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The Ocean - Heliocentric
26/09/2020
( 578 letture )
LA FINE DI UN’ERA
Sembra passata una vita dalla fine dei The Ocean per come li avevamo conosciuti ad inizio carriera, eppure sono già volati via dieci anni dall’uscità di Heliocentric e Anthropocentric. Se Precambrian (2007) mostrava la pretenziosità di un doppio album che ruotava intorno a strutture complesse e ad una line-up di quasi venti elementi, con l’annuncio della coppia di album in uscita tre anni dopo, le regole del gioco cambiano. Sono proprio questi gli anni di transizione che porteranno i The Ocean ad abbandonare la connotazione di “collettivo” in favore di una concezione più standardizzata di “band”. Qualcuno dei fan storici -inevitabilmente- storse il naso, sia per il cambio concettuale dell’identità della band, sia per la deriva post e sinfonica che la formazione capitanata da Robin Staps prese - in particolar modo - su Heliocentric. Non che i dischi precedenti fossero esenti dalle incursioni orchestrali, tuttavia da questo punto in poi cambia l’intensione d’esse, poiché il sound dei tedeschi si fa decisamente più intimista e riflessivo. Il platter preso in disamina quest’oggi, insieme al gemello Anthropocentric, muove una critica filosofica al Cristianesimo: un fil rouge decisamente impegnato, che rispecchia egregiamente i moti del flusso stilistico che i nostri stanno attraversando in questo doppio concept. Ad ogni modo, quando i tempi si fecero duri e le certezze alla quale ci avevano abituati i The Ocean sembrarono tremare sotto i nostri piedi tra cambi di sound, line-up e ideali, arrivò per i tedeschi il momento di giocarsi l’asso dalla manica: il suo nome era Loïc Rossetti.

TRANSIZIONE
I rumori siderali e profondissimi di Shamayim aprono il disco nella totale assenza di melodia, trasportandoci immediatamente a quella dimensione ancestrale e che tanto ha caratterizzato il sound dei tedeschi. Solo sul finale del brevissimo strumentale inizia a sentirsi la chitarra emergere dalla coltre di nebbia, fornendo un perfetto ponte per l’entrata del brano successivo. Firmament in poche battute si pianta in maniera statuaria come una delle composizioni più ricche e profonde della storia della band: il giro di basso in apertura, la scelta dei suoni delle chitarre e un attacco di una violenza inaudita sono i primi elementi di un pezzo da novanta destinato a crescere. Dopo la grande mole di elementi proposti nei primi minuti, un lungo bridge punta a sviluppare le sonorità questa volta più affini al post rock che allo sludge tanto caro alla band, per poi ricongiungersi con il tema principale.

"Let there be lights in heaven to divide the day from the night;
And let them be for signs, for seasons and for days (and years);
And let them be for lights up there in the firmament
To give light upon the earth.
And it was so, and God made two, two great lights;
The greater light to rule the day,
And the lesser light to rule the night; the stars as well.
And God set them in the firmament
To give light upon the earth."
(Firmament)


Una parola a parte viene infine spesa per Loïc Rossetti, che nella sua prima apparizione su un disco in studio, canta forse una delle migliori parti della sua vita. L’approccio melodico e profondo tocca l’animo dell’ascoltatore, così come la sua esplosione vocale in growl è in grado di minimizzare ogni cosa e farci sentire minuscoli, come un atomo che fa parte di un sistema eliocentrico. The First Commandment of the Luminaries prosegue sulla scia tracciata dal brano predecessore, lasciando tuttavia che l’orchestra domini buona parte della prima metà della canzone. Il comparto classico -e soprattutto gli archi- emergono nei giusti momenti dando una sfumatura nostalgica e lontana alla composizione, tipica di un ricordo in seppia. Tra sonorità morbide, tempi improvvisamente più rapidi e sfumature jazzy non mancano le sei corde più sature e distorte ad arricchire un brano dedicato al sole: monolite ed essenza primaria e centrale del nostro sistema. L’ascolto prosegue con un bellissimo intermezzo in cui voce, pianoforte e archi sono i protagonisti assoluti.

