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The B-52`s - The B-52’s
28/09/2020
( 613 letture )
È il 1977, ci troviamo ad Athens, in Georgia, ed è una serata come tante; una festa tra amici, alcol, spensieratezza e tanta voglia di strafare, non per niente è la festa di San Valentino. All’improvviso si palesano cinque strani figuri che impugnano tre microfoni, una chitarra e una batteria e di colpo suonano una manciata di brani che mescolano i generi più disparati, dal rock’n’roll alla dance, passando dal surf e dal pop, con uno stile scapigliato e cartoonesco non ascrivibile al coevo movimento punk, all’epoca in pieno fermento, bensì più vicino a quell’indefinibile amalgama sonoro che di lì a poco sarà rinominato new wave.
Kate Pierson, Fred Schneider, Cindy Wilson, suo fratello Ricky e Keith Strickland decidono che quell’episodio – non il primo in realtà: i cinque improvvisarono la primissima jam insieme pochi mesi prima in un ristorante cinese, sempre in preda ai fumi dell’alcol – è meritevole di avere un seguito concreto e dunque formano una band dall’assetto, come detto poco fa, singolare per l’epoca: i primi tre si occupano delle voci, gli altri due di chitarra e batteria. Non c’è un basso, ma a questo rimediano a turno sia la Pierson che Schneider, grazie a un sintetizzatore impostato sull’ottava bassa. I cinque poi aggiungono alla propria stramba miscela strumenti come un pianoforte giocattolo, percussioni varie ed effetti di ogni genere, tra cui un allarme antincendio! Viene deciso subito anche il nome della band: The B-52’s, in riferimento alla acconciatura femminile “ad alveare” tipica degli anni ’50, che ricordava anche la forma dell’omonimo bombardiere americano Stratofortress prodotto a partire dal 1955. Di conseguenza poi i membri del gruppo adottano vestiti e capigliature in linea con il nome scelto: sul palco regnano colori sgargianti e abiti eccentrici, capelli cotonati e occhiali da sole dalla forma improponibile, materiale recuperato in gran parte in negozi dell’usato. Iniziano a suonare ovunque ad Athens e velocemente allargano i propri confini iniziando a farsi conoscere tra le band uscenti dalla fulminante epopea punk.

La vera svolta arriva però nel 1978, quando il gruppo registra in maniera indipendente il danzereccio e irresistibile singolo Rock Lobster, pubblicato poi dalla DB Records, che in pochissimo tempo diventa un tormentone underground e porta i The B-52’s ad esibirsi in locali storici di New York come il CBGB e il Max’s Kansas City. Il b-side del singolo è occupato da 52 Girls ed entrambi i brani finiranno sul disco di debutto della band l’anno successivo, in una versione che differisce da quella pubblicata da DB Records per esecuzione e accordatura.
Negli anni in cui un brano azzeccato poteva ancora cambiare la vita di un’artista i The B-52’s volano sulle ali del successo di Rock Lobster e si guadagnano le attenzioni di sua maestà Chris Blackwell, patron della leggendaria Island Records, con il quale si trasferiscono alle Bahamas, precisamente a Nassau, per registrare il proprio album di debutto all’interno dei Compass Point Studios. I cinque giovani musicisti rimangono spiazzati dalla produzione di Blackwell, che vuole mantenere il sound del gruppo quanto più aderente alla dimensione live, esplosiva ed imprevedibile. Ciò si traduce con l’assenza quasi totale di sovraincisioni e il divieto di effettuare ritocchi ed aggiungere effettistica in post-produzione.
Quello che esce dai solchi di The B-52’s, pubblicato il 6 luglio del 1979 su Warner Bros Records, è lo stesso suono che i ragazzi di Athens avevano proposto in quella festa tra amici di due anni prima e pure le canzoni sono le stesse che i cinque suonarono quella stessa sera.
L’immagine con cui i musicisti si presentano è fortissima e già l’iconica copertina setta il mood che la musica si occuperà di descrivere al meglio. È il kitsch a regnare sovrano nell’estetica dei The B-52’s ed esso si riverbera anche nei testi dei nove brani dell’album, che giocano continuamente con i clichés della musica anni ’50, tra vocalizzi doo-wop e incisi boogie intrisi di buoni sentimenti, ma anche storie di donne indipendenti ed esotismi nostalgici.
