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Marillion - Seasons End
24/10/2020
( 725 letture )
Seasons End è un disco difficile, estremamente difficile da trattare. Quando si ha tra le mani il classico punto di rottura, che sia per un cambiamento di formazione, di stile o quant’altro, non è mai in discesa parlarne nel modo più asettico possibile. Nel 1989 -l’anno di uscita di Seasons End- non solo la nostra musica preferita proponeva opere spiazzanti e travolgenti come in pochi altri generi, ma i Marillion erano proprio tra coloro su cui fare affidamento. Ecco quindi che il cambio da Fish a Hogarth si è sentito, almeno “spiritualmente” e nella dialettica storica, direbbe Hegel. Ciò che invece bisogna fare è qui comprendere fino a che punto questo cambio abbia intralciato o meno l’operato della band proprio in questa transizione musicale.
In formazione ritroviamo un quartetto ancora oggi monolitico e conosciuto: Rothery, Kelly, Trewavas e Mosley. Come già detto, il buon vecchio Fish da quest’album in poi verrà però sostituito da Steve Hogarth, seppur la sua presenza sarà subdolamente presente lungo tutto il platter in questione, avendo egli composto già parte della musica di Seasons End e di altri brani che verranno ripresi più avanti dalla band. Immergendoci però nella musica vera e propria, eccoci in un tripudio di emozioni differenziate tra loro, idee che ancora oggi funzionano tanto quanto lo facevano all’epoca e soprattutto di romanticismo progressive su cui gruppi come i Dream Theater hanno costruito una discografia negli anni a venire.

Season's End inizia pacato con The King of Sunset Town, brano dedicato al massacro di Tienanmen avvenuto proprio nell’8 e continua poi con la romantica -soprattutto nel guitarwork solistico- Easter, dedicata alla situazione in Irlanda del Nord, e sviluppata musicalmente in un tempo in 4/4 sognante ma al contempo quadrato, con quel basso così calzante e coerente da voler subito farci immergere nella traccia successiva. Ecco allora una batteria dal groove di una marcia militare che ci porta per mano nelle linee di basso, di chitarra e infine proprio nelle linee vocali di Hogarth. Bisogna ammettere senza troppi rimorsi che sono proprio il suo timbro e la sua destrezza vocale a donare sfumature uniche ai pezzi, specialmente a questi brani più diretti e convinti in cui non ci si perde in fronzoli di sorta, se non per qualche bridge più soffice. Ancora più evidente la bravura tanto di Hogarth quanto di tutta la formazione quando si ascolterà la title track, da godersi secondo dopo secondo. Dall’accompagnamento di piano sino al solo di chitarra a dir poco magistrale per scrittura e per esecuzione, passando per l’ultimo terzo della composizione con le sue tonalità tribali che si incarnano in passaggi sofisticati richiedenti numerosi ascolti per un’esegesi quantomeno sufficiente dell’opera. Emozioni così sincere verranno riprese anch’esse in passaggi barocchi di grupponi tripla A negli anni ‘90, eppure i Marillion le inseriscono già qui senza troppi problemi: avanguardistici? Appassionanti è il termine più corretto, a mio avviso.