“I raised my eyes
Up high toward the night sky
I've been searching for the eyes divine
In countless nights
But I found the watchmaker was blind

There's no ambiguity:
If Venus shows all phases like the moon
The earth must revolve 'round the sun
But no one will believe me:
It's like nothing (It's like nothing)
Like nothing I've seen was for real”
(Ptolemy Was Wrong)


Mentre i tempi di Dead on the Whole sono più lontani che mai, la voce pulita di Loïc Rossetti si muove su quella che potrebbe essere un’opera epica. La critica al sistema antropocentrico di Tolomeo è nitida e secca, così come l’ovvia critica non tanto scientifica quanto religiosa. Le sonorità apparentemente più violente di Metaphysics of the Hangman celano anch’esse un’anima delicata in cui le parti vocali si fanno addirittura più raffinate, muovendosi su diversi registri vocali e rendendo il gruppo ammaliante come non mai in alcuni frangenti. Le strutture articolate del prog metal incontrano i suoni delle sei corde tipiche del post rock, fra arpeggi e lunghi fraseggi acuti.

“On their long journey that leads them toward the light;
Winston Smith shall be their guide
They are trying so hard to believe that two and two makes five”
(Metaphysics of the Hangman)


Winston Smith, protagonista del romanzo 1984 viene eletto a guida del cammino verso la luce, in un mondo in cui loro (gli evangelici) cercando di far credere che due più due faccia cinque, così come accade all’uomo protagonista del racconto distopico di Orwell. Catharsis of a Heretic è un breve intermezzo -che nulla aggiunge e nulla toglie al disco- nel quale vengono cantati versi di caparbietà e di ideali che non possono essere fermati da una lingua tagliata o dall’oscurantismo. Nonostante i pochi minuti curati da un comparto musicale non proprio memorabile, veniamo rapidamente traghettati a Swallowed by the Earth, pezzo che ci riporta alle coordinate di Firmament grazie a una sezione ritmica gonfia e ad un approccio al cantato ibrido strepitoso. Il break con il basso a circa tre minuti, seguito dall’attacco delle chitarre tanto epiche quanto dissonanti, elevano tutto ad una categoria di trascendenza superiore.

“I will pray to the Son; He
Was crucified for me
And I will pray to the Father
-You shall have no gods beside Me!-
I will pray to the Holy Trinity
And, I will pray to the moon and the sun and the stars
[…]
One god, or three?
A strange epiphany”
(Epiphany)


Tutto diventa nero e la sola voce accompagnata dal pianoforte prende il controllo della scena, traghettandoci in una dimensione onirica dove la persona che prega, nell’elencare la lista di entità alla quale rivolgere le proprie parole, inizia a porsi i primi dubbi. Gli stacchi degli archi seguono il ritmo e l’andamento armonico delle note toccate dall’ugola di Loïc Rossetti, rendendo ancora una volta l’arrangiamento decisamente raffinato in più punti della breve composizione. Con The Origin of Species ci avviciniamo al gran finale, ma soprattutto a una concezione dei The Ocean più affine a quella moderna. Un sound più violento e una forma canzone più elaborata e lunga sembra aprire la pista a quello che sarà il futuro del gruppo da lì a pochi anni di distanza.

“But all you see is the human eye
On top of the mountain peak, so high
A steep wall of rock
Impossible to climb;
Our imagination is left behind
[...]
A firm slope on the backside
And, even worms have simple eyes
That help them distinguish darkness from light
[...]
And, from here it just takes a long, long time
To the miracle of the lens eye”
(The Origin of Species)


La canzone prende il titolo dal noto testo di Darwin e i versi parlando di come l’uomo riesca solo a vedere l’occhio in cima alla montagna (simbologia di Dio) senza poterla scalare e avvicinarsi. Solo aggirandola e cogliendo le insenature d’essa è possibile risalirla lentamente e poter ammirare il panorama dalla cima, godendo di una vista lungimirante. Il testo è una grande allegoria che culmina nell’immagine dell’occhio di Dio, che diventa una lente per l’occhio, a sua volta simbolo dello sviluppo e delle meraviglie create dall’uomo e del raziocinio che vince sulla religione. Il comparto orchestrale continua a fare la sua parte, arricchendo la tela di un brano già di per sé ostico fra steccati e pungenti archi che tendono a istillare una progressiva dose d’ansia. Quando tutto sembra finire, vi è l’ultimo rincaro: la coincisa e onirica The Origin of God.