Ma ancora più forte dell’estetica kitsch è la costante impressione di divertimento che la musica del quintetto è capace di evocare: sebbene la maggior parte dei brani si basi su taglienti riff di chitarra di matrice (post) punk e siano presenti effetti riconducibili a una dimensione fantascientifica d’antan, il ritmo imbastito dalla band è sempre fortemente ballabile e gli interventi canori non hanno mai la pretesa di essere presi sul serio, preferendo concentrarsi sulle potenzialità ironiche dei rispettivi timbri vocali piuttosto che sulla perfetta intonazione o sulla creazione di linee melodiche accattivanti; ecco che ad esempio Kate Pierson si esibisce spesso in urla strozzate e gorgheggi acutissimi al limite del circense, come in Dance This Mess Around o in Rock Lobster, con risultati non dissimili da quelli che, in Inghilterra, stava sperimentando Eve Libertine coi suoi Crass, i quali avevano pubblicato l’album di debutto l’anno precedente e giusto nell’agosto del ’79 avrebbero pubblicato il secondo disco.
L’arlecchinesco cabaret punk che i The B-52’s mettono in piedi si basa su un costante alternarsi di melodia e dissonanza, dove la chitarra con accordature alternative (spesso suonata anche solo con quattro o cinque corde) di Ricky Wilson si produce in ripetitive sequenze accordali comparabili a quelle che, nello stesso periodo, uscivano dalle mani di Bernard Sumner e che avevano marchiato a fuoco il disco più funereo che la Londra del giugno ’79 avesse mai ascoltato: Unknown Pleasures. Alla chitarra si affiancano l’organo e le tastiere, che insieme alla batteria marziale suonata da Keith Strickland, contribuiscono a creare quell’aria di sghembi movimenti robotici che i nostri dovevano aver assimilato dai pionieri Pere Ubu: il capolavoro del collettivo di Cleveland, Modern Dance, non a caso era datato gennaio 1978. Il risultato complessivo della musica contenuta in The B-52’s è dunque un concentrato di stilemi 50’s filtrati dall’esperienza del punk, ma proiettati in un futuro incerto e utopistico, immaginato con fervida fantasia bambinesca da un gruppo di ragazzi ispirati da serie televisive come The Twilight Zone e The Jetsons. Un mix lontano tanto dal post punk di realtà come P.I.L. e Wire quanto dalla new wave di band come Talking Heads e Gang Of Four e in un momento storico-artistico nel quale tutto era messo in discussione il gruppo di Athens rimaneva un giocoso e poco inquadrabile scherzo musicale, al quale era assimilabile solamente un altro collettivo di sbandati di Akron, Ohio: i Devo, autori di un disco altrettanto difficilmente classificabile uscito giusto nel ’78.
Tornando a The B-52’s, i nove brani che compongono i quaranta minuti scarsi dell’album sono tutti piccole pietre miliari, che in un modo o nell’altro influenzeranno molti artisti degli anni ’80, tra cui il redivivo John Lennon, il quale proprio nel 1980 definì i The B-52’s la sua band preferita e Rock Lobster il brano responsabile del suo ritorno sulle scene con Double Fantasy, ovvero il suo ultimo album pubblicato in vita, tre settimane prima del suo assassinio.

L’apertura affidata a Planet Claire, coi suoi suoni cosmici e spaziali sembra fare il verso a quella Astronomy Domine che segnò l’ascesa dei Pink Floyd nel lontano 1967; tastiere e sintetizzatori reggono la scena e la voce bassa e salmodiante di Fred Schneider descrive l’incontro con una donna dalle fattezze misteriose proveniente nientemeno che da un altro pianeta disperso nella galassia. Sul finale si può ascoltare il tema di Peter Gunn, brano composto da Henry Mancini nel 1958 come colonna sonora per l’omonima serie televisiva. L’atmosfera onirica viene spezzata dal ritmato boogie-woogie di 52 Girls, dove la chitarra tesa e meccanica sostiene le stilettate vocali di Cindy Wilson, ma è solo un momento rassicurante che anticipa gli umori schizoidi della già citata Dance This Mess Around, composta di movimenti ciclici e ripetitivi sui quali le voci dei tre cantanti sono libere di svisare a piacimento, producendo un risultato alienante, coerente con il periodo storico che il gruppo americano stava vivendo, così tanto foriero di cambiamenti artistici e sociali.
È il turno dunque della celebre Rock Lobster, il cui riff di chitarra dal sapore surf rock costituisce di fatto uno di quegli istanti musicali capaci di segnare un momento topico, musicale e culturale: in questi abbondanti sei minuti la band riesce a mettere in scena il proprio concetto di divertimento in musica, l’immagine dell’aragosta presente nel titolo prende vita attraverso le ripetizioni chitarristiche e il drumming schizzato, mentre Schneider ancora una volta si mantiene sui registri bassi e le due cantanti mettono in campo il loro lato più civettuolo unito a quello più sboccato, arrivando al culmine nelle urla laceranti che chiudono il brano. Tantissimi artisti hanno coverizzato Rock Lobster, alcuni l’hanno campionata e nella cultura di massa il brano è tornato nuovamente alla ribalta nel 2005 grazie alla parodia che ne venne fatta nella serie tv Family Guy. In definitiva un monumento musicale che è impossibile non conoscere e che ancora oggi viene suonato dai The B-52’s, i cui membri sono rimasti gli stessi fin dal 1976.
