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Ace Frehley - Origins Vol.2
12/09/2020
( 602 letture )
Raccontarsi attraverso le canzoni più significative della propria vita.
Nulla di più nulla di meno che un tacito lasciapassare verso le intime esperienze artistiche che ci hanno reso ciò che siamo. Per chi come il sottoscritto adora fare incetta di playlist con i suggerimenti musicali dei suoi artisti preferiti per intenderne le influenze, il mood o perché, più romanticamente, desidera crogiolarsi nella conferma di condividere affinità innegabili col proprio mito quanto a gusti, tali affermazioni si svestono delle solennità solo apparenti e vanno dritte ad affollarsi fra tutte quelle domande irrisolte sul potere segreto della musica, su come cioè un costrutto sonoro possa veicolare empatie tali da annientare le distanze fisiche e razionali fra i soggetti, legandoli, emozionandoli, arrivando laddove soltanto le forme d'arte giungono: oltre l'esplicito.
Questo per dire che un disco di sole cover, se pensate alla maniera di Ace Frehley, già ''reo'' di aver testato tale formula 4 anni or sono con Origins Vol. 1 , in realtà racconta molto più di un semplice esercizio di stile.
Il solo fatto di parlare dell'ultimo lavoro di Spaceman ha dato motivo di esistere alla divagazione esistenzialista di cui sopra e si è tralasciata volutamente la solita introduzione all'artista di cui si scrive; sarebbe altresì offensivo se dovessi spendere del tempo a dirvi chi sia Ace, no? Decisamente meno oltraggioso risulta invece focalizzarci su cosa, nell'arco di 69 anni, abbia ascoltato e amato uno dei più iconici chitarristi della storia del rock, quindi riarrangiato, reinterpretato e infine reso disponibile in questo straordinario jukebox personale che è Origins Vol. 2.

La scelta di aprire con Good Times Bad Times è simbolica: prima traccia dell'album, nonché prima canzone sul lato A del disco d'esordio dei Led Zeppelin e primo singolo degli inglesi a entrare nella Billboard statunitense. La nostalgia per quel glorioso Aprile del '69, con Robert Plant a deliziare nuove affamate platee di ascoltatori, viene archiviata dall'interpretazione ruvida che ne fa Ace. Non potremmo mai metterci a paragonare l'ugola sopraffina di Robert Plant con quella aspra, a tratti pure sgraziata, di Frehley, né ci interessa farlo, anche perché non è ovviamente nelle sue intenzioni strafare o limitarsi ad una trasposizione fedele dei pezzi originali. Questo dato di fatto è evidenziato dalla scelta di ''incattivire'' il brano, riplasmandolo su ritmiche più aggressive, al limite della ferocia per quanto concerne l'arrangiamento chitarristico, diretto, heavy.
Never In My Life non è certamente la canzone più celebre dei Mountain, band nata sul modello dei Cream di Clapton che a fine anni Sessanta macinavano consensi e costruivano un sound intriso di blues psichedelico e.. Riff memorabili. Sì, perché Never In My Life gira tutta su un riff avvolgente, condito col calore del basso, statico nella sua catarsi ipnotica e fascinosa allo stesso tempo e che, non a caso, aveva conquistato il cuore di un giovane del Bronx, accorso ad ascoltare la band di un conoscente che suonava i Mountain e rientrato di corsa a casa per imparare a padroneggiarlo. L'infanzia ritorna prepotentemente nella scelta di includere la cover del brano e la resa è, manco a dirlo, stratosferica, col suo incedere strascicato e sporco al punto giusto.
Neppure a metà disco che ecco esplodere in tutta la sua straripante personalità la ribattezzata Space ''Ace'' Truckin', rivisitazione travolgente anche grazie all'apporto dell'amico di vecchia data Rob Sabino alle keys: Sabino riarrangia l'intermezzo del classico dei Deep Purple, sostituendo la sfuriata della batteria che seguiva il secondo ritornello del brano con un assolo di tastiere rievocante le atmosfere allucinogene dei Seventies.
A proposito di parti strumentali inedite, Ace giganteggia e inserisce mitragliate di note freschissime un po' ovunque: ne è un esempio il duetto in fading nuovo di zecca (ascoltatelo con cuffia per coglierne l'effetto dissolvente: ne varrà la pena) in Politician con il chitarrista John 5, già interpellato nelle precedenti release di Spaceman, oppure nel dialogo di assoli in botta e risposta imbastito con Bruce Kulick, l'altro guest alle sei corde in Manic Depression.
Gli ospiti non mancano neppure al microfono, laddove per ammissione dello stesso Ace occorreva eclissarsi e cedere il passo: riecco Lita Ford nella cover degli Stones Jumpin' Jack Flash riapparire come un cioccolatino servito su un piatto d'argento e Robin Zander, voce storica dei Cheap Trick, a impreziosire le vocals di 30 Days In The Hole con una prestazione più che onesta in nome di un'amicizia di lunga data con il Nostro.
Impossibile non menzionare la riproposizione dei due brani più rock 'n' roll del disco: I'm Down , singolo B-Side dei Beatles, mantiene la progressione schizofrenica e sfrenata dell'originale, esaltandone l'aspetto rude che contraddistingueva gli esordi dei 4 di Liverpool poi smorzato in seguito mentre Lola, firmata Kinks, viene purificata dai fraseggi acustici d'apertura e insozzata nella frenesia di un galoppo indisciplinato dall'inizio alla fine. Piccola curiosità: la voce femminile che accompagna Ace è quella della sua intonatissima nuova fiamma Lara.
La bonus track in chiusura She rivela un tesoro da disseppellire dalle sabbie del tempo, perché è anch'ella figlia di quel primissimo live al Coventry del 1973 ove venne eseguita con la line up storica dei Kiss: avere ancora voglia di suonarla dopo 47 anni la dice lunga sul legame affettivo col pezzo e sull'eredità immortale del patrimonio musicale del Bacio dalla quale se si attinge non si sbaglia mai.

