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The Cult - Beyond Good and Evil
19/09/2020
( 577 letture )
Avete presente quando in una foto trovate un particolare sfocato, o fuori contesto rispetto al quadro d’insieme? Non riuscite a capire esattamente dove sia lo “sfasamento”, ma vi rendete conto che non c’entra completamente con il resto dell’immagine. Eppure, siete perfettamente consapevoli che, senza quel particolare avulso dal resto l’immagine non avrebbe lo stesso impatto e la stessa resa.
Per certi versi la posizione dei The Cult nel firmamento rock è paragonabile: presenti da quasi 40 anni, capaci di ottenere successi in tutto il mondo, eppure mai del tutto inquadrabili in uno specifico genere, in una specifica corrente o in un preciso stile. Imprescindibili per l’evoluzione di molte correnti, ma nello stesso tempo sempre in posizione defilata, da perfetti outsider.
Il disco qui recensito è forse l’esemplificazione perfetta della loro evoluzione, e della piccola “maledizione” la band si porta dietro: ossia di essere più volte arrivata “alle porte del paradiso” (sia dal punto di vista del successo e della fama planetaria, sia sotto il profilo strettamente compositivo/esecutivo) ma di essersi fermata a pochi passi dalla soglia.

Un po’ di storia, per inquadrare meglio: al nascere del nuovo millennio i The Cult sono in pausa da più di un lustro. L’ultimo album, l’omonimo The Cult, è del 1994, e oltretutto non è riuscito a ripetere i fasti compositivi e i successi di pubblico dei lavori usciti a cavallo del decennio precedente, specialmente Electric e Sonic Temple, che sembravano aver consacrato in maniera definitiva la band nell’universo hard rock.
I nostri sentono quindi la necessità di un momento di pausa, e capiscono di dover tornare solo quando avranno in mano l’album “definitivo” per riconquistare pubblico e critica. Detto e fatto: quando nel 2001 nei negozi arriva Beyond Good And Evil tutti quelli che lo ascoltano non possono non accorgersi della rilevanza dell’opera.
I The Cult non si guardano indietro e non hanno paura delle sfide: anzi, si mettono in diretta competizione con le nuove leve sul terreno di un hard rock/metal moderno, potente, nervoso e intrigante, senza rinnegare tuttavia le loro radici seventies, fondamentali per dare una marcia in più all’intero lavoro.
Per prima cosa occorre avere i musicisti giusti: e infatti i veterani Ian Astbury e Billy Duffy scelgono validi compagni di viaggio quali i bassisti Martyn LeNoble e Chris Wyse (che qui si alternano, poi rimarrà nella band solo il secondo), e soprattutto quella micidiale “macchina ritmica” che corrisponde al nome di Matt Sorum alla batteria (colui che ha dato una spinta fondamentale ai due Use Your Illusion dei Guns N’ Roses, e ai susseguenti tour dal vivo).
Poi serve una produzione moderna e adeguata: e infatti i fans di lungo corso si ritrovano inizialmente quasi spiazzati dalla potenza e dalla “violenza” del granitico muro di chitarre realizzato dal produttore “Re Mida” Bob Rock, che riesce a valorizzare nel migliore dei modi i riff senza sosta delle chitarre e le bordate della sezione ritmica.
Last but not least, servono un manipolo di canzoni all’altezza; e qui ci sono tutte.
Le danze si aprono con War (The Process), brano che non ha alcun timore reverenziale né verso la scena metal dell’epoca (parliamo del 2001, quindi in piena scena alternative/nu metal), ma che non disdegna assolutamente un’eventuale passaggio in radio; una canzone costruita su solidi riff colorati da imponenti chitarre ma con ritornelli e strofe assolutamente melodici e orecchiabili.
In realtà quasi tutto il disco si compone di brani dalle medesime caratteristiche: puri muri di suoni in cui le chitarre spadroneggiano e in cui il basso assume una prepotenza sconosciuta nei precedenti lavori dei The Cult, ma che era un “must” nel metal dell’epoca. Ciò che fa la differenza è la classe: su tutti il buon Ian Astbury; proprio la mente e la voce dei The Cult, con il suo timbro inconfondibile e camaleontico e il suo talento innato per linee vocali riuscite e accattivanti, impedisce a brani come Take The Power o Breathe di assomigliare a uno scimmiottamento della scena metal dell’epoca. Intendiamoci: non di sola voce si tratta. Le canzoni dei The Cult hanno un marchio di fabbrica inconfondibile, un “tiro” incredibile dei riff (Billy Duffy è in forma come non mai) ben assecondato da una sezione ritmica potente, precisa e fantasiosa. Il ritmo di canzoni come Rise o My Bridges Burn invita inevitabilmente a scatenarsi, non facendo rimpiangere assolutamente i tempi d’oro degli eighties.
Beyond Good And Evil concede anche brevi e tonificanti momenti di pausa, con brani come Nico, ipnotica ballata elettrica offerta in omaggio all’indimenticabile musa dei Velvet Underground, o True Believers, più canonica ballad da passaggio in radio

