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Chimaira - Chimaira
12/09/2020
( 493 letture )
Presentato dalla celeberrima e favolosa Nothing Remains, il terzo album dei Chimaira è un concentrato di brutale espressione metallica. La band, non contenta del seminale The Impossibility of Reason, torna in pista con il thrash nel sangue e una marea di riff e strutture complesse e intricate, senza disdegnare il groove, il massacro sotto al palco e la ferocia espressa nei precedenti album. L’omonimo, uscito sotto la mitica Roadrunner nel 2005 è l’unico album con il prolifico professionista Kevin Talley dietro le pelli. Inutile negarlo: la sua prestazione è fuori dal comune come sempre, tra pattern tecnici, accelerazioni in doppia-cassa e rullate micidiali. Il protagonista del lavoro risulta però essere di nuovo il favoloso Rob Arnold , chitarrista e co-fondatore della band, che in questo lavoro sciorina una serie di riff, licks e soli ispiratissimi. In bilico come sempre tra groove, thrash e metal classico, il chitarrista si sbizzarrisce in una serie indefinita di cambi di registro, riff maligni e aperture melodiche. Accelerazione dopo accelerazione, cavalcata dopo cavalcata, il wall of sound si fa sempre più minaccioso ed espressivo (Lazarus).

Chimaira, a differenza del suo predecessore, mostra meno lati malleabili e si focalizza sulla potenza e il portento heavy: l’anima oscura della band americana prende il sopravvento, creando una manciata di canzoni lunghe dinamiche. Il lato infernale spunta fuori con canzoni perfette come Save Ourselves e Inside the Horror e fa gridare al miracolo e, se non fosse per qualche caduta di tono, l’album sarebbe totalmente inattaccabile. Le parti di chitarra e le melodie grevi dell’opener Nothing Remains, tra ghirigori medio-orientali e ripartenze speed, vanno a braccetto con gli stacchi strumentali da devastazione di Inside the Horror, tra tempi e contro-tempi e rallentamenti quasi doom, fino alla coda strumentale ultra-distorta in cui fa capolino l’ennesimo solo di Rob Arnold Da brividi.
Un trittico, anzi, un poker iniziale che trova il suo climax nell’altrettanto bella Salvation, unica perla a mostrare un refrain parzialmente stemperato dalla melodia, incastonato nella solita struttura sfaccettata e ricca di rifferama. Interessante sentire come la forma-canzone, sebbene presente, venga amalgamata con aperture e chiusure strumentali più dilatate, da qui la durata media dei brani mai inferiore ai 5 minuti. A volte, l’idea di ampliare la struttura non funziona appieno (Bloodlust), ma poco male perché -grazie a parentesi epiche- come in Salvation, la band mette in mostra la qualità e il gusto compositivo. Il lavoro brutale di Kevin Talley, affiancato dai riff rocciosi di Matt DeVries e dal basso grasso e pulsante di Jim LaMarca sorreggono a dovere l’impalcatura sonora di tutto il lavoro, laddove solo le tastiere e l’effettistica sci-fi di Chris Spicuzza ne esce -per ovvie ragioni- ridimensionata rispetto al passato.