Quando poi si è citato il basso di Trewavas in realtà non si era manifestato ancora nella prestazione mozzafiato in Holloway Girl, accompagnatore ufficiale delle note vitalistiche di questi brevi ma intensi minuti di musica pomposa e variopinta. Eppure è forse Berlin il pezzo più affascinante e completo sotto ogni punto di vista, quello insomma capace di far comprendere ancora nel 2020 di cosa è capace il progressive rock fatto con la testa e con il cuore nello stesso studio. La traccia è sorretta da potentissime esplosioni annunciate da lenti climax strumentali, da un Phil Todd al sassofono che dà quel tocco jazz fino alla pausa inaspettata che farà sussultare per un attimo. Il rullante terremotante e nuovamente bellico di Mosley passa il microfono a delle linee vocali delicate, sussurrate tanto quanto l’arpeggio chitarristico che richiamerà il leitmotiv. Poi ancora una grancassa chirurgica e un Hogarth che annichilisce ogni dubbio in una sezione di pura catarsi canora. Il brano migliore? Il più emotivamente d’impatto? Una cosa è certa, Berlin è una composizione completa e saprà soddisfare non solo ogni tipo di orecchio ma anche di ogni età. Senza considerare l’interesse politico e sociale sempre presente nei testi dei Marillion (in Berlin decisamente intuibile) che toccano proprio non solo nel concept stesso dell’album il riscaldamento globale, ma anche situazioni politiche da occidente fino a oriente, eventi di cronaca e chi più ne ha più ne metta. Una band insomma che ha sempre saputo il fatto suo. Un piccolo neo potrebbe sorgere con After Me, troppo mielosa forse, ma di sicuro non noiosa se considerata nell’intera offerta di Seasons End. Molto rock e ficcante Hooks in You, il lavoro di chitarra è l’antitesi della complessità ma, allo stesso tempo, della banalità. Il ritornello è corposo, ben registrato e di sicuro entrerà nella testa degli ascoltatori in poche riproduzioni. Inizio invece quasi da Queen quello della conclusiva e bellissima The Space, un brano pieno di pathos, intriso di pesantezza e di tempistiche che vengono trascinate avanti a fatica. Le armonie pesanti saranno quasi claustrofobiche per alcuni, fino al finale sentito, sensazionale e coerente con questo nichilismo armonico presentato da questa canzone superba capace di stringerci i polmoni a mani nude.

Cosa si può dire dunque, riassumendo, di un album come Seasons End? Che seppur non è un concept album dall’altissima caratura come ci hanno abituato proprio i Marillion, funziona e lo fa nel migliore dei modi nella sua componente più importante: la musica nuda e cruda. Oggi come allora Hogarth riesce a dire la sua, a portare il suo personale modo di cantare, le sue idee e la sua freschezza che per nulla sfigurano se confrontate con altri lavori del gruppo precedenti al cambio di formazione. Proprio per tale motivo, nonostante piccole sbavature come pezzi meno d’impatto e più quadrati rispetto ad altri quasi mozzafiato e 100% progressive, Seasons End può essere descritto come uno degli album di transizione meglio riusciti a cui ci si può approcciare ancora oggi, anche solo per capire quanto profondamente una band come i Marillion abbiano imposto la loro presenza nella storia della musica.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
88.25 su 8 voti [ VOTA]
Hellion
Sabato 31 Ottobre 2020, 10.02.39
15
Disco bellissimo, c'è Easter, quindi.
Cipmunk
Mercoledì 28 Ottobre 2020, 8.44.20
14
Qualche pezzo decente si trova...mA La magia è andata completamente persa.. Da Marillion a Merdillion é stato un attimo...
Claudio
Martedì 27 Ottobre 2020, 17.48.58
13
Bellissimo
alifac
Lunedì 26 Ottobre 2020, 13.53.11
12
Album splendido... e pensate che a distanza di 31 anni H riesce ancora a cantare The Space nella stessa tonalità...
Le Marquis de Fremont
Lunedì 26 Ottobre 2020, 12.56.16
11
Un album che avevo ascoltato all'epoca con una grandissima curiosità dopo l'epocale cambio Fish/Hogarth. E mi ricordo di averlo letteralmente consumato, tanta la bellezza dei brani con Easter e la title track, a mio avviso, su tutte. Ma anche il resto è di altissimo livello. Ma appunto, di "altissimo livello" è tutta la discografia dei Marillion. Qui Hogarth tira fuori una prestazione eccellente e soprattutto su pezzi, come detto nella recensione, in parte scritti da Fish. Non si può non avere questo disco. Au revoir.
