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The Marshall Tucker Band - The Marshall Tucker Band
07/10/2020
( 343 letture )
Secondo alcuni critici, la Marshall Tucker Band è subito dopo o anche assieme a The Allman Brothers Band e Lynyrd Skynyrd, la più importante formazione southern rock di sempre. Questo già ci dice qualcosa. Nati per volontà del leader Toy Caldwell, chitarrista e cantante, oltre che quasi esclusivo compositore del gruppo, i nostri provengono da Spartanburg in South Carolina e sono il risultato finale di numerosi anni di formazione nella seconda metà degli anni Sessanta. E’ in questo periodo infatti che Caldwell, già all’opera con altre band sin dall’inizio del decennio, forma i Toy Factory, all’interno dei quali gravitano a fasi alterne molti dei musicisti che daranno poi vita alla Marshall Tucker Band. Il gruppo vive di fasi alterne e viene messo in naftalina quando Caldwell e altri componenti vengono arruolati a mandati in Vietnam. Dopo il congedo, i nostri si ritrovano di nuovo a casa e decidono di riprendere esattamente da dove avevano lasciato, ma con qualche novità: gli anni di formazione sono finiti ed è arrivato il momento di fare sul serio. Essersi procurati serate di spalla alla Allman Brothers Band e a Wet Willie, altro nome fondamentale del southern primevo, è solo il primo passo. Stabilizzata la line up e seguito il consiglio proprio del frontman dei Wet Willie di provare a suonare a Macon (guarda caso, la casa base dei fratelli Allman), la Marshall Tucker Band riuscirà ad attirare l’attenzione del produttore Paul Hornsby, grazie alle sue roventi esibizioni dal vivo, il quale assieme a Buddy Thornton registrerà il primo demo della band e la sottoporrà alla Capricorn Records per il contratto. E’ l’inizio ufficiale della Leggenda.

A proposito di leggenda, colpisce fin da subito che il nome prescelto non fosse in realtà proveniente da nessuno dei membri del gruppo. Si dice infatti che questo fosse stato scelto in maniera abbastanza casuale: vista un’etichetta attaccata su una parete del magazzino che fungeva da sala prove per la band e riportante il nome Marshall Tucker i ragazzi pensarono che visto che provavano sempre in quel posto, sarebbe stato divertente chiamarsi appunto Marshall Tucker Band. Solo dopo, vennero a sapere che quel nome apparteneva ad un musicista cieco, un pianista, che aveva affittato un piano in quella sala prove per una serata e che quell’etichetta era appunto stata apposta per segnalare che il piano era stato dato al sig. Tucker. Il quale peraltro continuò la sua carriera da solista, forse senza neanche rendersi conto che il suo nome stava facendo il giro degli Stati Uniti portandosi dietro una band che nulla aveva a che fare con lui. Leggende del Rock, appunto. I sei comunque avevano le idee ben chiare e, soprattutto, un vero motore come Toy Caldwell, che scrisse tutto il materiale per il disco di debutto, pubblicato nell’aprile del 1973, ovverosia quattro mesi prima del debutto dei Lynyrd Skynyrd. Questo giusto per dare conto dell’importanza di questa grandissima band, non solo in senso assoluto, ma anche in relazione alla strutturazione e nascita del southern rock.

