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Sorcerer - Lamenting of the Innocent
27/09/2020
( 713 letture )
Attivi dall’88 al ’92, e dopo oltre 15 anni di ibernazione, nel 2015 tornano in sella gli esperti Sorcerer con il brillante In the Shadow of the Inverted Cross, nuovo punto di riferimento epic/doom, non scevro di influenze classiche (Solitude Aeternus e Candlemass), ma assolutamente di prim’ordine per songwriting, performance e qualità delle composizioni. Salto temporale nel 2017 con il secondo, ottimo e compatto The Crowning of the Fire King, un album da top-ten annuale, cupo e fragrante. Una pennellata doom dipinta nella notte dei tempi, a bordo della nave-vascello fatta di nebbia e demoni. Insomma, il ritorno ufficiale della band svedese è stato ed è tutt’altro che sottotono: chiariamo ogni dubbio, palesando la bellezza (e la cupezza) di questo nuovo capitolo firmato Metal Blade. Lamenting of the Innocent è un altro centro pieno da parte della band capitanata da Anders Engberg, front-man di razza capace di interpretare le lunghe e corpose composizioni del gruppo. La coppia di asce, composta da Kristian Niemann e Peter Hallgren compone, suona e sciorina una serie di riff e melliflui soli da paura, evidenziati dalla nuova sezione ritmica che spinge a dovere e finalmente mostra il buon Ricky Evensand (ex - Therion e Chimaira) in piante stabile. Il talentuoso ma discontinuo batterista si colloca subito perfettamente insieme al basso di Justin Biggs. La formazione suona perfetta: non disdegna semplicità e flessioni heavy, come i contro-cori growl qua e la, che riportano alla mente l’approccio più sfrontato dei Khemmis.

Persecution/Hammer of the Witches è un doppio colpo impressionante, con l’intro atmosferica che si evolve nella riffata e portentosa Hammer of the Witches, primo singolo/video dell’album e dichiarazione di intenti piuttosto chiara. Prova vocale di Anders Engberg nel contempo ruvida e cristallina, riff pesanti e apertura melodica, epica e drammatica. Aggressione e growl impreziosiscono il ritornello, ulteriormente impreziosito da un breve e ficcante assolo. Il brano, non complesso ma strutturato alla perfezione, scorre via veloce facendoci scapocciare a dovere. La durata, inferiore alla maggior parte della altre composizioni, aiuta in tal senso a sprigionare una carica prettamente metal. Una classe che non si dimentica e che rimane in primo piano durante il bridge groove e gli assoli sfavillanti che ne conseguono. Struttura semi circolare che riprende forma sul finale, con il riff principale che torna in pompa magna.
Interessante l’alternanza di pacatezza e oscurità nella traccia successiva, la title-track, lunga e umorale, scelta a sorpresa come secondo singolo dell’album nonostante durata e atmosfera. A differenza di Hammer of the Witches, ci troviamo di fronte a un dipinto rarefatto di doom e morte, arpeggi e umide segrete. L’incipit buio e rallentato sublima un’andatura marziale e schiva. Anders Engberg entra in scena prendendosi il palcoscenico con somma bravura: il suo timbro vocale è perfetto, sempre in bilico tra toni cristallini e ruvidi accenni. Il brano, giocato su alternanza heavy/delicata è una lunga marcia saporita che ancora una volta si esalta a livello strumentale (il solo centrale è da incorniciare), lambendo i confini del power grazie a un ritornello aperto e solenne.
La Metal Blade fa bene il suo lavoro e sceglie la ganzissima Institoris come terzo video promozionale, ed è subito rifferama compatto, groove e sezione ritmica pulsante, alternata a piacevolissime accelerazioni in doppia-cassa, stacchi drammatici e un refrain che non solo convince, ma amplifica le potenzialità melodiche del combo senza strafare. Un brano che potrebbe essere la diretta continuazione di Hammer of the Witches per struttura e intensità. Ma, come piace fare ai Sorcerer, ci troviamo ancora una volta davanti ad un’alternanza interessante quando parte il riff di When Spirit Die; lento e glaciale ci ricorda gli ultimi Paradise Lost anche nell'evolversi della canzone, dominata dall'atmosfera e dalla voce di Engberg, mai così espressiva e convincente. Una fiaba nera come la pece si fa strada tra il doom e, anche se non riscontriamo variazioni sul tema, veniamo totalmente convinti dalla bontà della scrittura, dei suoni perfetti, dalle parole e dalle chitarre scintillanti, che non si risparmiano neanche questa volta, regalandoci un bridge totalmente strumentale, dominato da soli duellanti ed espressivi.

