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Trouble - Plastic Green Head
31/10/2020
( 599 letture )
1995.
I Trouble, alfieri e pionieri del doom metal, pubblicano il loro sesto album: Plastic Green Head sotto l’egida della Music for Nations, terza etichetta della loro travagliata carriera discografica. Infatti se negli anni ottanta la band milita nella scuderia della Metal Blade, già con l’omonimo disco del 1990 passa alla Def American di Rick Rubin dove di fatto avviene una mutazione di genere che già si percepiva a livello embrionale nei primi dischi. Il sound doom metal degli esordi lascia spazio a un metal molto più vicino allo stoner, intriso di psichedelia, con suoni e produzione più scarni ed essenziali di matrice hard and heavy anni settanta. Inutile dire che quell’enorme cambiamento di sensibilità e suoni nella musica metal e rock mainstream, quel desiderio di rinnovarsi e di uscire dai canoni, che già si avverte a fine anni ottanta non lascia indifferenti i Trouble e gioca una parte non secondaria nelle loro scelte. Rubin da parte sua lo capisce all’istante e permette agli artisti di sperimentare le soluzioni stilistiche che ritengono più opportune dando loro l’occasione di maturare. I due album prodotti sotto la sua ala pur abbandonando il doom per un genere molto vicino allo stoner, sono tutt’altro che cattivi lavori, anzi, Manic Frustration è un picco assoluto della loro lunga carriera. Ma purtroppo, dopo la sua pubblicazione, nonostante le critiche positive e un discreto successo commerciale, la Def American, che allora versava in cattive acque, lo considera un flop e non viene rinnovato il sodalizio.
Si arriva così a Plastic Green Head, disco pubblicato dalla Music For Nations e distribuito in Europa dalla Century Media. L’album vede il ritorno del batterista e membro fondatore Jeff Olson e nonostante le recensioni più che positive non ha lo stesso impatto commerciale di Manic Frustration e il previsto tour europeo viene cancellato, comportando una lunga pausa nell’attività della band e un temporaneo abbandono del cantante Eric Wagner.

L’album si apre con Plastic Green Head, seguita da The Eye, le canzoni forse più vicine al metal di matrice sabbathiana dell’album, e dove la voce di Wagner si abbandona agli acuti graffianti e stridenti tipici degli esordi a dimostrazione che il passato non è morto e sepolto, ma integrato con le nuove sensibilità degli artisti. Flower invece segna un repentino cambio di registro ed è una canzone emblematica di quasi tutti i brani a seguire. Le parti vocali laceranti (un incrocio tra Halford e Axl Rose) lasciano spazio a un cantato in tonalità più bassa, più pulito, dove le capacità interpretative di Wagner permeano la canzone di una vena più intima e malinconica. Porpoise Song, cover dei The Monkees, sarebbe stata fuori luogo nei primi album della band, ma ora invece risulta organica nell’insieme, complice l’interpretazione sugli scudi di Wagner e l’essere impreziosita da uno struggente assolo di chitarra che ci accompagna al finale. Opium Eater e Hear the Earth non sfigurerebbero in un album dei Kyuss, con Wagner che si esibisce in una prestazione che ricorda l’approccio graffiante di Layne Staley. Le asce di Franklin e Wartell, non più vincolate dai canoni imposti da un genere solo, possono abbandonarsi a lunghi assoli che spaziano dalla psichedelica fine anni sessanta al desert rock, inseguendosi e intrecciando armonie dilatate e sognanti. Emblematica in questo senso è Requiem: Wagner canta Listen to the wind my friend (Bob Dylan docet) mentre le chitarre prima dolcemente in sottofondo e poi in primo piano completano il mood di una ballad che è indubbiamente un highlight del disco. Another Day è un altro brano sospeso tra passato e presente della band, tra Black Sabbath e Kyuss se vogliamo, e la voce di Wagner può tornare a graffiare. Long Shadows Fall e Below Me, (erroneamente invertite nella tracklist del cd) riprendono l’andamento iniziale del disco, più vicino al metal, con la batteria di Olson che puntuale detta i tempi più veloci e trascinanti, non dissimili da quanto proposto dai Soundgarden in quegli stessi anni. Una cover chiude l’album, Tomorrow Never Knows dal capolavoro Revolver dei The Beatles. Un sentito omaggio che tenta di reinterpretare l’andamento psichedelico, lisergico e dilatato dell’originale, ma che al contrario della cover dei The Monkees, perde il confronto con la versione originale del quartetto di Liverpool.
La produzione e il missaggio di Vincent Wojno hanno il pregio di far risaltare tutte le sfumature della voce di Wagner, dando il giusto spazio alle chitarre, coprotagoniste di tutto il disco. Purtroppo, ed è l’unica pecca, il basso di Ron Holzner è affossato dal volume degli altri strumenti comportando in alcuni frangenti una perdita di corposità dei brani.