Il resto della scaletta procede su binari sempre ottimi, forse meno sorprendenti nel caso di brani come Lava e Hero Worship, che richiamano alla mente certe suggestioni figlie dei Velvet Underground, con Cindy Wilson che porta alle estreme conseguenze gli sforzi della sua ugola nel secondo caso, ma episodi come l’obliqua e sognante There's A Moon In The Sky (Called The Moon) o la puramente punk – con introduzione à la Ramones annessa – 6060-842 alzano nuovamente l’asticella. La seconda poi alterna momenti veloci e rabbiosi con sezioni percussive al limite della world music per un risultato esaltante nella sua brevità.
L’album si chiude con la cover di Downtown, successone pop del 1964 composto da Tony Hatch e cantato da Petula Clark, interpretato negli anni, fra gli altri, da Dolly Parton, Frank Sinatra e Björk (curiosità: la stessa Petula Clark registrò una versione di questo brano in italiano, che venne presentata in televisione nel ’65 da Mike Bongiorno e Giorgio Gaber). La band di Athens sveste il brano della drammaticità originaria e lo trasfigura in un divertissement acid-pop sinuoso e inquietante. Una chiusura perfetta per un disco clamoroso, che in linea con la parabola di stramberie inaugurata dal quintetto non ebbe successo in patria, ma nell’allora più ricettiva Inghilterra e curiosamente in Australia, dove raggiunse la terza posizione nelle classifiche di vendita.

The B-52’s fu l’inizio di una carriera tanto folgorante quanto in veloce declino: come già detto la band è in attività ancora oggi, ma a livello discografico le vette innovative dell’album di debutto non furono mai più raggiunte; il seguente Wild Planet, guidato dal singolo Private Idaho, ebbe un buon riscontro di critica e pubblico, ma in seguito i dischi del gruppo calarono drasticamente di qualità, paradossalmente anche a causa della collaborazione con il guru della new wave David Byrne, che cambiò drasticamente le coordinate stilistiche e sonore dei The B-52’s.
Tutto questo non toglie però che in quel biennio magico che va dal 1978 al 1980 cinque sconosciuti ragazzi della Georgia riuscirono a sconvolgere la scena musicale alternativa, seminando quei germogli che fioriranno poi nelle seguenti decadi sotto forma di band come Pixies e R.E.M. e dando vita a un piccolo grande culto tra gli appassionati delle sonorità deviate figlie del punk; culto che perdura tuttora, con il suo fascino irresistibile e spensierato, capace di stimolare il sorriso e il divertimento in chiunque provi ad avvicinarvisi.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
81.6 su 5 voti [ VOTA]
tartu71
Domenica 4 Ottobre 2020, 11.16.44
4
insieme a cosmic thing vera bomba
Madlegion71
Giovedì 1 Ottobre 2020, 7.39.51
3
Un album unico, che conserva inalterata la sua freschezza dopo oltre 40 anni. L'etichetta di party band a loro affibiata dalla critica, è forse una delle poche davvero azzeccate a livello stilistico. Dai, è impossibile restare immobili quando si viene travolti dalla loro musica, così spensierata ed a modo suo perfettamente sgangherata.
Awake
Martedì 29 Settembre 2020, 16.01.03
2
Kate Pierson voce da pelle d'oca...
Diego75
Lunedì 28 Settembre 2020, 21.36.52
1
Li ho sempre trovati geniali e molto simpatici...poi la cantante rossa ha una voce bellissima!
INFORMAZIONI
1979
Warner Bros/Island
Post Punk
Tracklist
1. Planet Claire
2. 52 Girls
3. Dance This Mess Around
4. Rock Lobster
5. Lava
6. There's A Moon In The Sky (Called The Moon)
7. Hero Worship
8. 6060-842
9. Downtown
Line Up
Kate Pierson (Voce, Organo, Tastiera, Chitarra su tracce 2,7)
Fred Schneider (Voce, Walkie-Talkie, Campanaccio, Toy Piano su traccia 3, Tastiera su traccia 7)
Cindy Wilson (Voce, Bonghi, Tamburello, Chitarra su traccia 6)
Ricky Wilson (Chitarra, Effetti)
Keith Strickland (Batteria, Percussioni)
 
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