Al termine dell’ascolto di questi dodici intensi brani, non si può che concordare con l’assioma secondo cui chi è venuto prima ha da insegnare a chi viene dopo; poche volte una reunion di un gruppo storico si è concretizzata con un disco così solido ed efficace.
Eppure, anche stavolta i The Cult rimangono il particolare sfocato della foto: il disco, malgrado il supporto di una major come l’Atlantic, passò quasi inosservato e non permise alla band di riposizionarsi in vetta al panorama hard rock, cosa che avrebbe certamente meritato. La delusione fu tale che, al termine della tournée di supporto, Ian Astbury decise di rimettere in pausa la band e si imbarcò nella semi-reunion dei The Doors per cinque anni. Solo nel 2007 si ritornerà a parlare dei The Cult, con il buon Born Into This; ma la sensazione che il treno sia ormai passato per sempre è evidente. E la fermata giusta avrebbe dovuto essere proprio questa
Beyond Good And Evil, malgrado alcuni lievi passaggi a vuoto nella zona centrale del disco, è un album che non dimostra per nulla i suoi quasi 20 anni, ed è tuttora attualissimo, cosa che non si può certo dire per molti album suoi contemporanei. Se ancora non lo conoscete, dategli una chance: capirete subito la differenza fra i tanti ragazzini inesperti che all’epoca si fecero conoscere e chi da molti anni aveva imparato a maneggiare la materia rock nel modo più efficace e riuscito.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
83.6 su 5 voti [ VOTA]
Screwface
Sabato 26 Settembre 2020, 0.27.31
7
Preso all'epoca, l'ho trovato subito un gran disco e lo ritengo ancora tale. Purtroppo ricordo che non se lo filò nessuno...
Mariner
Martedì 22 Settembre 2020, 14.06.43
6
Forse l'ultimo grande disco dei mitici Cult... acquistato all'epoca e rimasto sul piatto ininterrottamente per diversi mesi, alzo il voto a 85
InvictuSteele
Lunedì 21 Settembre 2020, 23.05.22
5
Album stupendo che non ha nulla da invidiare ai loro classici. Per me è fenomenale dall'inizio alla fine, potentissimo. Band del cuore.
Shock
Sabato 19 Settembre 2020, 20.26.26
4
L'unica pecca del disco è che l'ultima parte perde terreno nei confronti di una prima scoppiettante a dir poco. La chitarra di Billy tira sempre fuori ottimi riff e la voce di Ian è sempre tra le migliori del genere. Canzoni come Rise, War o Take the power sono fantastiche, niente da invidiare al passato; però fu un disco passato inosservato, evidentemente non alla moda, anche se i Cult l'hanno sempre seguita, però gli andò male. Peccato.
Enrisixx
Sabato 19 Settembre 2020, 18.47.54
3
Bellissimo album grandissimi the cult
P2K!
Sabato 19 Settembre 2020, 14.36.26
2
Aggiungo che è un peccato che i The Cult non abbiano proseguito con questo tipo di produzione cercando nel successivo un suono più garage (mortificando di fatto dei pezzi veramente belli che avrebbero giovato della potenza di questo disco), ritornando ad un sound più grosso in "Choice of Wheapon" e più alternative in "Hidden City" (qui forse il sound era più adatto a quel tipo di composizioni).
P2K!
Sabato 19 Settembre 2020, 14.32.40
1
Quando nel 2000 i The Cult si riformarono per me fu motivo di grande gioia visto che la band di Billy Duffy è sempre stata tra le mie preferite: Durante il periodo di separazione ho continuato a seguire le gesta di zio Billy e di Ian, con il primo che tirava fuori prodotti (Colrosound, Circus DIablo) DECISAMENTE più buoni rispetto il secondo (Holy Barbarians e un disco solista), ma ai quali mancava sempre qualcosa. L'unione tra i due. Questo disco suonava POTENTE, massiccio, groove a manetta. Gli apici li trovai in "Take The Power", "My Bridges Burn", "American Gothic", "True Believer" ma soprattutto nella splendida "RISE"... Cazzo, come fa una band dopo tanti anni a tira fuori un pezzo come quello, semplice, diretto, perfetto, che ti entra in testa e non ti mola più. Così efficace da meritarsi di entrare fissa nei live a fianco dei tanti altri classici della band. Bel disco, da 80 sicuramente, anche se le votazioni date su questo sito ai dischi successivi (sempre ottimi ma lievemente inferiori a questo e ai precedenti) mi farebbero propendere per un 90, anche se a questo punto Electric meriterebbe 95 e Love 100.
INFORMAZIONI
2001
Atlantic Records
Hard Rock
Tracklist
1. War (The Process)
2. The Saint
3. Rise
4. Take the Power
5. Breathe
6. Nico
7. American Gothic
8. Ashes and Ghosts
9. Shape the Sky
10. Speed of Light
11. True Believers
12. My Bridges Burn
Line Up
Ian Astbury (voce)
Billy Duffy (chitarre)
Matt Sorum (batteria, percussioni)
Martyn LeNoble (basso nelle tracce 5,10-12)
Chris Wyse (basso nelle tracce 1-4,6-9)
 
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