamn
7. In the Mood
8. Star
9. Rotten to the Core
10. Thank You
11. Nausea
12. One Thing
Line Up
Chad Gray (Voce)
Tom Maxwell (Chitarra)
Greg Tribbett (Chitarra)
Jerry Montano (Basso)
Vinnie Paul (Batteria)
 
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