Inutile dire che Plastic Green Head è l’ennesimo centro di una band che nel suo cammino sfortunato non ha mai raccolto il giusto e meritato successo. Tutt’ora i Trouble sono citati da uno stuolo di artisti come influenza fondamentale nel proprio percorso musicale. Artisti questi che suonano musica di quasi tutti i generi, segno di come i Trouble siano una band dal pubblico trasversale, a cui la definizione di doom o stoner stia parecchio stretta. Questi ultimi dieci anni hanno visto il riemergere di sonorità “vintage” legate alla musica rock degli anni sessanta e settanta con nuove band che vivono un successo di critica e pubblico reinterpretando quanto proposto dai maestri mezzo secolo prima. Anche in questo i Trouble sono stati dei precursori e piange il cuore non vederli in prima fila a guidare la carica.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
86.83 su 6 voti [ VOTA]
Lizard
Domenica 1 Novembre 2020, 22.07.24
8
I Trouble sono una delle mie band preferite e questo è il disco con cui li ho conosciuti, quindi non proverò neanche a essere obbiettivo. Disco bellissimo, emozionante e molto personale. Probabilmente quello con produzione e mixaggio migliori in assoluto. La fuga di assoli incrociati di Porpoise Song è una delle cose più belle del Metal e l’ennesimo mancato successo uno dei più grandi delitti della Storia. Da riscoprire immediatamente.
Diego75
Domenica 1 Novembre 2020, 11.25.31
7
Una super band...simplex mind condition e questo sono il perfetto connubio tra doom stoner e psychedelia...sfido ancora adesso a trovare band che hanno saputo miscelare al top queste 3 sonorita'...li ho comprati tutti e 2 quando uscirono a inizio anni 90...ma la pecca per questi albums e gran parte delle loro uscite all' epoca era la cattiva distribuzione in europa...anche per questo motivo loro assieme ai tradizionali st.vitus...sono considerati band di culto dagli appassionati....comunque sia OTTIMI albulms consigliati a tutti i metalhead anche per quelli che non ascoltano solo doom...da avere...voto 88 anche a questo come al precedente.
InvictuSteele
Sabato 31 Ottobre 2020, 19.32.55
6
Per me i più grandi del Doom. Qui e nel precedente lavoro si convertono maggiormente allo stoner. Il risultato è ottimo.
Shock
Sabato 31 Ottobre 2020, 17.21.20
5
Su fatto che non abbiano avuto il successo meritato non è un discorso tanto nuovo, affatto: decine e decine di gruppi avrebbero meritato ben più successo di quanto hanno mai ricevuto. Motivo? Ho le mie idee ma me le tengo....
Graziano
Sabato 31 Ottobre 2020, 16.42.18
4
Mi fa piacere leggere che i Trouble godano anche oggi di così grande considerazione. Sul successo mai raggiunto non mi so esprimere, rimane un dilemmi irrisolto: un disco più bello dell'altro...eppure non hanno mai fatto breccia.
duke
Sabato 31 Ottobre 2020, 16.33.51
3
...bel disco....band tra le piu' originali e preparate......che sa distinguersi dalle altre......peccato che non hanno ricevuto il successo che meritavano.....
Rob Fleming
Sabato 31 Ottobre 2020, 16.03.00
2
A metà anni '90 bisogna avere coraggio ad uscirsene con un album in cui si coverizzano i Monkees e i Beatles. Ma poi ascoltando la strabiliante Requiem e la bella Another day si possono capire tante cose. Manic frustration è il loro vertice, ma anche questo disco è un bel sentire 77
Shock
Sabato 31 Ottobre 2020, 15.12.30
1
Stoner? Mah....comunque il mio terzo preferito album del gruppo, in ordine decrescente dall'omonimo del 1990. Come scritto in recensione un disco che sulla scia dei due precedenti va' al di là del doom per abbracciare un sound a tutto tondo, da melodie sognanti a pezzi più heavy. Peccato non siano più riusciti a ripetersi.
INFORMAZIONI
1995
Music for Nations
Stoner
Tracklist
1. Plastic Green Head
2. The Eye
3. Flowers
4. Porpoise Song
5. Opium Eater
6. Hear the Earth
7. Another Day
8. Requiem
9. Long shadows fall
10. Below me
11. Tomorrow Never Knows
Line Up
Erik Wagner (Voce)
Bruce Franklin (Chitarra)
Rick Wartell (Chitarra)
Ron Holner (Basso)
Jeff Olson (Batteria)
 
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