Stagger Lee
Domenica 25 Ottobre 2020, 13.02.37
10
Per me è un bel disco.. la delusione vera fu quello successivo.
Angus71
Domenica 25 Ottobre 2020, 12.16.13
9
Sono uno di quelli che rimasero spiazzati (eufemismo) dall'allontanamento di fish. Però non si può negare che questo sia un superdisco. 80
Sadwings
Domenica 25 Ottobre 2020, 11.05.34
8
Contiene dei capolavori quindi concordo con la recensione
Aceshigh
Sabato 24 Ottobre 2020, 20.34.16
7
Disco grandioso. Non sfigura affatto con i precedenti, anche se diverso; ma segni di cambiamento a mio parere si intravedevano già nel bellissimo Clutching at Straws. Comunque a tutt’oggi rimane uno dei miei preferiti con Hogarth, insieme a Brave e Afraid of Sunlight. Ad avercene di pezzi come Holloway Girl, The King of Sunset Town o Seasons End. E poi c’è Easter: che meraviglia! Una delle loro canzoni più belle di sempre. Voto 89
d.r.i.
Sabato 24 Ottobre 2020, 19.10.35
6
iTunes me lo ha messo il t9 dell’iPad
d.r.i.
Sabato 24 Ottobre 2020, 19.07.30
5
Bello ma indipendentemente dall’abbandono di Fish questo è iTunes genere diverso dai Marillion precedenti. Voto 75
Lizard
Sabato 24 Ottobre 2020, 16.59.04
4
Bellissimo disco, nel quale comincia a far capolino la vena pop di Hogarth. All’epoca fu uno shock per molti e certo si capisce il perché. È appunto un album di transizione...ma averne di album così, con canzoni così. Hanno fatto e faranno di meglio, ma l’ammirazione per un gruppo che ha saputo fin da subito prendere una strada diversa dalla precedente con una qualità così alta, è immensa.
Rob Fleming
Sabato 24 Ottobre 2020, 16.13.31
3
Ricordo distintamente la recensione che lessi a suo tempo: "Seasons End sta a Fugazi come Abacab sta a Selling England". Corsi ad acquistare Fugazi amando Selling England alla follia. Poi intorno al '92 il video di Sympathy girava ovunque e il nuovo cantante dei Marillion non mi sembrava male. E così, avendo scoperto con Brave e Afraid of Sunlight che il gruppo mi piaceva (volendo anche di più di quello di Fugazi), trovandolo a poche lire lo comprai. Quel giornalista possa avere 37.3 tutta la vita! Seasons End è un album bellissimo, altro che Abacab. Seasons End, Space, Easter sono pezzi eccellenti. 80
entropy
Sabato 24 Ottobre 2020, 13.44.15
2
Per me è splendido, e regge benissimo il confronto con i suoi predecessori.
Fabio74
Sabato 24 Ottobre 2020, 13.40.13
1
'uno degli album di transizione meglio riusciti' in una frase si riassume la validità di questo lavoro, da cui scaturiranno capolavori come Brave e Marbles. Un gruppo che ha mantenuto , pur mutando, livelli altissimi sia con Fish, che personalmente non ho mai amato troppo per il suo scimmiottare Gabriel, sia con Hogart forse molto più sincero e genuino del predecessore.
INFORMAZIONI
1989
EMI
Prog Rock
Tracklist
1. The King of Sunset Town
2. Easter
3. The Uninvited Guest
4. Seasons End
5. Holloway Girl
6. Berlin
7. After Me
8. Hooks in You
9. The Space
Line Up
Steve Hogarth (Voce)
Steve Rothery (Chitarra)
Mark Kelly (Tastiera)
Pete Trewavas (Basso)
Ian Mosley (Batteria)

Musicisti ospiti
Jean-Pierre Rasler (Ottoni nella traccia 2)
Phil Todd (Sassofono nella traccia 6)
 
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