The Marshall Tucker Band è un album di debutto col botto, diciamolo subito, per qualcuno addirittura il disco più bello della band. E’ indubbiamente un ottimo punto di partenza anche per chi volesse approcciarli: qua troverà non solo alcuni dei loro più grandi classici, ma anche tutto il sound e le influenze che resero la Marshall Tucker Band uno dei monumenti del genere e una delle band americane più amate in assoluto in patria. Rispetto ad altri gruppi, si segnalava la presenza abbastanza peculiare di un flautista traverso, che all’occorrenza sapeva darsi da fare anche con altri strumenti a fiato e il doppio cantato, con Doug Gray che fungeva da cantante principale, pronto però a lasciare il proscenio a Toy Caldwell, il quale d’altro canto utilizzava nel suonare la sua Gibson una tecnica particolare che prevedeva un abbondante utilizzo del pollice destro per pizzicare le corde. Musicalmente, il gruppo doveva senz’altro molto alla Allman Brothers Band, mutuandone la particolarissima mistura di blues, rock, hard rock, country e jazz, con una grande propensione alla jam dal vivo e quindi alle strutture aperte e all’improvvisazione. Un tratto questo che, unito ad arrangiamenti particolari e molto ricercati che mettevano in luce tanto il flauto quanto le tastiere suonate dallo stesso produttore Paul Hornsby, donava un flavour particolare al sound del gruppo, che qualcuno avvicinerà addirittura al progressive. La particolare mistura creata dalla band si segnala comunque per una grande rotondità, una morbidezza e una relativa tranquillità derivante da una preponderante ispirazione country, che contribuiscono a dare una personalità unica al gruppo, assieme agli elementi già segnalati. L’apertura di Take the Highway dona già una prima evidente demarcazione musicale, con qualche reminiscenza della Midnight Rider della Allman Brothers Band, il particolare utilizzo di tastiere e flauto, la bella e calda voce di Gray e lo splendido doppio assolo di flauto e chitarra. Molto particolare anche l’arrangiamento della coda strumentale in chiusura che giustifica appunto il riferimento al progressive. Tempo per il classico immortale della band, qua nella sua prima versione, con la chitarra acustica ad accompagnare la roca e vibrante voce di Caldwell (anch’essa reminiscente lo stile di Gregg Allman): Can’t You See è uno dei brani più famosi di tutto il genere southern e uno dei più amati e passati tutt’oggi dalle radio americane. Il perché è tutto nella musica: basta ascoltare. Con questi due brani la Marshall Tucker Band ha già stabilito la propria grandezza, ma non per questo il resto che segue è di minor valore: Losing You è una ballad in chiara salsa country, molto dolce e con uso della slide chitarra, nella cui parte centrale, però, l’arrangiamento vira fortemente verso il club jazz con piano e sassofono a gettare una pennellata inconsueta e molto particolare. Il ritmo si rialza decisamente con Hillbilly Band, rock di impatto con la sezione ritmica in grande spolvero, violino e chitarra a briglia sciolta e le armonizzazioni vocali a condire una gran canzone, spensierata, divertente e suonata alla grandissima. Ancora atmosfere vicine al country per See You Later, I’m Gone, brano morbido nel quale tutto il gruppo offre una gran bella prestazione, a cominciare da Tommy Caldwell al basso (e alla batteria) e che però non lascia particolare segno di se. Decisamente più vivace Ramblin’, con ancora i fiati in bella vista e Toy Caldwell che tira fuori una serie di assoli da urlo per gusto e tecnica: è proprio qua che si può apprezzare al meglio la particolare maestria del chitarrista, in pieno stato di grazia e, ancora, la bella voce di Gray. My Jesus Told Me è un blues/soul tipicamente settantiano, con ancora una volta un arrangiamento molto particolare e se il titolo già ci dice di cosa parla la canzone, c’è da sottolineare ancora una volta la grande qualità musicale e strumentale della band, che gestisce con naturalità il coro gospel e le innumerevoli sfaccettature di arrangiamento, senza per questo perdere la propria personalità e la natura di rock band. L’album originale veniva a questo punto chiuso da AB’s Song, dolcissima ballata acustica da un minuto e mezzo cantata da Caldwell per l’amata Abbie: un vero gioiellino. Le successive ristampe, conterranno invece una vera e propria chicca: una versione dal vivo di oltre dodici minuti di Everyday (I Have the Blues), registrata al Winterland Auditorium durante il tour di quello stesso anno. Imperdibile testimonianza del tiro che il gruppo aveva sul palco e della grandezza di questi musicisti e di uno scatenatissimo Caldwell, risulta tiratissima e piacevole oggi come allora.