Il secondo capitolo di Origins, di cui si chiacchiera già un seguito, conferma lo stato di grazia di uno dei monumenti viventi del rock.
Se la scelta dei pezzi e le esecuzioni impeccabili non lasciano dubbi sull'ottimo rendimento di Ace Frehley, ancor più affascina il significato che si cela dietro la selezione di ogni traccia, la coerenza dell'insieme suonato e la possibilità offerta agli ascoltatori di partecipare attivamente alla scrematura di una fiumana di ricordi e sensazioni legate ad essi da riordinare con urgenza per far sì che fluiscano fuori battezzati a nuova nascita da un infuso di nostalgia, certo, ma tronfia di maturo vigore. E nella rievocazione delle canzoni più importanti della sua vita Spaceman, ancora una volta, non smette di sorprendere e incantare.



VOTO RECENSORE
s.v.
VOTO LETTORI
89.83 su 6 voti [ VOTA]
Tino
Sabato 12 Settembre 2020, 18.07.14
1
Il precedente è bellissimo, sarà così anche questo. Il tocco della sua les Paul e la sua voce che evoca il Bronx e il bourbon sono ancora unici dopo oltre 40 anni. Semplicemente un mito
INFORMAZIONI
2020
eOne/SPV
Hard Rock
Tracklist
1. Good Times Bad Times (Led Zeppelin cover)
2. Never in My Life (Mountain cover)
3. Space Truckin' (Deep Purple cover)
4. I'm Down (The Beatles cover)
5. Jumpin' Jack Flash (The Rolling Stones cover)
6. Politician (Cream cover)
7. Lola (The Kinks cover)
8. 30 Days In The Hole (Humble Pie cover)
9. Manic Depression (Jimi Hendrix cover)
10. Kicks (Paul Reverse & The Raiders)
11. We Gotta Get Out Of This Place (The Animals cover)
12. She (Kiss cover)
Line Up
Ace Frehley (voce, chitarra)
Jeremy Asbrock (chitarra)
Alex Salzman (basso)
Matt Starr (batteria)

Musicisti ospiti
Rob Sabino (tastiere nella traccia 3)
John 5 (chitarra nella traccia 4 e 6)
Lita Ford (voce nella traccia 5)
Robin Zander (voce nella traccia 8)
Bruce Kulick (chitarra nella traccia 9)
 
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