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Hark from the Tomb - Let Them Die
20/10/2020
( 313 letture )
Le frasi promozionali affermano che i membri dei Hark from the Tomb “condividono una storia nella scena black metal svedese che è iniziata fin dagli anni 90”: peccato che ci si risulti impossibile tirare a indovinare chi siano, visto che i loro nomi non sono stati ancora rivelati da nessuna parte. Con così poche informazioni, possiamo solo basarci su quello che viene mostrato nel loro debutto, Let Them Die, cioè un tipo di black metal talmente old-school e ripetitivo nella propria brevità di appena mezz’ora che effettivamente sembra un disco registrato negli anni novanta.

Bring Forth Armageddon mostra fin dall’inizio che il gruppo non ha esattamente assi nella manica da giocare: la canzone è un semplice esempio di black metal lineare con ritmiche mosce in d-beat e tipiche progressioni melodiche sentite e risentite in maniera piuttosto abbondante negli album dei Dissection e dei Satyricon: oltre ai due nomi citati, possiamo anche aggiungere Gorgoroth per l’uso di dissonanze nei ritornelli e Necrophobic per le scelte ritmiche. Il resto dell’album segue più o meno gli stessi stilemi, mostrando più influenze di gruppi come i Marduk e Burzum alternando blast-beat e sezioni più lente a cadenze regolari, quasi, se non del tutto prevedibili. Le doppie linee di chitarra seguono semplici power-chord o fraseggi che seguono scale/arpeggi, a volte a distanza di un semitono (No Longer Human), quindi tutt’altro che varie. Neanche la produzione riesce a valorizzare i pezzi: voce e batteria soffrono di un eccesso di riverbero che fa quasi sparire il resto degli strumenti (tra l’altro, lo scream risulta stanco e quasi sussurrato). Un altro punto a sfavore sono i testi, delle semplici odi alla distruzione del genere umano, composte da un linguaggio convenzionale a base di rime e con parecchi errori di sintassi o di lessico che mostrano poca padronanza della lingua inglese, come dimostra questa quartina.

His voice in every ear that hears me
His face in every eye that sees me
His thoughts in every heart of all who think of me
His will made flesh for all to see
(Hark from the Tomb, “His Will Made Flesh”


Un disco piatto, che esaurisce il proprio interesse ben prima che venga raggiunta l’ultima traccia. Musicalmente, è un miscuglio di cliché presi a piene mani dai vari nomi che già conosciamo e che vengono riproposti pedissequamente così come ce li ricordiamo. Non si può nemmeno parlare di effetto nostalgia, visto che la produzione, pur frettolosa, è chiaramente digitale, nonostante la registrazione appaia come una presa diretta. La copertina, composta da carboncino su tela, sembra spiegare alla perfezione la desolazione compositiva che regna attraverso le canzoni di questo album: se non altro, ha il pregio di non durare eccessivamente.



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
72.5 su 2 voti [ VOTA]
Stagger Lee
Mercoledì 25 Novembre 2020, 18.41.40
1
Io non l'ho trovato così pessimo. Sono sicuramente molto derivativi ma il disco si fa sentire. Per me è una sufficienza, diciamo sul 60/65.
INFORMAZIONI
2020
Autoprodotto
Black
Tracklist
1. Bring Forth Armageddon
2. His Will Made Flesh
3. Let Them Die
4. No Longer Human
5. Blood of the Lamb
6. Contamination of a Species
7. Plague, War, Death
8. Feeding His Hungering Flames
9. Final Prayer
Line Up
Sconosciuta
 
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