Già dalla copertina, The Marshall Tucker Band ci indica un genere e un periodo di appartenenza ben precisi. Forse il tempo ha un po’ segnato i solchi di questo grandissimo album, rendendolo un bellissimo affresco di un’epoca gloriosa che ha visto il Sud degli Stati Uniti protagonista di una vera e propria rivoluzione musicale e anche attitudinale. Eppure, pur in presenza di qualche brano leggermente meno interessante, questo album di debutto resta a tutt’oggi monumentale e godibilissimo, proprio grazie alla sua classicità che in fin dei conti viene semplicemente esaltata dai quasi cinquant’anni trascorsi nel frattempo. Tracce come Take the Highway, Can’t You See, Hillbilly Band e Ramblin’ sono pezzi di storia del rock statunitense e con essi la leggenda della Marshall Tucker Band, che resiste a tutt’oggi, anche se col solo Doug Gray ancora al timone e una freschezza compositiva che purtroppo dopo la grande epopea dei seventies e con la prematura morte di entrambi i fratelli Caldwell, come da eterna maledizione del southern, non è mai davvero tornata. Ma qua, signori, si ascolta una terra che parla attraverso la sua più grande eredità: il blues, il rock, il country e il jazz. Tutto in un disco e in mano a musicisti e compositori di grande qualità. Provate a mettere questo album mentre guidate e capirete come anche una strada della provincia italiana può improvvisamente trasformarsi in una rovente autostrada del deserto, con mandrie di longhorns e coyotes che ululano in lontananza. Imperdibili.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
78 su 2 voti [ VOTA]
Graziano
Mercoledì 21 Ottobre 2020, 22.06.19
6
Band e disco spettacolari.
Rasta
Giovedì 8 Ottobre 2020, 18.55.50
5
Dimenticavo: TOY CALDWELL voce estremamente espressiva come tutti i cantanti dei grandi gruppi Southern. E chitarrista non da meno.
Fabio Rasta
Giovedì 8 Ottobre 2020, 16.59.31
4
Bravo Lizard, pezzi come Can't You See rappresentano quei classici capolavori di tre accordi che valgono un'intera carriera. Recensione bella e doverosa. Particolare il flauto in un genere grezzo come il Southern, ma come gli ALLMAN, diciamo che non è puro Southern. Come tu ben sai, il genere verrà definito una volta x tutte lo stesso anno dal capolavoro degli SKYNYRD. /// Non conoscevo l'aneddoto del nome. Anche Leonard Skinner ha condiviso il destino di ignara fama col signor Tucker. Skinner, oltre ad aver ispirato un personaggio dei Simpson, so che a un certo punto mise anche una enorme targa fuori dalla porta. Americani...! ...xò che Musica che han fatto, gli Americani!
Flean
Giovedì 8 Ottobre 2020, 15.06.24
3
Non si dice "più bello". Al massimo il migliore...
Voivod
Giovedì 8 Ottobre 2020, 14.47.06
2
Finalmente! Qualcuno che si ricorda della M.T.B.! Ottimo esordio, ma con "Where We All Belong" e soprattutto con "Searchin' for a Rainbow" faranno molto meglio! Una band da riscoprire...e non solo per i fan del southern!
Galilee
Giovedì 8 Ottobre 2020, 13.48.26
1
Super disco. Un classico del southern rock
INFORMAZIONI
1973
Capricorn Records
Southern Rock
Tracklist
1. Take the Highway
2. Can't You See
3. Losing You
4. Hillbilly Band
5. See You Later, I'm Gone
6. Ramblin'
7. My Jesus Told Me So
8. AB's Song
9. Everyday (I Have the Blues) *

* Bonus Track Live
Line Up
Doug Gray (Voce, Percussioni)
Toy Caldwell (Chitarra, Steel Guitar, Voce su tracce 2,4,8)
George McCorkle (Chitarra, Chitarra Acustica, Percussioni)
Jerry Eubanks (Flauto, Sassofono, Cori)
Tommy Caldwell (Basso, Cori, Batteria su traccia 5)
Paul Riddle (Batteria)

Musicisti Ospiti
Paul Hornsby (Produttore, Piano, Piano elettrico Fender Rhodes, Organo Hammond, Moog)
 
RECENSIONI
 
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