“A prime mover only shifts the problem
If every complex structure needs an architect
Then this prime mover must be even more complex
Than anything he created

Who made your architect?
Who made your architect?
Where does he come from?
What is he made of?”
(The Origin of God)


La prima strofa del pezzo cita uno storico aforisma di Stephen Hawking -noto fisico inglese- che riflette sull’origine dell’universo e dice che, se la risposta è Dio, allora abbiamo solo cambiato il puntamento della domanda su chi allora ha creato l’architetto divino citato nei versi successivi. La violenta ripetizione continua dei versi successivi suggerisce che questa sia una domanda retorica alla quale la risposta atea del gruppo è che non vi è nessuno che creato Dio, poiché quest’ultimo non esiste.

VERSO UNA NUOVA SPERANZA
La produzione eccezionale con cui è curato il disco mette in risalto tutti i suoni, dai bassi gonfi e definiti alle sei corde che mai si impastano con quest’ultimi. Inoltre nel disco sono presenti diversi tecnicismi legati al mondo della produzione, come la doppia voce di Loïc Rossetti sulla seconda metà di Epiphany, che ricalca con un’armonia diversa e a volume più basso sulla cassa sinistra la linea vocale principale. Sicuramente Heliocentric non era il disco che tutti si aspettavano nel 2010, così come i puristi del collettivo non si aspettavano che i The Ocean diventassero una band tradendo il loro principio cardine che li aveva contraddistinti in uno scenario metal molto fervido. Ad ogni modo questo platter rimane tra i più peculiari della loro discografia, emancipando un volto più morbido, triste e nostalgico dei tedeschi. Le critiche non mancarono, tuttavia ad oggi non si può che riascoltare questo lavoro con il pensiero che quel cambio radicale ci ha portato ad un’opera prima come Pelagial (2013) e con un po’ più di cuore e apertura mentale. Heliocentric è un disco sofisticato e occasionale, suonato molto bene e -soprattutto- cantato divinamente. Alla fine l’asso nella manica non solo ha funzionato, ma ha gettato anche una solida base sulla quale lavorare da quel 2010 fino ad oggi, ben dieci anni dopo, rivelandosi una delle migliori carte del panorama metal moderno.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
89.66 su 3 voti [ VOTA]
Gabriele
Lunedì 28 Settembre 2020, 20.05.27
3
Non saprei dire se il loro migliore, ma probabilmente il mio preferito. Due parole anche per il packaging, uno dei più curati sui quali abbia mai messo mano.
Macca
Domenica 27 Settembre 2020, 11.21.43
2
Disco meraviglioso per concept, realizzazione tecnica ed emozioni. Rossetti qui la fa da padrone mostrando una versatilità vocale notevole e dimostrandosi il cantante giusto per la band di Staps. Il collettivo ci ha dato una base solidissima con gli esordi e Proterozoic, ma da Heliocentric in poi per hanno proprio svoltato e sfornato perle una dietro l’altra. Geniali. Voto 90
Rob Fleming
Domenica 27 Settembre 2020, 9.38.18
1
Per i miei gusti con un'altra voce parlerei di capolavoro assoluto, ma in ogni caso The First Commandment..., Ptolemy Was Wrong e la tripletta finale con l'elegantissima Epiphany sono pezzi clamorosi. E' l'unico che ho, ma lo ricordo con vero piacere 80
INFORMAZIONI
2010
Metal Blade
Prog Metal
Tracklist
1. Shamayim
2. Firmament
3. The First Commandment of the Luminaries
4. Ptolemy Was Wrong
5. Metaphysics of the Hangman
6. Catharsis of a Heretic
7. Swallowed by the Earth
8. Epiphany
9. The Origin of Species
10. The Origin of God
Line Up
Loïc Rossetti (Voce)
Robin Staps (Chitarra)
Jonathan Nido (Chitarra)
Louis Jucker (Basso e Voce)
Luc Hess (Batteria)

Musicisti ospiti
Sheila Aguinaldo (Voce sulla traccia 6)
Mitch Hertz (Chitarra solista sulla traccia 7)
Esther Monnat (Violoncello sulla traccia 10)
Dalai Theofilopoulou (Violoncello sulla traccia 10)
Céline Portat (Viola sulla traccia 10)
Estelle Beiner (Violino sulla traccia 10)
 
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