L’album è deflagrante e, sebbene non perfetto, prosegue il suo cammino in modo lodevole, con le chicche nascoste di Comatose e Everything You Love, dove la prima mostra una struttura più asciutta e nevrotica, coadiuvata da un insieme di riff thrashy, soli e in costante accelerazione e la seconda, più greve e über-heavy nelle intenzioni, si apre con un arpeggio sinistro e un’arcigna chitarra solista. L’utilizzo della doppia-cassa è intelligente e concentrato negli stacchi più groovy e ritmati. La lunga durata permette di respirare un po’ sulla tre quarti, con un bridge ritmico dominante in cui Matt DeVries mette in mostra le sue abilità prima di concedere luci e palcoscenico a un Rob Arnold in stato di grazia. Chimaira esce in un annata particolare per la cosiddetta NWOAHM, ma ne esclude quasi subito tutte le influenze classiche (metallo europeo e hardcore), concentrandosi sulla potenza del metal a stelle e strisce: un pugno in pieno volto, dato con la massima forza in uno scantinato buio e umido. Fango sotto le scarpe e senso di abbandono, con il buio forzato che ci fa scapocciare come non mai grazie alla potenza irresistibile di Pray for All, introdotta da rullata e doppia-cassa killer. Il leader e frontman Mark Hunter convince ancora una volta mostrando tutte le sue sfaccettature più aggressive, dal growl cavernoso allo scream ruvido, non disdegnando sporche melodie e brevi parentesi in clean. L’accelerazione centrale di Pray for All bilancia il rallentamento all’altezza del ritornello, presentandoci ancora una volta una canzone dalla lunga durata incastonata in un contesto prettamente heavy. Sul finale compare il tocco medio-orientale della chitarra che si chiude -a sorpresa- in una marcia epica con sfumature sinfoniche. Ancora un centro, prima del finale. Le danze di morte e air-guitar si chiudono sulla mitica Lazarus, uno dei brani preferiti dagli aficionados, che racchiude nei suoi 7 minuti e 37 tutte le sfumature di questo lavoro: dai toni altisonanti, ai riff complessi, alla batteria-macigno fino ai tocchi di classe (il bridge-preghiera, mistico e sospeso), alle svisate di chitarra da dieci e lode, con l’assolo più bello ed emozionante dell’album, fluido e policromo.

Probabilmente i Chimaira non verranno mai annoverati tra i grandi perché il loro lavoro è sempre stato umile e concreto. Tra tutti i validissimi album prodotti dalla band durante il periodo di attività, questo tassello, nero come la pece e quasi privo di speranza, ricopre un ruolo fondamentale. Potenza irripetibile e focus invidiabile ne elevano le qualità, soffocando le imperfezioni sparse qua e la. Ascolto obbligatorio e distruzione inevitabile!



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
83.4 su 5 voti [ VOTA]
duke
Mercoledì 16 Settembre 2020, 20.55.33
5
...bel disco....
Perez
Mercoledì 16 Settembre 2020, 19.52.06
4
Abum che ho consumato, potente, tecnico, aggressivo e strutturato da dio. Non butto via niente, solo il successivo Resurrection riuscirà a fare meglio. Per me i Chimaira erano una grande band
Alexander d. Driftwood
Mercoledì 16 Settembre 2020, 14.45.33
3
Dimenticavo, se non si fosse capito dal commento, questa band secondo me è stata superiore a gran parte dei suoi più fortunati contemporanei. Tra il 2003 e il 2011 (The Age Of Hell compreso) veri maestri della mazzata. Oltre alla loro intera discografia, tuttoggi, spesso sfoggio in giro una loro usuratissima shirt che reca il messaggio di pace FUCK YOUR POWERTRIP!!
Alexander d. Driftwood
Mercoledì 16 Settembre 2020, 14.37.42
2
Per me il loro apice. Dopo "The Impossibility" un ulteriore salto avanti...lo posseggo da prima che uscisse in Italia nell'estate 2005...bei ricordi, bellissimo cd, forse mattonazzo...ma proprio per questo, non per tutti!! Il seguente "Resurrection"...titolo che si rivelo bugiardo sulla lunga distanza riguardo la carriera della band è un più abbordabile mix tra questo e il precedente. Voto PER ME 90. Metal da ragazzo incazzato in cerca di rivalsa...e questi testi carburavano l'underdog preparandolo alle inevitabile battaglie dell'adolescenza.
MetalFlaz
Lunedì 14 Settembre 2020, 20.33.08
1
Spinto dalla recensione l'ho riascoltato dopo anni, ma il mio giudizio non cambia, dopo un po' mi annoia, probabilmente non fa proprio per me
INFORMAZIONI
2005
Roadrunner Records
Groove
Tracklist
1. Nothing Remains
2. Save Ourselves
3. Inside the Horror
4. Salvation
5. Comatose
6. Left for Dead
7. Everything You Love
8. Bloodlust
9. Pray for All
10. Lazarus
Line Up
Mark Hunter (Voce)
Rob Harnold (Chitarra)
Matt DeVries (Chitarra)
Chris Spicuzza (Tastiera)
Jim LaMarca (Basso)
Kevin Talley (Batteria)
 
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