Mentre con Deliverance la band regala, a mio modo di vedere, il brano più debole e meno convincente del lotto, con la successiva ed epica Age of the Damned le sei corde di Kristian Niemann e Peter Hallgren si fanno sentire per bene,scrivendo una marcia sinistra fatta di riff asciutti e squadrati. Ritmo rallentato e voce recitata che -ancora una volta- si apre magnificamente nel pre-chorus, partorendo melodie accattivanti. Ma ciò che esalta di Age of the Damned è l’alternanza ritmica e umorale, un po’ come in Lamenting of the Innocent. E’ l’epoca dei dannati, e noi ne facciamo parte sempre di più anche durane le note della spettrale e sospesa Condemned e di Dance with the Devil, dove la prima lambisce territori alla While Heaven Wept con la sua liquida progressione acustica e la seconda, lunga Danza con il Diavolo, ribadisce i concetti base del Sorcerer - sound, riassumendo concept, riff, sezione ritmica e parentesi rarefatte sotto un unico tetto sonoro di 9 minuti. Evensand gioca abilmente con le pelli, creando un mantra tribale, aperto e disteso, senza strafare tecnicamente, ma tessendo una base ritmica inattaccabile in cui manca solo qualche tocco in più da parte di Biggs.

Possiamo parlare all'infinito delle composizioni dei Sorcerer, ma giunti alla fine, ci rendiamo oggettivamente conto che qualche minuto poteva essere risparmiato, specialmente sul finale dell’opera, dove fa capolino Path to Perdition , altra lunga suite che va a chiudere il rosso sipario con eleganza. Forse un’alternanza maggiore avrebbe giovato al viaggio, ma poco importa perché il mellifluo solo in apertura (dalle tinte progressive) ci fa dimenticare e perdonare tutto. Suono pomposo e tastiere di contorno, riff doomy e un Anders Engberg sugli scudi costituiscono l’ossatura del brano finale (escludendo il bonus, invero non entusiasmante, di Hellfire), che prosegue il discorso intrapreso tre anni fa con The Crowning of the Fire King, aggiungendo un pizzico di teatralità e velocità in più, in particolar modo all’altezza del primo bridge strumentale, incalzante e dominato come sempre dalle magnifiche chitarre e sul finale urlante, dove ritorna la doppia-cassa che spazza via tutto in un brutale metal crescendo.
Ancora una volta la band svedese vola nella fantomatica quanto obbligatoria top annuale, almeno per ora, con un album anti-pandemia che picchia duro e accarezza, facendoci vagare in una terra desolata ma non priva di speranza. Un vero cammino, spesso impervio, all’insegna di un moderno e affascinante doom epico. Ora salite a bordo, i biglietti sono limitati!



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
76.5 su 2 voti [ VOTA]
McCallon
Mercoledì 7 Ottobre 2020, 19.03.33
5
Come avevo commentato in precedenza sulla notizia che riportava il player per l'ascolto in streaming dell'album, l'ho trovato un disco sicuramente godibile, ma ho avvertito una sensazione di disco che stenta a decollare definitivamente. La combo intro/primo pezzo è molto buona, e i brani che ho trovato migliori sono nella sezione centrale dell'album, con Where Spirits Die e Deliverance. Il resto non mi ha fatto gridare al miracolo, ma magari va ascoltato qualche volta di più per poterlo apprezzare al meglio. Per me voto 72.
Pagan
Giovedì 1 Ottobre 2020, 0.43.37
4
Gran disco, grande cantante ma seriamente come ha scritto qualcuno qui sotto dove lo sentite il doom o l'epic doom in questo disco?c'è ne è quasi nulla, counque gran disco
entropy
Domenica 27 Settembre 2020, 22.22.04
3
Bellissimo album di epic doom. Grande conferma
Jo-lunch
Domenica 27 Settembre 2020, 17.38.33
2
Band talentuosa e alquanto sottovalutata. Album eccellente anche se non originalissimo. Sono d'accordo con Shock, uno dei migliori dischi dell'anno di questo genere.
Shock
Domenica 27 Settembre 2020, 17.28.43
1
Di Doom ce n'è ben poco o niente, ma il disco è un ottimo esempio di heavy metal con anche influenze epic . Il cantante è autore di una prova molto ben riuscita come del resto fa il resto del gruppo. La titletrack è fenomenale, e seppure con qualche canzone non pienamente riuscita, il disco è ottimo, tra il meglio nel genere dell'anno.
INFORMAZIONI
2020
Metal Blade
Doom
Tracklist
1. Persecution
2. The Hammer of Witches
3. Lamenting of the Innocent
4. Institoris
5. Where Spirit Die
6. Deliverance
7. Age of the Damned
8. Condemned
9. Dance with the Devil
10. Path to Perdition
11. Hellfire
Line Up
Anders Engberg (Voce)
Kristian Niemann (Chitarra)
Peter Hallgren (Chitarra)
Justin Biggs (Basso)
Richard Evensand (Batteria)
 
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